Le Avventure del Marinaio Johnny

Le Avventure del Marinaio Johnny

Un vorticoso inizio (già prima puntata del romanzo d'appendice)

Luca Colferai
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Puntata Una

Capitan White e il Tesoro dei Circassi

Mar dei Sargassi, un afoso pomeriggio d’agosto dell’estate che fu. Lasciato il sommergibile alla fonda nella Baia delle Indomite Principesse, raggiunto il molo con il canottino a motore, entrai senza meno nel «Dolce riposo del marinaio e del ganzèr», la furatola di Cugino Michele, deciso a dar fondo almeno ad una cassa da dodici di cachaça. Non appena penetrato nel fumoso antro una voce squillante mi chiamò: «Sono qui – era Capitan White, il Corsaro Rosa – vieni, presto!»

Nella tremenda furatola rifugio di tutti malfattori delle onde turbinava la consueta frenesia.

Lo statuario John Matthews, il pirata diventato monumentale ballerina transoceanica senza perdere la virilità, danzava sul piccolo palcoscenico la sua danza dei Sette veli e dei sette mari, fremente di baffi e di bicipiti, occupando tutto lo spazio del boccascena. Tutt’intorno, sui tavoli bisunti, pirati e piratesse, cortigiane di tutti i sessi, preti spretati e suore barbute, nugoli di stuardi e spie in incognito dell’imperatore Carlobullo sventolavano bicchieri e boccali, trangugiavano scodelle di trippe, brodetti di pesce e casso pipa. Evitai gli sguardi bramosi degli zaffi e concupii di sfuggita alcune scollature vertiginose di dame non più vergini né mai integerrime, pungolato da un desiderio che non è facile estinguere dentro un sommergibile. Ma se Capitan White chiama, marinaio Johnny risponde. Mi fermai pertanto e soltanto al bancone scolpito dai denti e dagli zigomi di molteplici svergognati sbafatori non pagatori, i cui volti vengono di regola sbattuti sugli spigoli con determinazione da Cugino Michele fino a ricavare nel legno leggiadre figure di tritoni e di sirene, ammenoché non paghino prima. Con Cugino Michele ci baciammo vigorosamente sulle guance sudate e ci strizzammo reciprocamente e cerimoniosamente il capezzolo destro, uno ciascuno:

– Ti sta aspettando.

– Lo so che mi sta aspettando: mi aspetta sempre.

– Ma questa volta, più delle altre.

Cugino Michele sbatté un boccale di cachaça Bebedera sul bancone, ne ingollai metà alla sua salute, e metà alla salute di tutti i mari: se il Creatore avesse voluto la nostra rovina avrebbe fatto gli oceani di alcol etilico, non di acqua salsa. Mi avviai rollando e beccheggiando verso il separè dove mi attendo fremente il Corsaro Rosa. Io lo seppi, e lo so, che la cachaça Bebedera è tremenda: ne bevi un bicchiere, e tutto è posto; ne bevi un altro e tutto è sempre a posto; ne bevi un terzo e tutto continua ad andare a posto; e allora ne bevi un quarto, e tutto è ugualmente a posto. Solo che, se ti alzi, niente è più al suo posto. Anzi, sottosopra. Mi sedetti al tavolo del Corsaro Rosa, e bevvi, o bevetti, il primo boccale. Ordinandone subito un secondo.

Capitan White era in piena forma: parrucca alla Pompadour imbrillantinata e con lustrini, tre nei posticci, uno con un ciuffo di peli; la gabbietta con l'uccellino Storno tempestata di diamanti sulla panca, un bicchiere di rhum alla cannella e la pistola con le paillettes appoggiata con noncuranza sotto la mano destra. Sulle dita della sinistra dieci anelli variegati di pietre più o meno dure; aveva un rossetto nuovo, forse appena arrivato da Parigi. Non stava nella pelle, neanche nelle mutande.

– Ce l'ho, finalmente, ce l'ho!

Strizzò entrambi gli occhi bistrati.

Lo sapevo, che cosa aveva: la mappa del tesoro di Zane Cope, pace all'anima sua, il tremendo Re dei Pirati, l'Uomo dei Vagoni Piombati, il Maglio di San Maurizio, la Vendetta di Ogun (questi alcuni dei nomi che noi marinai dei Sette Mari usiamo per non chiamarlo con il suo vero nome, che tacerò anche qui). Erano decenni che Capitan White inseguiva quella mappa, sfidando gli sgherri del granitico Imperatore Carlobullo, gli scherani del dissoluto Conte Emile, gli zaffi dell'infido don Antonio de Jarola. La mappa del tesoro d'infinite ricchezze sottratte con l'astuzia, l'inganno, la frode, e anche un po' di violenza (ma a fin di bene) a Pope Vitali, un sedicente capo apostolico dolciniano assurto imprevedibilmente agli alti vertici della Compagnia delle Indie.

Capitan White prese la mappa, l'uccellino Storno cinguettò tre volte, io sgranai gli occhi e vuotai il secondo boccale di cachaça Bebedera appena ricolmato da padron Cugino Michele.

Eccola! - Gongolò il Corsaro Rosa.

Non ci vedo mica niente di più di un rotolo di pergamena – dissi – né più né meno degli altri dodici rotoli di pergamena che hai tirato fuori negli ultimi anni. Senza contare le mappe su papiro egizio della Fonte dell'Eterna Giovinezza, il rotolo crociato del Sacro Graal, la Bacchetta Rabdomantica dell'Arca dell'Alleanza e il Teschio di Cristallo di Stohenenge che hai comprato da Francisco De Andrea, il folle falsario detto l'Usignolo di Caracas.

Capitan White non fece una piega alle critiche; srotolò un breve tratto della pergamena arrotolata e quasi gridò per l'eccitazione: Ma questa è vera! Vera, ti dico: guarda il timbro numeratore nell'angolo in alto a sinistra, e il marchio a fuoco, e il sigillo in ceralacca.

Guardai. Non c'era dubbio. C'erano tutti i segni dell'autenticità. Tutti possono apporre un sigillo, alcuni possono marchiare a fuoco, nessuno timbrerebbe numericamente una mappa che deve restare unica e segreta, sono Zane Cope avrebbe messo tutti e tre i segni su un documento.

– È autentica – concordai sconsolatamente.

Capitan White, detto il Corsaro Rosa, mi baciò su una guancia, la sinistra.

– Srotolala.

– Come?

– S-ro-to-la-la! – La cachaça bebedera rende difficili certi movimenti linguali.

– Non ora, ora dobbiamo andare – Capitan White guardò circospettosamente qua e là.

– Allora andiamo! – La cachaça bebedera rende facili decisioni di cui pentirsi amaramente.

– Dovrai prendermi a bordo, oh mio Johnny!

– E la Regina di Cuori?

– Affondata

– Come, affondata? Non è possibile!

– Una storia lunga, ti racconterò, partiremo stasera all'imbrunire.

– Ma nel mio sommergibile c'è posto solo per me.

– Non importa, ci stringeremo. E tu mi aiuterai... oh mio marinaio.

Scattai sull'attenti: – Senza fallo, mio capitano!

– Raggiungeremo l'Isola della Foche senza scalo. Sbarcheremo e in men che non si dica disseppelliremo le casse piombate...

– Il tesoro sarà nostro!

– Sì, ma prima dobbiamo soccorrere il Principe Maurice

Lo guardai, mi guardò: ci guardammo.

Capitan White aggiunse: – È prigioniero di Don Antonio de Jarola...

Luglio, 2013

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