La follia nell'arte

La follia nell'arte

Le pazze origini dell'arte contemporanea

Enzo Bordin

La mente creativa umana continua ad essere una fonte inesauribile di scoperte. La pazzia nell'arte rimane un quid indefinito e indefinibile. Nel 1921 Walter Morgenthaler, docente di psichiatria all'Università di Berna, pubblica uno studio sistematico sulle produzioni artistiche degli alienati psichici, imitato un anno dopo dallo psichiatra Hans Prinzhorn. Entrambi appaiono concordi nell'accordare una dimensione estetica alle opere di certi malati mentali.

Adolf Wölfli, Couronne d’épines de Rosalie en forme de coeur (1922, 50,5 x 67 cm ©Collection de l’Art Brut, Lausanne).
Emile Josome Hodinos, Pieds, jambes, cuisses mouler (1876-1896, 21 x 16 cm © Collection de l’Art Brut, Lausanne).
Conte di Tromelin, Demoni e Demoniesse (senza data).
Karl Genzel, Donna con ferro da stiro blu (senza data).
Adolf Wölfli (1864-1930, © Collection de l’Art Brut, Lausanne).

Questo loro taglio interpretativo apre nuove praterie sul profilo espressivo degli alienati nel campo dell'arte, superando di fatto una loro esclusione secolare. Le loro opere marcano l'avvento nell'arcipelago artistico «dell'artista schizofrenico».

Il dottore svizzero Morgenthaler è ancora giovane quando nel 1908, assegnato all'ospedale psichiatrico di Valdau, nelle vicinanze di Berna, incanala il proprio interesse clinico sulla creatività espressiva di alcuni suoi pazienti e, in particolar modo, su Adolph Wölfli (1864-1930), una delle figure più rappresentative dell'Art Brut (grezza) e le cui opere si possono ammirare alla emozionante Collezione permanente di Losanna.

Cresciuto in una famiglia molto povera del Bernese, Adolph resta solo con sua madre, abbandonato dal padre etilista che muore nel giro di pochi anni per una crisi di delirium tremens. Durante una scolarizzazione piuttosto irregolare e inquieta, Wolfli lavora come capraio. Alla morte della mamma, viene collocato in diverse famiglie e con svariate mansioni. Dapprima lavora come inserviente di fattoria, poi come boscaiolo e infine come prestatore d'opera. La sua gioventù è costellata di eccessi, tra cui una delusione sentimentale sconvolgente.

Arrestato nel 1889 per attentato al pudore, a trentuno anni viene internato nell'ospedale psichiatrico di Valdau dal quale non uscirà vivo. Qui inizia a disegnare, a scrivere e comporre musica lavorando giorno e notte per un trentennio.

Il dottor Mongenthaler dedica addirittura un'interessante monografia,
dal titolo Un artista alienato, alle creazioni artistiche del paziente: qualcosa come venticinquemila pagine dove compaiono composizioni grafiche, spartiti musicali e creazioni letterari.

Invece di centrare la sua attenzione sui tratti patologici rilevabili dalla produzione di questo paziente, il dottore-pioniere determina lo stile artistico di Wolfli. Studia l'organizzazione spaziale e ritmica delle produzioni del ricoverato, cercando di definire i rapporti che legano la parola all'immagine e nel contempo di scoprire i motivi iconografici sottesi a questa opera enciclopedica.

Ne esce un'interpretazione rivoluzionaria sull'approccio tra creatività e malattia mentale: le opere di un pazzo assurte a rango di creazioni artistiche. Un fatto epocale per quei tempi: Mangenthaler toglie il velo al suo paziente pubblicandone la fotografia, derogando così dall'uso psichiatrico dell'anonimato. Significa che per lui l'artista va «anteposto all'alienato». La sua è soprattutto una monografia artistica, nettamente distinta da uno studio psichiatrico.

L'anno seguente, l'uscita del libro di Hans Prinzhorn dal titolo Espressioni della follia ha l'effetto di una bomba. Assunto alla Clinica Psichiatrica di Heidelberg nel 1919, il giovane medico tedesco viene incaricato di studiare disegni e dipinti di diversi pazienti manicomiali. Invia a tale scopo ripetute lettere-circolari a numerosi colleghi e si reca egli stesso in diversi ospedali psichiatrici d'Europa fondando la sua ricerca su cinquemila lavori di malati mentali.

In particolare, riesce a riunire le celebri sculture lignee o fatte con molliche di pane da Karl Brendel, ma anche le scene bibliche ad acquerello proposte da Peter Moog.

Brendel (1871-1925) nasce un una cittadina della Turingia (Germania) da una famiglia con otto figli. Dopo qualche anno di scuola primaria, esercita il lavoro di muratore e di stuccatore in Westafalia e in Lorena. A vent'anni incappa a più riprese negli strali della giustizia: viene condannato dodici volte e incarcerato. Il suo comportamento instabile evidenzia disturbi psichici marcati. Finisce pertanto in un ospedale psichiatrico.

Tra il 1912-1913 inizia a modellare statuette di pane masticato, poi sculture e bassorilievi in legno talvolta dipinti. Brendel crea un bestiario immaginario composto di personaggi fantastici, sovente ermafroditi ma talvolta anche di figure criptiche. Ed è anche autore di scritti e di alcuni disegni.

Il dottor Prinzhorn dedica nel suo libro libro un'analisi minuziosa ed accorta di quel paziente-artista, le cui produzioni riescono addirittura ad affascinare Paul Klee e Max Ernst.

Sulle orme di Mongerthaler, Prinzhorn si lascia guidare dall'interesse personale verso le creazioni plastiche e grafiche, riconoscendo ai malati mentali la capacità di attingere «nella profondità della loro via interiore, nelle loro visioni, nelle loro idee, nella fantasmagoria delle loro segrete intuizioni».

Forte dei suoi studi di storia dell'arte, ma soprattutto della sua frequentazione con gli artisti d'avanguardia del gruppo La Falange di Monaco di Baviera (composto anche da Kandinsky, Alexej von Jewlenky e Alfred Kubin) Prinzhorn appare incline a percepire l'inventiva nelle opere. A suo dire nessuna distinzione intercorre tra arte del matto e quella del creatore normale. E si chiede: «Cosa contraddistingue lo schizofrenico in questo disegno? Siamo incapaci di dirlo con certezza....». Ancora: «Bisogna risolversi definitivamente a fare i conti una volta per tutte con una componente produttiva e prendere come criterio di giudizio di un'opera il solo livello della Gestaltung (messa in opera), ivi compresa anche nel casi di schizofrenia».

Siamo in presenza di una svolta epocale, con una virata decisiva in riferimento «all'arte dei matti». Per la prima volta il concetto di creazione artistica accorda uno stato estetico alle produzioni dei malati mentali.

Fino alla fine del XIX secolo gli psichiatri (salvo rarissime eccezioni) utilizzavano i lavori dei loro pazienti con un taglio prettamente sintomatologico, cercando di evidenziare l'indice della malattia attraverso forme e stili tipici a ciascuna turba psichica specifica. L'obiettivo era quello di confermare certe diagnosi.

Di fronte alle produzioni dei loro pazienti, i medici si appiattivano su criteri paradigmatici fissati dalle normative del tempo: capacità di riprodurre, uso della prospettiva, rispetto delle proporzioni, coerenza nella rappresentazione e sentimento della bellezza.

Vengono pure pubblicate svariate codificazioni inerenti «la normalità artistica».
In un disegno, il grado di follia si desumeva da alcune caratteristiche-chiave: bizzarria, pretesa, oscenità, erotismo, incoerenza nei contenuti allegorici, stereotipia e scarabocchio. Nel caso degli oggetti, ad esempio la costruzione di un mobile, veniva valutata a fini diagnostici «la mancanza del senso e dell'utile».

Morale della favola: l'immagine vista come riflesso della malattia. Ogni considerazione d'ordine artistico restava pertanto assente egli studi psichiatri di quei tempi. I malati mentali rimanevano esclusi dalla creazione.

Le aperture degli psichiatri Mongenthaler e Prinzhorn cominciano a fare proseliti. Verso la fine del XIX secolo anche il dottor Max Simon manifesta interesse per le produzioni manicomiali con due brevi articoli. Uno o sviluppo più sistematico sull'argomento lo si deve al dottor Joseph Rogues de Fursac.

Ma la prima vera rottura col passato si produce nel 1907, con la pubblicazione del libro L'Arte in casa dei matti, scritto da Marcel Rèja, pseudonimo usato dal dottor Paul Meunier per discostarsi in modo marcato dalla psichiatria tradizionale. Anzitutto quando esamina le produzioni dei malati mentali senza
formulare una diagnosi: riconosce il valore emozionale di quei lavori e, per i più riusciti, ne apprezza qualità e inventiva, al punto da inserirli nel registro estetico.

Tuttavia l'insieme di queste pubblicazioni non raggiungerà mai grande risonanza nel mondo accademico e culturale. Solo le opere a di Morgenthaller e, ancor più, quelle di Prinzhorn faranno una reale irruzione e favoriranno i contatti tra arte manicomiale e arte contemporanea.

Con eguale slancio, altri alienisti prendono coscienza non solo del valore espressivo delle opere ma anche dell'importanza di conservarle e presentarle. E cominciano a collezionarle. William A.F. Browne a Dumfries, Cesare Lombroso a Torino, Auguste Marie a Parigi, Charles Ladame a Ginevra, Hans Steck a Losanna e Gaston Ferdiere a Parigi poi a Rodez figurano tra i medici pervicaci nel raccogliere disegni, pitture, sculture, oggetti e scritti di malati, dedicando uno sguardo attento e accorto alle produzioni che, grazie a loro, acquistano finalmente uno status estetico e documentale.

Tra i primi in Francia, il dottor Marie avvia fin dal 1900 una collezione che raccoglie le opere dei migliori creatori, quali Emile Josome Hodinos, il conte de Tromelin e Voyageur Français, artista-decoratore che, ricoverato in ospedale psichiatrico per schizofrenia, a mo' di firma dipinge un motivo astratto in ogni sua composizione.

Singolare anche la figura del conte de Tromelin (1850-1920): matematico marsigliese, all'età di cinquantatré anni realizza una serie di disegni che qualifica «semi-medianici». Nel 1903 firma un patto con gli spiriti e da quel momento si dedica interamente allo spiritismo. Scrive inoltre le sue memorie e fa un rendiconto delle sue esperienze occulte mentre, durante le sedute, traccia con una matita nera personaggi e mostri enigmatici quanto inquietanti.

Non gli è da meno Hodinos (1853-1905). Inizia il suo apprendistato a sedici anni, nel laboratorio di un rinomato stampatore di medaglie. Sette anni dopo viene internato in un ospedale psichiatrico parigino per restarvi fino alla morte. Nelle sue opere disegna in maniera ossessiva, a matita o con l'inchiostro, innumerevoli progetti di medaglie accompagnati da testi scritti in modo minuzioso. Hodinos si dedica alla rappresentazione della donna amplificandone l'anatomia: soprattutto seni, ventre, muscoli, braccia e gambe.

Tornando al dotto Marie, nel 1905 allestisce nell'asilo psichiatrico di Villejuif un «piccolo museo della follia» aprendo le porte ai medici e al pubblico. Lo stesso Marcel Reja attinge da questo corpus le fonti scientifiche necessarie al suo celebre elaborato. E nella scia di August Marie , a partire dal 1925 il dottor Ladame riserva all'espressione artistica un piccolo spazio all'interno di un padiglione dell'sola di Bel-Air a Ginevra: vi appende sia le opere da lui collezionate in dieci anni anni della sua carriera, sia quelle dei pazienti dello stabilimento.

Il suo modus operandi si articola su una duplice rivendicazione: «Far conoscere all'esterno questa attività intensa quanto inimmaginabile» e nel contempo «cercare di determinare i meccanismi di questa produzione artistica, riallacciandola alla sua filiazione naturale, il vasto dominio dell'arte, il pensiero umano e le sue manifestazioni esteriori».

Sotto la spinta di tale corrente innovativa, numerose collezioni temporanee vengono allestite in tutta Europa. Dalla fine degli anni Venti in poi, le opere degli alienati mentali escono in qualche rara occasione dal quadro medico per essere esposte alcuni musei (tra cui il Gewerbemuseum di Bale nel 1929, e quello di Arte e Storia di Ginevra nel 1930) e nelle gallerie Vavin e Max Bine
a Parigi.

Lo stesso Jean Dubuffet scoprirà più tardi le collezioni di Marie, Ladame e Steck durante le sue reiterate ricerche. E grazie a diverse donazioni, le riunirà nella Collezione di Art Brut divenendone cervello ed anima. Da quel momento quelle produzioni non verranno più relegate nelle categorie dell'arte marginale.

In quella stessa epoca si registrano altre forme espressive, riferite soprattutto all'arte primitiva e popolare che trovano un crescente interesse.

Esibite fin dai primi del Novecento per la loro estraneità e per il loro esotismo, le collezioni di produzioni tribali vengono via via inserite stabilmente in musei dotati di un apparato istituzionale e scientifico. Da oggetti di curiosità diventano oggetti del sapere e di studio. A tale viene fondato nel 1929 a Parigi il museo d'Etnografia del Trocadero ma poi ribattezzato Museo dell'Uomo nel 1937.

La legittimazione delle creazioni manicomiali, tribali e popolari parteciperà, ciascuna nel proprio ambito, allo sviluppo di un pensiero occidentale radicalmente nuovo e proiettato nel futuro. ★

Dicembre, 2013