La ruota del timone

La ruota del timone

La grande sconfitta dei vecchi perdenti

Luca Colferai

Per un giorno, e quando il giochi ormai sembravano fatti, l'elettorato democratico ha ripreso in mano il timone della politica italiana. Spiazzato in primavera dal ribellismo allo sciampo ribelle dei grilli a cinque stelle; colpito in autunno dallo schizoide rinnovamento nella continuità della destra manageriale e di avanspettacolo; martellato spietatamente dal colpo di coda delle larghe intese, con annesso riacciuffo per il riporto di silvio l'evasore e sciorinata melliflua di venefico potere lettiano.

Alla ruota del timone.

Il popolo democratico si è ripreso dalle dure batoste, ha fatto buon viso a cattivo gioco ed è andato a votare (in tantissimi) per l'unico candidato che, spera l'elettore, può far fuori il vecchio impossibile potere del vecchio apparato.

Ci riuscirà? Non si sa. Si sa però che quasi tre milioni di elettori per un partito che ha crudelmente tradito tutte le promesse elettorali; che ha vinto (di un soffio asmatico) le elezioni per andare al governo con il suo irriducibile nemico; che ha fagocitato il proprio segretario vincente per mettere al governo un maggiordomo; che ha saputo mettere in campo cento e uno franchi tiratori ancora anonimi per far fuori il proprio candidato ufficiale all'unanimità alla presidenza della repubblica; che ha fatto segretario un ex sindacalista il cui unico pregio è vestirsi bene. Insomma, un partito che ne ha fatte di tutti i colori per risultare per niente democratico. Un partito così perdente. Che chiama alle sue urne tutti questi elettori.

Be'. È una prova di democrazia. Gli elettori sono andati a votare e hanno scelto l'unico candidato che (sperano) farà piazza pulita di una classe dirigente che indefettibilmente ha fatto sempre di tutto per far perdere il proprio partito e far vincere tutti gli altri, per avvitare la propria politica in interminabili inutili interne interrogazioni. La spiega corrente di questa tragica conclamata incapacità coinvolge due teorie: il vecchismo e il postismo.

Dice: non ci sanno fare perché sono vecchi. Dice: non ci sanno fare perché sono post-comunisti e post-democristiani. La verità è che sono sempre stati in realtà (non facciamo nomi per non offendere gli esclusi dall'elenco) prima ancora che vecchi o post-comunisti o post-democristiani uomini e donne di apparato, di corridoio, di stanzette delle fotocopiatrici. Anche quando erano giovani (e qualcuno me loro ricordo che ero giovane anch'io, ma loro erano già così). Uomini e donne inebriati dal feticismo della tattica, adoratori del voto segreto, del compromesso, del «tanto poi i nostri diplomatici trattano», dell'agguato silenzioso tra divanetti delle sale d'aspetto. Di quelli «sono con te, vai avanti tu».

Di questi perdenti l'elettorato democratico ha pensato di liberarsi nell'unico modo che (a quasi tre milioni di elettori) è sembrato la scelta migliore: andando a votare alle primarie e votando loro contro. Che poi sia una scelta disperata o entusiasta, questo non lo sappiamo, di certo è un segno pesantissimo, una condanna definitiva e senza appello di una classe dirigente fallimentare sotto tutti i punti di vista, che ha tenuto in vita per vent'anni il suo nemico numero uno come unico deterrente contro il suo proprio elettorato (se non ci votate lui vince).

Ora la patata rovente è nelle mani di questo speranzoso giovinotto (che non ci piace per niente); però bisogna dire che per il momento il timone della politica italiana, lo ripetiamo, è tornato nelle mani dell'elettorato democratico. Speriamo che riescano a condurre la loro nave in porto. Auguri. ★

Dicembre, 2013