La danza macabra degli scheletri a cavallo una festa travolgente

La danza macabra
degli scheletri a cavallo
una festa travolgente

Calacas, il nuovo geniale spettacolo di Bartabas attualmente in scena a Parigi

Roberto Bianchin

Un indiavolato ballo macabro su scatenati ritmi messicani per farsi beffe della morte. Bartabas: «La coscienza della morte è ciò che ci distingue dagli animali»

Bartabas — Calacas

PARIGI – La danza degli scheletri a cavallo prima sorprende. Inquieta anche. Poi ti prende. Diverte. E diventa una festa popolare. Trascinante. Ironica. Dissacrante. Divertente. Un inno alla vita e alla gioia. Che incanta. Condotto a un ritmo sfrenato sulle note di una musica travolgente. Che prende in giro la morte, che la esorcizza facendosene beffe. Che alla fine la vince, la uccide. Che decreta la morte della morte.

È il senso di Calacas, che vuol dire appunto scheletri, il nuovo spettacolo di Bartabas e del suo Teatro Equestre Zingaro, attualmente in scena a Aubervilliers, nell’immediata periferia di Parigi, nello splendido anfiteatro di legno costruito sul modello settecentesco di quello inventato da Philip Astley. Uno spettacolo che è una grande cerimonia funebre barocca, onirica, folle, bacchica, dionisiaca, comica, sarcastica, indiavolata.

Un lavoro ricco di idee, di invenzioni, di freschezza e di entusiasmo, più vicino ai ritmi travolgenti di Battuta che alle cupe atmosfere di Tryptik, per citare due dei precedenti lavori di Bartabas, che giunge quasi a celebrare una maturità solare e gioiosa raggiunta dall’artista dopo i tormenti e le angosce degli anni giovanili e gli sperimentalismi della ricerca.

Ispirato alla Festa dei Morti, una celebrazione macabra tipica del Messico, in cui davanti all’arrivo della morte si celebra, come antidoto, la pratica atzeca della gioia, Calacas è un grande ballo macabro che come la tradizione europea gioca con la morte per sconfiggerla, ma diversamente da essa utilizza dei timbri musicali festosi e coloratissimi, quasi da festa di matrimonio, in luogo di quelli più aulici, profondi, anche drammatici, delle nostre feste macabre.

L’altro elemento di diversità, rispetto ai Trionfi della morte, i balli macabri del medioevo, è che in questa festa della morte, protagonisti sono i cavalli. Soltanto i cavalli. Se ne alternano diciannove sulla scena, montati da nove cavalieri, tra cui lo stesso Bartabas, che non sono solo degli splendidi cavallerizzi, capaci di mille mirabolanti evoluzioni, ma che sanno anche essere acrobati, attori, clown, e all’occorrenza anche danzatori, cantanti e musicisti. Li accompagnano, rigorosamente dal vivo, le musiche di due straordinari chinchineros messicani, musicisti di strada con piatti e grancasse sulle spalle, e di due virtuosi delle percussioni.

«La coscienza della morte — spiega Bartabas — è ciò che ci distingue dagli animali». Partendo da questa premessa, tocca all’uomo coinvolgere il cavallo nel gioco della morte. Fare del cavallo lo scheletro del cavallo, dargli un teschio al posto della testa, farlo cavalcare da manichini di scheletri anziché da cavalieri in carne e ossa, farlo correre a un ritmo indiavolato incontro alla morte con la morte che lo insegue, sempre a cavallo, sparandogli in corsa come i pistoleri di un film western. E inventandosi, alla fine, una folle carovana di carri indiavolati guidati e popolati solo di scheletri. Silhouette di scheletri di cartapesta che corrono come pazzi, che mangiano, bevono, ridono, ballano, cantano, trombano, fanno persino i pompieri e i domatori di scheletri di animali feroci, in un delirio scaramantico folle e giocoso.

Il tutto impreziosito da un’altra geniale invenzione di questo artista straordinario, partito dall’equitazione di stampo classico, transitato dal circo e infine approdato alla creazione di un nuovo genere battezzato teatro equestre, che non smette mai di rinnovarsi riuscendo a rimanere sempre sé stesso: la creazione di una seconda pista, in alto, all’interno del suo anfiteatro, in aggiunta a quella tradizionale posta in basso, al centro delle gradinate. Il secondo anello, stretto, circolare, al di sopra delle gradinate, con un’entrata e un’uscita autonome, dove cavalli, cavalieri e carrozzoni sbucano all’improvviso, sfrecciando velocissimi, consente una doppia visione, a due differenti livelli, con cambi di passo e di scenari assolutamente sorprendenti.

Come è sorprendente che si esca felicemente allegri da uno spettacolo dedicato alla morte. Con il cuore caldo nel freddo che punge della notte parigina, e nel gelo dei tempi che stiamo vivendo. Bevendo vino caldo speziato davanti al caldo del falò di grandi ceppi di legna acceso davanti alla sagoma del teatro equestre, dove gli scheletri dei cavalli, nitrendo appena, passano come ombre.

Dicembre, 2011

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