La Zampa del Drago

La Zampa
del Drago

Impronte nordorientali di mitiche fiere

Paolo Fiorindo

Fuori la bici e via, alla bersagliera! L’aria è tiepida, dalla nebbia esce pure il sole. Appena entro sulla spiaggetta della laguna del Mort, dal pertugio a destra della darsena, me impiante, cioè capisco che sarà più dura del previsto: la sabbia è molle, le ruote non girano, il sentiero è un lago e per giunta è sbarrato dal relitto che l’ultima mareggiata ha gettato per traverso impedendo totalmente il passaggio.

la Zampa del Drago nella Laguna del Mort (foto Paolo Fiorindo).

In compenso la bici è senza freni e poi, attraversando i sentieri della pineta, le frasche durante l’inverno devono essere cresciute, specie quelle spinose, perché passando mi frustano mani e viso. Ma tant’è, armi e cuori verso la meta! La via è piena di pozze ma il terreno in fondo è solido, niente sabbie mobili dunque. Venti minuti e arrivo in vista dell’arco d’alberi che fanno da ombrello al sentiero che porta alla spiaggia. Non sono solo, comunque: spunta da dietro una coppietta d’innamoratini stile Peynet (ma lui è alto il doppio di lei) e, davanti, appena oltre le punte delle strisce di scogli, un paio di pescherecci rombanti che trascinano freneticamente reti a strascico.

La spiaggia è la solita, selvaggia e ricolma di legname e immondizie sputati freschi freschi dall’ultima mareggiata. L’atmosfera è frizzante e, lo sento bene, un deciso magnetismo positivo trasuda dalla rena (effetto pila al litio nel caricabatteria insomma). Appoggio la bici senza freni ad uno scoglio, ispeziono la zona secondo le precise indicazioni della Sibilla e trovo l’impronta. Anzi due, come aveva riferito lei: «piccoline».

Fotografo ripetutamente la pietra scura, assistito dalla coppietta incuriosita (non da me, da altre cose: nel frattempo il ragazzo s’era addirittura spogliato rimanendo in slip rosse e s’era avvicinato temerariamente coi piedi all’acqua, ma una nuvolaccia proveniente da sopra Jesolo oscurò d’improvviso il sole e raffreddò repentinamente l’aria tanto che in un baleno il giovane aveva battuto in ritirata e s’era rivestito di tutto punto, cappotto compreso). Sulla spiaggia, ora, a vista d’occhio, siamo in tre. E tutti nel raggio di qualche metro, per cui spero che la coppietta non pensi che io sia sbucato proprio lì per fotografare giusto loro, magari mandato apposta da qualche partner geloso.

Comunque l’impronta c’è, trapezoidale, sembra quella di una papera giurassica di almeno un quintale di peso. Che sia di dinosauro, e se sì di quale specie, non saprei, non ne ho competenza, appena torno a casa chiamo M. del Gazzettino e gli passo la scoperta, patteggiando prima una mia citazione come scopritore.

Ma non mi sento soddisfatto, percepisco come un qualcos’altro che aleggia nei dintorni, una presenza... un bizzarro spirito del mezzodì che pare suggerire un vago «cercami, sono qui, trovami...» (oh, credetemi, quale nitida sensazione!). Così, anche per staccarmi, distanziarmi dalla coppietta languida e non importunare, distraendoli, i loro teneri sentimenti né impedirne le più libere effusioni (peraltro sino a quel momento affatto caste), raccolgo la bici e passo immantinente ad analizzare gli scogli della fila poco distante. Anche perché ormai m’è presa la psicosi dell’impronta: o del fossile, non è così raro rinvenirne anche di belli grossi e ben visibili sulle superfici delle migliaia di massi rovesciati in fila tra la sabbia e il mare. Proseguo, osservo, indago, fotografo. La giornata è tiepida, il paesaggio incantevole (se non fosse per il rombo dei pescherecci che vanno e vengono parallelamente alla riva). Le pozze d’acqua salata sono traditrici, ma per fortuna ho gli stivali al ginocchio e le attraverso senza bagnarmi.

Due file di massi più in là, in direzione del tramonto e dell’estuario della Piave, dove la lingua di spiaggia si va decisamente restringendo per via della vegetazione che l’invade, appoggio la bicicletta a una pietra semisommersa dalla sabbia. Affiancata da un’altra, bianchissima, che porta sul versante mattina un’impronta che a prima vista poteva sembrare un arabesco. Una specie di spina dorsale che termina con un’appendice ricurva, una sorta di pinna arrotondata. Oppure, se immaginata ruotata in senso antiorario, una zampa col suo bel ditone ricurvo a tre falangi e retrostante sperone. Grande almeno dieci volte quella di un tacchino. La misuro anche: settantasette centimetri.

Più bella della precedente, senz’altro, nitida e pure più turistica, anche se non troppo appariscente. Mi viene in mente che occorrerebbe farci un calco per meglio capire di cosa esattamente si tratti, se d’uno scherzo della natura o di un reperto buono e giusto per il museo di storia naturale. Nella parte centrale il solco che penetra nella pietra è bello profondo, tre quattro centimetri, e le fossette una a fianco all’altra sembrano rimandare più a una serie di vertebre che a un osso intero. Si potrebbe chiamare un esperto, naturalmente, e prima o poi succederà che qualcuno di estremamente competente in materia svelerà l’esatto significato di questa traccia, dissipando tristemente l’aura di mistero che la figura or ora trasuda. Ma intanto, giusto per tener allenata la fantasia, si potrebbe indire un concorso a chi la spara più grossa.

Ma andiamo con ordine: da dove arriva mai, ’sta pietra?

Dalla bella Lessinia, la zona montuosa tra l’alto vicentino e il veronese. Lì ci vivono i cimbri, popolo gotico d’origine tedesca, con la loro cultura arcaica e rigida anche nell’impronta religiosa, farcita di storie di orchi, folletti, diavoli e anguane. Antica terra di carbonai, di pietre e marmi pregiati, e non solo, quella dei cimbri dei tredici comuni del veronese e dei sette comuni del vicentino. Da Montecchio (di Giulietta e Romeo) a Gambellara (di Zonin), a Chiampo del beato Claudio, ad Arzignano (di Beltrame, illustratore della Domenica del Corriere, e del mitico Bepi de Marzi, musico raffinato, filosofo e autore di canzoni popolari) a Vestenanova, Badia Calavena, fino a Schio e Valdagno, dove per prime in Italia ebbero origine, grazie alla neonata industria laniero-tessile, le famiglie operaie mononucleo (e questo spiega tante cose del Nordest); per tacer di Malo (di Luigi Meneghello, tanto per citare qualcuno di lucido). E poi più su, fino ai confini del Trentino, da Sant’Anna a Erbezzo a Giazza, seguendo le vie che da Verona (la città di Luigi Bertaso e della Compagnia del Sipario Medievale) risalgono le valli come le dita di una manona posata da Vicenza al Garda.

Ciò premesso, anche in onore ai veronesi e ai vicentini che vengono a prendere il sole (con o senza scala) in questi lidi d’Eraclea che videro nascere i miei avi, mi piacerebbe pensare che uno di quei bestioni che popolavano quei monti impervi nella notte dei tempi si sia spinto lontano più da morto che da vivo, ritornando millenni e millenni dopo a rivedere da vicino quel mare osticum che allora, si suppone, poteva osservare solo dalle vette impervie, e tanto gli poteva parer assurda e innaturale quella liquida distesa azzurra e piatta, se mai le si fosse avvicinato tanto da lambirla. Come le reliquie dei Santi, le «ossa senza pace», che viaggiano più da morti che da vivi, anche l’impronta del Mort (e relativo masso) è stata traslata a suo tempo da ignari cristiani. Per un motivo meno nobile della venerazione, o d’una qualche richiesta d’intercessione presso le massime autorità celesti, ma pur sempre un buon motivo. Sorte ha voluto che la preziosa impronta che custodisce sia rimasta bene in vista, che se solo la pietra fosse stata posata diversamente l’avremmo perduta per altri mille anni (e spero solo che qualche bizzarro archeologo non si metta a remenare tutte le pietre degli scogli per trovarne altre marchiate d’arcane tracce zoomorfe).

Ma ritorniamo alla realtà. Ora, grazie anche a sofisticati aggeggi in mio possesso, in tempo reale, sto esaminando le foto scattate appena un’ora fa. L’impronta c’è, anche se dal vivo è più nitida. Se rovesciata potrebbe aver la forma d’un cranio trilobato alto una spanna, seguito da corrispondente colonna vertebrale che s’ingrossa e si spezza a circa la metà. Ma non è un fossile, ripeto a me stesso, è un calco, un’impronta laterale, tipo quando ti fanno i raggi alla gamba dal ginocchio in giù. Ed è ben impressa ma, a differenza dei fossili, è perfettamente vuota dentro.

Trasformo l’immagine al negativo. Così ottengo un positivo, e l’effetto calco è riuscitissimo: la zampa ora si vede bene, anche se si deve tener conto che la pietra che la contiene non è spaccata longitudinalmente come il calco in gesso d’una scultura. La zampa, o presunta tale, sembra proprio quella d’un grosso sauro volatile: mi vien da pensare ad uno di quegli uccelloni predatori preistorici visti nei film o nei cartelloni illustrati dei libri per ragazzi. Oppure, volendo rimanere nel campo della fantasia - il mio - la zampa potrebbe essere quella di un drago! E perché no, scusa, visto che davanti ne ho uno di plastica con le zampe tremendamente simili?

Il drago sta sullo stemma di Jesolo, era la sua antica palude (Dragojesolo) mi pare, e territorio di Jesolo è la lingua di terra del Mort. O almeno lo era, fino a quando la Piave scelse di andare diritta al mare per la via più breve. La palude del Mort è il vecchio corso della Piave, e la lingua di terra che la separa dal mare è Jesolo: compresa la spiaggia, la diga di cemento e i massi che formano i pennelli, le lunghe file di pietre gettate dentro il mare per difendere l’arenile dall’erosione, per salvare la spiaggia impedendo che le onde se la mangino e se la portino via.

Vuoi vedere che quelli di Jesolo quella volta il drago ce l’avevano davvero, e in un momento di eroica follia l’hanno catturato e se lo sono mangiato, in quel memorabile mesozoico pantagruelico barbecue che diede il via all’infuocato dionisiaco baccanale ancor oggi celebrato con la denominazione «griglie roventi»? E hanno buttato via gli avanzi, e l’osso di una zampa scarnificata ha lasciato la sua bella impronta sulla pietra?

Impossibile, quella roccia viene da un’altra parte, dalle montagne vicentine, dicono. E quindi il drago se lo sono pappato i magnagàti, e la zampa viene da laggiù. O per meglio dire da lassù, che tanto il drago vola e va dove gli pare, anche sopra quelle montagne che offrono anfratti e caverne ben più sicuri, per una bestiaccia dall’alito cattivo che vuol metter su casa, di quanto possa offrire una palude fetida e melmosa.

Già, la palude.

Il miasma, il fetore dell’acqua marcia ristagnante, la mala aria, a spuza da freschìn, in passato veniva indicata come il fiato del drago: lui dormiva nel profondo della melma e il suo respiro affannoso, il suo alito caldiccio, pesante, umido e pregno dei rigurgiti del suo stomaco (gas), sfiatava dalla terra e diventava nebbia. Calìgo, caìvo, talmente fitto e impenetrabile che rendeva inutili anche le torri di guardia o di vedetta, così che manipoli di pirati narentani, briganti traditori e assalitori nemici potevano arrivare a colpirti alle spalle in qualsiasi momento senza poter essere avvistati per tempo. Sarà per questo che la gente di qui s’è mantenuta di carattere sospettoso e guardingo e quando ti parla non ha perso l’antica abitudine di spostarsi impercettibilmente ma continuamente quel tanto che basta per poter tenere sott’occhio, come fanno pure l’airone e la garzetta, i trecentosessanta gradi dell’orizzonte.

Altra bizzarria? A nord della foce della Piave, mentre Caorle ha nello stemma l’angelo (per tacer di San Michele al Tagliamento), e Eraclea la croce bizantina (entrambi simboli cristiani), al di là del Fiume sacro alla Patria, Jesolo apre il bestiario col suo demoniaco drago. Seguito da Cavallino-Treporti con un’altra bella bestiola a zampe levate, per poi finire in gloria con la Dominante e il suo ruggente leone alato. Riciclato a simbolo di Marco, ma pur sempre nato Chimera e tutt’ora citato nelle formule d’esorcismo di papa Leone: «...satana è un leone ruggente in perenne agguato...».

Veditu mo, gira e rigira, si finisce sempre con una bella imboscata, e non mi sto riferendo alla pineta!

Sarà per questo che qui non desta particolare scalpore il fatto che, ancor oggi, i vigili siano allenatissimi a tendere agguati salatissimi a quegli automobilisti alieni che, cervello in vacanza, se la prendono sottogamba e parcheggiano l’astronave sotto il sole con la ruota posizionata addirittura diciannove millimetri al di fuori dello spazio consentito (che mascalzoni impuniti!). Sarà retaggio di millenarie epocali tensioni il fatto poi che in certe estati le tivù nazionali si rimpallino allegramente la notizia che in tale area balneare viene proibito tutto (perché quel tutto infastidisce tutti), compresi paletta rastrellino secchiello scavi costruzioni di sabbia (ma solo perché ultimamente l’edilizia è in sofferenza ed è utile avviare speditamente la gioventù ad altri meno inflazionati e più leggeri mestieri).

Per questo certuni preferiscono la libertà della spiaggia del Mort: lì dove non c’è divieto perché non c’è bisogno di permessi, beh, tutti sono tranquilli e non succede mai nulla. Puoi prendere addirittura il sole, fare il bagno, baciare l’amante, carezzare il cane (o viceversa) e giocare coi bambini vicino alla zampa del drago senza che ti faccia del male. ★

Giugno, 2013