La solitudine dell'angelo

La solitudine dell'angelo

Paolo Fiorindo

Sto qui, sulla punta del campanile del duomo. Dentro sono di legno massiccio tarlato e ruvido retto da un’anima di ferro arrugginito, anche se di me voi vedete solo la lamina di bronzo che lo ricopre. Un fulmine mi ha ferito l’ala, ma da giù nessuno se n’è accorto. In una mano tengo la spada, nell’altra la bilancia. Peso le anime dei morti e le divido in due schiere: quelli che andranno in Paradiso saliranno verso il cielo, gli altri invece sprofonderanno e verranno inghiottiti dalle bocche di Lucifero.

L'angelo dell'angolo sud della chiesa di Santa Maria Zobenigo a vulgo dicta del Giglio (facciata di Giuseppe Sardi).

No, non soffro di vertigini, mi dispiace solo di dovermene rimanere qui, immobile, da solo, a ruotare cigolando nel vento, e non poter scendere fra di voi a passeggiare. Voi mi vedete da lontano spuntare ogni tanto fra i tetti delle case, mentre pensate a tutto tranne che a me. Io vi vedo, vi sento, o forse solo vi immagino. Da quassù vedo la città accendersi di notte e popolarsi d’ombre confuse di giorno. E anche i tracciati delle strade e dei fiumi, e talora unisco di fili invisibili la montagna al mare.

Io invece sto qui, in cimitero, a far la guardia ai morti che riposano sotto le lastre di granito. I miei giorni sono tutti uguali, la speranza della resurrezione è un orizzonte ancora troppo lontano, e poi se devo dire la verità mi assale sempre più la tentazione di non crederci. Il mio sguardo è fisso sulla ghiaia, dove in primavera spunta un ciuffo d’erba che poi in autunno appassisce e in inverno scompare sotto un manto di ghiaccio. Alla mia destra spunta il sole, alla mia sinistra tramonta. La Stella dell’estate che scalda la mia pietra è insopportabile, il gelo dell’inverno che anno dopo anno inesorabilmente la sgretola mi riempie di brividi e malinconia. Il muschio e i licheni che s’insinuano in tante piccole screpolature del mio corpo s’imbevono di pioggia e di umidità e allargano le mie ferite, le tele di ragno che avvolgono le mie ali al mattino si decorano di stille di rugiada fresca e alla sera piangono di guazza tiepida. Mi lamento, ma sempre meno di quel mio fratello, laggiù, sopra l’altare nella cripta dell’ossario, che sopporta la crosta di vent’anni di polvere poiché la soprintendenza ha vietato alle mani pietose di ripulirlo. Ogni tanto qualche raro bambino curioso che si sottrae alla mano della madre si avvicina e mi guarda negli occhi, in silenzio.

Io invece sono di carta e sto qui, appeso a un chiodino a fianco del letto di un bambino. Ma lui ormai non s’accorge più di me, preso com’è dai suoi nuovi giochi bizzarri. I suoi occhietti, le sue manine, giocano con pulsanti colorati, di fronte a sé ha una macchinina che manda bagliori di luce e magici suoni a intermittenza. Io lo guardo, lo chiamo, ma lui non mi sente, rimane indifferente ai miei colori pastello e alla mia faccina soave, dipinta cento anni fa da un vecchio pittore con la barba e le dita intirizzite dal freddo e poi stampata in oleografia in mille copie uguali. Un angolo me lo sta mangiando l’umidità, dietro invece ci ha tessuto la sua tana un piccolo ragno timido, che non se ne esce quasi mai.

Io invece sto qui, dipinto sul muro del grande palazzo liberty abbandonato all’incuria. Illuminato a tratti dai raggi di luce che filtrano tra le foglie della vecchia magnolia e che poi s’insinuano tra i vecchi vetri legati a piombo delle vetrate della scalinata che stanno ormai per frantumarsi al suolo. Sul mio viso corrono le formiche, tra le mie ali scendono cascatelle di pioggia che entra dalle crepe del soffitto. Il mio manto rosso di cherubino col tempo si è ossidato e ora ha il colore dell’antracite, solcata qua e là da vene di ruggine che poi cade lenta su pavimento coprendo un tappeto di insetti morti. In autunno qualche farfalla rossa si posa sulle mie labbra, per pochi attimi. E poi scompare come la psiche che abbandona il corpo esausto di un vivente nell’attimo in cui rimette l’anima al suo creatore. E m’illudo di essere vissuto anch’io, e di vivere ancora, nella perenne attesa di un domani che so mi è negato.

Io invece sto qui, sopra il tavolo di un artista. Sono solo un timido angioletto, un puttino di terracotta fatto in serie con lo stampo. Il mio volto è stato frantumato dal piede dell’uomo, ma poi mani pietose mi hanno raccolto dalla spazzatura di quel camposanto e hanno incollato con cura i miei frammenti, ridandomi un aspetto tenero e sconsolato. Mi manca parte di un occhio, ma ci vedo ancora e osservo tutto quello che accade attorno a me. Ho imparato a distinguere l’amore dall’odio, la pazienza dalla trepidazione, la menzogna dalla verità, il buio dalla luce. Faccio da fermacarte sopra una vecchia lettera, chiusa dentro una busta ingiallita, ma cosa ci sia scritto dentro rimane un mistero.

Io invece sono di cera, modellato dalle mani sapienti di uno scultore. Mi hanno fatto a grandezza naturale, ho l’aspetto di una femmina seducente, avvolta in panni che ne esaltano le forme e ne celano i piedi. Le mie ali sono lunghe fino a terra e penso che se fossi di carne potrei volare veramente, a patto però che le mie ossa fossero vuote dentro, come quelle degli uccelli. Domani mattina mi ricopriranno di gesso e poi mi seppelliranno dentro una buca profonda, ricoperta poi di terra. Poi mi riempiranno di bronzo fuso, che scioglierà la cera e mi darà un corpo eterno, immobile sì ma allo stesso tempo incorruttibile. Gli acidi mi solcheranno il viso e mi riempiranno le guance di lacrime che nessun fazzoletto potrà mai asciugare e consolare.

Io invece sono qui, ma non mi vedete perché sono lontano, nascosto dentro una grande casa che non conoscete. No, non ho il dono dell’ubiquità come i santi e i divi della tv. Il mio corpo è qui, davanti a qualcosa di bianco decorato di mille parole che si rincorrono e su cui faccio fatica a concentrarmi. Il mio pensiero invece vaga in direzioni opposte, ha sete di verità e di conoscenza e si scontra con una realtà che vivo e sopporto applicandomi con lucida volontà e disillusa passione. La vita è un dono che sento di voler condividere, che a tratti mi esalta ma talora mi opprime. Conforto me stesso con pallide speranze e vorrei che questa strada che ho davanti non fosse infinita. Misuro le mie passioni contando i respiri e i battiti del cuore. Mi perdo e mi ritrovo in mille gesti quotidiani e indovino il futuro decifrando vaghe impronte di labbra sopra l’orlo di un bicchiere vuoto. Alzo la testa, guardo il soffitto e poi tutt’attorno, ignorando che a ogni ora il mio respiro inghiotte tre metri cubi d’aria. Vivo, sono vivo, cammino leggero dentro il mio Paradiso perduto, ma la vita rimane il mio credo. Ora una ciocca ribelle di capelli mi scivola sull’avambraccio e si posa senza rumore come le ali di una farfalla infatuata da una luce innaturale. Sono un angelo anch’io, un angelo vivo, patisco l’istinto di proteggere chi crede in me. Consolo le sue lacrime nascondendogli le mie e dipanando lentamente grovigli di frammenti di ricordi confusi. Il mio tempo si dilata e avvolge le mie ansie e le imprigiona in scatole dorate avvolte in carte meravigliose sigillate da nastri colorati appariscenti. Ho le dita che sanno di cioccolata, e sulle labbra ancora qualche briciola di grissino.

Io invece vivo qui, invisibile e senza peso, ma il mio mestiere è il più terribile di tutti. Recido senza tentennamenti i fili del destino e la pietà mi è sconosciuta. Sono solo anch’io, è questa la mia maledizione. Inghiotto speranze, disintegro illusioni, smorzo fiammelle tremule. Dove passo io spargo effluvi di privazione, di assenze. Sono l’angelo del dolore, lo so, mi esalto ma non ne vado fiero. Mi consola solo la certezza che dopo la vita c’è altra vita anche se qui, tra muri bianchi che riflettono bagliori soffusi, vagano solo ombre diafane di ignari viaggiatori dalle pupille rovesciate, vestiti di camici amorfi e senza bagaglio. Qui ogni sentimento è soffocato dalla rassegnazione. Questa è la verità che vado dispensando, che vado raccogliendo, e di cui fatalmente mi nutro.

Io invece volo libero nel cielo, liberato dal peso delle passioni. Salgo sui monti, discendo nelle valli, piroetto oltre le nuvole e mi immergo negli abissi del mare. Ricordo che un tempo la vita mi spezzò il cuore e mi rese immune dalle pene degli uomini. Forse il mio destino è ancora dentro quel libro di vetro lucente, chiuso, protetto da sette sigilli. Un libro che non ho mai aperto, né tanto meno sfogliato, perché non ne posseggo ancora tutte le chiavi. Rimango così, avvolto nel chissà, a vagare nell’ignoto, sperando che anche per me in questa lunghissima notte serena compaia finalmente una stella. Che mi doni la felicità di un desiderio esaudito.

Maggio, 2014