La mattina dei fogli parlanti

La mattina dei
fogli parlanti

Roberto Bianchin

Quindici anni fa, quando Cesare De Michelis, il presidente della Marsilio Editori scomparso il 10 agosto, compì sessant'anni, la fedele Tatiana ebbe l'idea di dedicargli e regalargli un libro scritto appositamente da alcuni dei suoi amici e autori di punta, da Claudio Magris a Giuseppe Zigaina, da Susanna Tamaro a Stanislao Nievo, da Gian Antonio Cibotto a Paolo Barbaro. Un dono prezioso, stampato in soli trecento esemplari e mai messo in commercio. Invece dei soliti auguri, Roberto Bianchin, che aveva esordito in Marsilio con il suo primo romanzo, "Albascura" (Premio dei Librai 1999), gli aveva dedicato un racconto breve, "La mattina dei fogli parlanti". Lo riproponiamo, in occasione della sua scomparsa, come un omaggio ad uno dei più illuminati uomini di cultura del Novecento.

Cesare De Michelis visto da Giannelli (fonte: "I Sessanta di Cesare", Marsilio 2003).

La mattina che compì sessant’anni si svegliò con i capelli elettrici e con un presentimento. Qualcuno l’aveva chiamato, gli sembrò.

Corse giù, nessuno. Eppure. Un sole pacato, appena tiepido, stava in agguato nel giardino, dietro le finestre.

Guardò meglio. In fondo al salotto, davanti alla biblioteca, steso a terra, pancia all’aria, come senza vita, lo vide.

Si chinò, lo tastò, lo accarezzò.

Ci volle poco, capì subito che si era ucciso.

Si tolse gli occhiali e si asciugò col dorso di una mano il bordo degli occhi. Era la prima volta che assisteva al suicidio di un libro.

Sapeva che prima o poi sarebbe accaduto, ne aveva avuto dei segnali, c’erano stati dei tentativi. Ma sperava che non sarebbe mai successo. Non oggi almeno. Invece non c’erano dubbi. Quel libro dalla copertina rosso aragosta, uno dei vecchi della sua biblioteca smisurata, uno dei primi, uno di quelli a cui era più affezionato, aveva lasciato il quarto ripiano dello scaffale dove aveva serenamente vissuto gli ultimi quarant’anni, era sceso di notte senza far rumore e si era seppellito tra le pieghe del tappeto, i colori smarriti, le pagine corrose, le parole smangiate. Come sconfitto da un morbo inesorabile, da una stanchezza invincibile, da un sogno spezzato.

Andò torvo al lavoro, dimenticandosi del compleanno. Già non gli piaceva. Adesso poi. Annullò tutti gli impegni della giornata e disse alla segretaria di non passargli le telefonate. Neanche una. Neanche se chiama il Padreterno, gridò.

Accese una sigaretta, strapazzando col pollice, che aveva arcuato, come una piccola roncola, la rotella dell’accendino. Il portacenere era già colmo di mozziconi. Chi ha fumato nel mio ufficio?, brontolò. Nessuno rispose.

C’era un disordine manicomiale sulla scrivania. Carte, cartacce, foglietti di appunti, pile di libri nuovi, pacchi di libri vecchi, tascabili, ristampe, traduzioni, e montagne di manoscritti, dattiloscritti, computerscritti. Valanghe di parole che aspettavano i lampi dei suoi occhi e le correzioni della sua matita. Segni piccoli. Minuziosi, precisi, nervosi, professorali. Quasi maniacali.

C’era di tutto sul tavolo, mancava solo un computer. A quello non ci aveva mai fatto l’abitudine. I libri invece invadevano tutta la stanza. La scrivania, la libreria davanti, una bacheca di legno con le novità, persino il pavimento e il davanzale della finestra. Al posto dei fiori.

Prese un foglio di carta bianca e una stilografica nera e cominciò a vergare furiosamente la pagina. Il pennino inciampò stridendo sull’occhiello di una “o” strappandogli la carta e un improperio. Scrisse solo cinque righe, appallottolò il foglio, lo gettò nel cestino e imprecò di nuovo.

Lo fermò il rumore come di una cascata. Guardò davanti a sé, dal terzo scaffale della libreria era crollata metà della collana dei classici del Novecento.

Non ebbe il coraggio di andare a verificare se si era trattato di un altro suicidio, collettivo stavolta. Mise in tasca quel che restava, poco, del pacchetto di sigarette e se ne andò senza salutare.

Fu mentre passeggiava nervoso sulla riva delle Zattere, fumando le ultime sigarette, che rivide specchiato nelle acque del canale della Giudecca il film della sua vita. Un film a tinte mosse, che raccontava di letteratura, di politica e di sogni. Un film col finale ancora da scrivere. Questo gli diede un filo di sollievo.

Quando tornò a casa andò subito a guardare, in biblioteca, se qualche altro libro si fosse suicidato nel frattempo.

Sorrise quando vide che tutti erano rimasti, bene allineati, al loro posto. Allora li passò in rassegna, uno per uno, accarezzandone il dorso, e soffiando leggermente su alcuni, per mandare via la polvere.

Lesse ad alta voce i titoli più belli, e i nomi degli autori, li ricordava quasi tutti, e gli sembrò che qualcuno gli rispondesse sottovoce. Dalla cucina, dove si era rifugiato, gli sembrò, più tardi, di sentire ancora delle voci. Più vicine stavolta, più forti. Voci insistenti, che lo chiamavano per nome.

Corse in salotto, ma non riuscì ad arrivare alla biblioteca. I libri glielo impedirono.

I libri, i suoi libri, i libri della sua vita, che erano scesi tutti dagli scaffali, ma non per suicidarsi, gli avevano fatto uno scherzo, bensì per fargli festa, e adesso gli stavano intorno, lo circondavano, gli salivano lungo le gambe e sulle spalle, e volavano e ballavano e scherzavano e ridevano, e aprivano le pagine e le sbattevano come ali di carta.

Lui fu sorpreso, poi si commosse, e si fece ballare, e si lasciò accarezzare, abbracciare, sommergere dalle pagine dei libri, e tutte le parole gli cadevano addosso come coriandoli.
Sentì distintamente che gli parlavano, i libri, e lo ringraziavano, come dei figli, di averli fatti nascere. Sentì che gli dicevano che avevano ancora bisogno di lui. Sui vetri delle finestre bussava adesso un sole prepotente.

(tratto dal libro “I sessanta di Cesare”, Autori Vari, Marsilio 2003).

Agosto, 2018