La livella

La livella

Non sempre funziona, purtroppo, la livella tanto cara al nostro amatissimo Principe Antonio de Curtis in arte Totò. Ci sono morti di serie a e morti di serie b. Non da oggi. E lo sappiamo. Non solo per le differenze tra funerali poveri ed esequie di lusso, tra baracce di legnacci putridi e sarcofaghi di velluti damascati, tra carri logori, olezzanti e malconci ed eleganti carrozze trainate da purosangue neri coi pennacchi. Non c'è solo l'effetto che fa il morto se è famoso.

Antonio de Curtis in arte Totò (fonte: www.carlocasale.it)

C’è proprio la differenza di valutazione, oltre che di visibilità, a dirci che non siamo tutti uguali nemmeno da morti. Basta vedere il modo in cui guardiamo alle sciagure in mare dei migranti. Allo sguardo ormai distratto, rassegnato, passivo, e alla fine indifferente, che rivolgiamo a quei corpi affogati, riversi sulla spiaggia, anche di donne e di bambini. Uno spettacolo al quale ci siamo abituati, forse perché è uno spettacolo oramai quasi quotidiano, che non ci sorprende più, non ci emoziona più, non ci addolora più, non ci commuove più, non ci indigna più. Siamo diventati indifferenti di fronte alla morte.

A meno che le vittime non siano italiane. Allora sì. Allora ci sorprendiamo, ci emozioniamo, ci addoloriamo, ci commuoviamo, ci indigniamo. Chiediamo giustizia, ritorsioni e vendetta. Come se un morto italiano valesse di più di un morto siriano. Ma no, ma cosa stai dicendo? E’ solo che se sono italiani, quei morti, ce li sentiamo più vicini, quasi parenti. Nostri. Cosa ci importa dei morti bengalesi. I morti italiani erano amici, conoscenti, vicini di casa. Vuoi mettere?

Sono morte venti persone (la metà erano italiani) nell’attentato di quegli idioti terroristi islamici al ristorante Holey Artisan Bakery di Dacca. Sono morte duecento persone, dieci volte tanto (la maggior parte erano irachene, e c‘erano anche venticinque bambini ) nei due attentati di Bagdad, il primo in un centro commerciale, il secondo nel quartiere di Shaba, a nord della città, sempre per opera dei soliti idioti.

Eppure gli organi di informazione italiani, giornali e televisioni, hanno raccontato solo della prima strage, quella di Dacca. Della seconda, quella di Bagdad, nonostante che i morti fossero duecento anziché venti, quasi niente. Come se quelle vite, che non erano italiane, valessero di meno sul mercato dell’informazione. La strage di Bagdad è avvenuta la sera dopo quella di Dacca. Ma è stata praticamente ignorata, anche perché quella sera giocava la Nazionale italiana di calcio contro la Germania e avevamo altro da pensare. Nel notiziario televisivo di Sky Tg 24 era l’ultimo titolo. In un giornale normale avrebbe dovuto essere il primo.

La notizia è finita nascosta anche sui siti dei grandi quotidiani di informazione. Il giorno dopo, per trovarla su Repubblica.it, bisognava scendere al decimo titolo in ordine di importanza, dopo le tangenti nei ministeri, l’americano scomparso, la direzione del Pd, le dimissioni di Farage, l’omaggio alle vittime di Dacca, la testimonianza di un superstite, la propaganda jihadista, la storia dello studente ucciso per salvare le amiche, l’attentato suicida di Gedda.

Appena un titolino, piccolo piccolo, su una riga. Un pallino quasi invisibile: “Bagdad, oltre 200 vittime nell’attacco di sabato notte”. Un po’ pochino. Fortunatamente non interessava a nessuno. L’hanno letto solo in quaranta.

LA PAGELLA

Antonio de Curtis in arte Totò: voto 9
Nazionale italiana di calcio: voto 6,5
Sky Tg 24: voto 5
Repubblica.it: voto 5
Stato Islamico: voto 2

Luglio, 2016