La città del teatro non crede più nel teatro

La città del teatro
non crede più
nel teatro

Roberto Bianchin

La città del teatro, che non ha quasi più teatri (eccezion fatta per la scoppiettante Fenice e il sonnacchioso Goldoni), non crede più nel teatro.

La città del teatro non crede piu nel teatro

Succede a Venezia, dove fiorì una delle due lingue principali del teatro italiano (l’altra è a Napoli), e dove l’Icai, l’istituto internazionale della commedia dell’arte diretto dal regista Gianni De Luigi, ha interrotto (si spera momentaneamente) l’attività per mancanza di fondi, dopo dodici anni di onorato servizio culturale.

La Fondazione di Venezia, uno dei due organismi che sostiene l’Icai (l’altro è la Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, che invece finanzia ancora un master finalizzato alla riscoperta dei piccoli teatri), ha deciso infatti di non sostenere più finanziariamente la vita dell’istituto della commedia dell’arte.

In parte perché considera esaurita questa esperienza, in parte perché cerca forme culturali più remunerative, in parte perché ha deciso di indirizzare i suoi sforzi, anche finanziari, sulla creazione di uno stravagante (e alquanto incomprensibile) museo del novecento in quel di Mestre.

Un vero peccato. Quasi uno smacco. Perché privare Venezia e il Veneto (ha sede a Padova) dell’unico istituto dedicato alla commedia dell’arte, questa specialità storica, unica e originalissima che non ha eguali al mondo, significa assestare un duro colpo alla cultura veneziana e veneta. Assestargli una ferita che potrebbe rischiare di essere mortale.

Anche perché in dodici anni l’istituto, sotto la guida sapiente e appassionata del Maestro De Luigi, che con un’illuminazione geniale lo aveva fatto nascere, ha fatto segnare numeri da record: 220 allievi, 80 maestri d’arte (tra cui Carolyn Carlson, Dario Fo, Ferruccio Soleri, Donato Sartori), 1.500 domande di ammissione pervenute, 25.000 ore di didattica e laboratorio, 150 eventi realizzati, 8 anni di attività pedagogica teatrale nelle scuole, 80 scuole coinvolte, 25.000 studenti, 1.500 insegnanti.

Tutto questo, ovviamente, ha un costo. E oggi, con l’aria che tira, trovare fondi per i progetti culturali è sempre più difficile. Anche perché la prima cosa che fanno i governanti in difficoltà, al nord come al sud, è quella di tagliare i fondi per la cultura, giudicandoli superflui o comunque ultimi nella scala delle priorità.

Certo, la cultura costa, diceva un celebre regista. Ma l’incultura costa molto di più.

Settembre, 2013