L’uomo che bacia le tigri

L’uomo
che bacia le tigri

Giordano Caveagna è il primo domatore–animalista: «Hanno ragione a protestare. Io le mie tigri non le ho mai toccate». Neanche un graffio in carriera. Premio speciale al Festival di Latina.

LATINA (r.b.)– L’uomo che bacia le tigri ha i capelli brizzolati e un viso di ragazzo. Entra sorridente e indifeso nella gabbia, a mani nude. Ogni tanto prende una bacchetta, di quelle da direttore d’orchestra, ma solo per indicare i movimenti, mai per colpire. Le sue tigri non le sfiora neanche. È il primo domatore–animalista Giordano Caveagna, veneto di Monselice, discendente di una dinastia circense vecchia più di cento anni, fondata da un prete, Don Artidoro, che gettò la tonaca per inseguire una zingara ungherese. E non teme di andare contro corrente. «Gli animalisti hanno ragione – spiega – perché tra i domatori ci sono quelli che hanno sbagliato». Lui, giura, è diverso. «Io le mie tigri non le ho mai toccate, e ne sono fiero». Loro, per ricambiare, non hanno mai toccato lui. Neanche un graffio in carriera. Anche questo è un primato. Sancito dal premio speciale assegnatogli la scorsa edizione del Festival internazionale del circo «Città di Latina», l’unico festival italiano del settore che il patron Fabio Montico ha portato, dopo tredici edizioni, a livelli di elevata qualità.

Il suo numero in dolcezza è un prodigio di complicità tra l’uomo e l’animale. Più che farle correre e saltare, le sue tigri, come fanno tutti i domatori del mondo, le coccola. Le accarezza, le stringe, le abbraccia, le bacia sulla bocca. Ci gioca. È questo che sorprende. Loro lasciano fare, sornione, gli buttano le zampe al collo, lo leccano, ogni tanto qualcuna gli appoggia una zampona sulla spalla come si fa con un vecchio amico, poi si apre da sola, sempre con la zampa, la porta della gabbia e se ne va. Lui, il domatore che non ha mai avuto un incidente, dice che non conosce la paura di affrontare senza difese, senza neanche una frusta, quelle belve feroci. «Non ho paura, non ne ho mai avuta. Mi sento sicuro dei miei animali. Come loro sono sicuri di me. Sanno che non farò mai loro del male. Un domatore corre dei rischi quando picchia gli animali, perché allora possono diventare cattivi, e non si fanno più avvicinare».

Sarà la lezione di papà Guido, che addestrava i cavalli, e che gli diceva, quand’era piccolino, che «gli animali non vanno maltrattati, mai». Sarà che le otto splendide tigri siberiane con cui lavora, che hanno sette anni, se le è tirate su come bimbette fin da quando le comperò da un domatore danese che avevano appena quattro mesi. Sono cresciute con lui, a coccole e carezze, addestrate dagli sguardi, dai movimenti, e dalle parole, rigorosamente in italiano. «Penso che mi vogliano bene», sorride. Lo intuisce dal fatto che lo riconoscono a distanza, dai passi, dalla voce, che gli corrono incontro, che gli fanno le feste, che mangiano dalla sua mano. «Direi proprio che quando mi avvicino alla gabbia sono contente di vedermi».

Quarantatré anni, sposato con l’acrobata Vania Vassallo, due figli, Jason di sedici, acrobata anch’egli, e Alex di sette, Caveagna è stato acrobata anche lui. Con il fratello Ivano formava un duo di «mano a mano» che per quasi vent’anni ha girato per i più grandi circhi d’Europa, dal francese Pinder allo spagnolo Mundial. Adesso fa ancora l’acrobata alla ruota, insieme alla moglie, nel «Circo di Vienna» del suocero Salvatore. Ma, affascinato da sempre dagli animali, sette anni fa, quando acquistò quei tigrotti, cominciò una nuova avventura: quella del domatore. Naturalmente a modo suo.

Quando gli animalisti, come spesso accade, vanno a protestare davanti al suo circo, si sorprendono nel vederlo che li accoglie sorridente. «Gli animalisti ci hanno insegnato molto – spiega – ci hanno aiutato a capire i sentimenti degli animali e a correggere gli errori che alcuni domatori facevano maltrattandoli. È stato merito loro se molti domatori si sono evoluti, hanno cambiato metodi e sono passati all’addestramento in dolcezza. Resta una divergenza di fondo: loro vogliono un circo senza animali, io un circo dove gli animali siano trattati bene». Per questo Caveagna li lascia volantinare tranquillamente davanti al suo «circo aperto» («ogni protesta pacifica è legittima»), e li invita agli spettacoli e alle prove, a vedere come gli animali vengono addestrati e in quali spazi («anche più grandi di quanto previsto dalle leggi») vengono tenuti. Quello che non sopporta sono le offese: «Mi dà fastidio la cattiveria che mostrano alcuni nell’offendere delle persone, come noi, che fanno il proprio lavoro e cercano di farlo al meglio. Offendendo noi offendono la nostra arte. Questo non è da persone civili».

Le tigri, nel grande recinto dove vivono, passeggiano tranquille. Ogni tanto si fanno le unghie su dei pezzi di tronco. Nessuna ruggisce. Quando il domatore passa davanti gli si fanno incontro, il muso sulla rete. Lui prende dei pezzi di carne da un tascapane, loro gli mangiano dalle mani. C’è un segreto? «Volersi bene». Tutto qua? «Tutto qua».

Ottobre, 2011

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