La vita e la maschera: da Pulcinella al Clown

La vita e la maschera
da Pulcinella al Clown

L’opera circense di Alessandro Kokocinski

Francesca Federica Fattorini

Fino al primo novembre la Fondazione Roma presenta a Palazzo Cipolla la personale di Alessandro Kokocinski. Artista poliedrico e versatile, da giovane acrobata equestre, ha dedicato tanta parte della sua produzione al tema della metamorfosi della maschera passando attraverso il mito, la finzione e la realtà. In mostra dipinti e sculture, installazioni, filmati e libri poetici che evocano i mondi circensi e teatrali in cui è cresciuto e gli eventi storici e politici di cui è stato testimone.

Alessandro Kokocinski, Volï tra le stelle (2013).
Alessandro Kokocinski, Il clown catturò il cielo (2014).

ROMA - La facciata di Palazzo Cipolla sul Corso è un tripudio d’immagini di clown colorati che accolgono il visitatore come nella tradizione circense, in cui è sempre il clown a fare gli onori di casa in allegria. Il testimone passa alla voce recitante di Sergio Castellitto con  La preghiera del Clown, che accompagna lo spettatore nella prima sala e lo introduce nel mondo grottesco delle maschere e nella visionarietà dell’artista. Quadri di grandi dimensioni, dipinti e bassorilievi, sculture, busti, installazioni e poesie, ovunque nell’aria, sui muri, sulle tele, sono i riferimenti del viaggio che il pubblico sta per compiere nell’universo artistico, tormentato e sublime al tempo stesso, di Alessandro Kokocinski.

«Il mio arrivo in questo mondo avvenne in un momento doloroso per l’umanità, ero figlio di guerrieri in fuga e di grandi dolori, ma allo stesso tempo di grandi ideali e speranze» dice Kokocinski nato in Italia, a Recanati, poco dopo la fine della II guerra mondiale da genitori stranieri (madre russa e padre polacco) i quali, in fuga dalle dittature europee, si rifugiarono in Brasile accolti da una comunità di Indios Guaranì.

Appena adolescente, Kokocinski fu affidato a un circo uruguayano con il quale visse e lavorò come acrobata con i cavalli. In questo periodo cominciò a disegnare trovando nell’arte, compagna fedele della sua vita nomade, l’espressione alla sua rabbia esistenziale. L’arte pittorica divenne anche il mezzo di denuncia politica man, mano che le persecuzioni militari dilaganti in America Latina sconvolsero gli equilibri sociali, spingendolo, di nuovo in fuga, verso l’Europa.

Le opere, esplosioni di colori e contrasti cromatici, sono la trasfigurazione della sua storia: l’esilio, la persecuzione politica, la discriminazione sociale, l’ingiustizia. Ma anche un omaggio alla storia dell’arte e ai grandi pittori. Inquietudine e dolcezza si alternano nei segni che evocano il realismo magico novecentesco dalla Russia all’Europa, al Sudamerica, tutte le terre cui l’artista è legato.

Polimaterici, policromatici, polisemantici, così possono definirsi i suoi lavori, ogni personaggio mostra il suo doppio, la vita e la morte, il bene e il male, in generale la dicotomia che caratterizza tutti i fenomeni.

Le tecniche adottate rendono le opere ruvide al tatto e alla vista, come ruvida è l’esperienza di vita di Kokocinski, ricca e drammatica, protagonista e testimone di eventi epocali della storia europea e sudamericana del secondo ‘900.

Come sopravvivere a tutta questa violenza? «Concedendomi anima e corpo al demone dell’azione creativa, testimone del nostro tempo da perfetto apolide» dichiara Kokocinski con la semplicità essenziale da Maestro, lui che giunse a Roma negli anni ’70 ed ebbe la fortuna di avvicinare e conoscere gli artisti e gli attori più in auge di quel fervente periodo, tra cui Pasolini, Moravia, Levi, Fellini, Gassman.

L’intera produzione artistica, intesa come opera pittorica e poetica, ma anche come allestimenti scenografici e teatrali, assurge a catarsi delle sue ferite interiori e lancia un messaggio importante alla società contemporanea, quello di vivere in un mondo “vero” togliendosi le maschere che si è messa.

È anche un monito al rispetto della dignità umana, condizione indispensabile al vivere civile, ma sempre in crisi per la poca comprensione e accettazione della diversità. Ecco che, in quest’ottica, la maschera assume il ruolo di mediatrice tra l’aspetto e la facies interiore dell’uomo. È per questo valore aggiunto che la Fondazione Roma-Arte-Musei, sensibile ai temi di promozione e creazione del valore come patrimonio collettivo, ha organizzato la mostra in collaborazione con la Fondazione Kokocinski.

Il percorso comprende settanta opere, alcune recenti realizzate appositamente per questa esposizione, suddivise per tematiche: l’Arena e il gioco del rovescio, Pulcinella eroe dell’antipotere e omaggio al teatro napoletano, Petruška la marionetta che difende la propria identità, il Sogno di Arlecchino e di Pinocchio, il Clown misterioso e spirituale, la Maschera interiore esortazione a vivere senza menzogna.

Protagonista indiscussa e comun denominatore di tutte le opere di Kokocinski è la cartapesta. Materia per eccellenza dell’effimero, elemento che dà corpo alla dimensione scenica, plasma le maschere teatrali, detta il confine tra finzione e realtà.

Nella forma plastica delle opere ha un ruolo di primo piano, nella poetica dell’artista tende metaforicamente ad assottigliarsi fino a svanire. Allora la vita e il teatro si sovrappongono, l’arena del circo diventa la strada su cui camminiamo, la maschera da alter-ego a ego, la marionetta si fa uomo e l’uomo burattino.

Pinocchio ha, così, la sua rivincita e denuncia la natura tragicomica del nostro mondo e dell’illusione in cui si vive. La forza di gravità sembra perdere le caratteristiche della sua natura, il cavallo liberatosi dal giogo si libra in volo trasformandosi in Pegaso, ma continua inesorabile a sorridere il clown, cinico e surreale, mentre rivela la consapevolezza amara del retroscena.

Ottobre, 2015