Le tre vergini di Maranza

Le tre vergini
di Maranza

Incontri con il trapassato remoto

Maria Luisa Pavanini

Allo sbocco occidentale della Val Pusteria, come su di un panoramico balcone soleggiato, c’è il piccolo paese di Maranza con la sua chiesa parrocchiale dedicata a San Giacomo e alle tre Vergini. Forse una delle ultime personificazioni dell'antichissima triade materna venerata in Europa forse fin dal paleolitico.

L'altare con le tre Vergini e san Giacomo nella parrocchiale di Maranza (foto MLZ).
L'affresco di San Cristoforo nella parrocchiale di Maranza (foto MLZ).
La parrocchiale di Maranza (foto MLZ).
Antiche lapidi e crocefisso ligneo a Maranza (foto MLZ).

MARANZA/MERANSEN — Qui sono in vacanza per una settimana e c’è anche Agata, mia nipote, che il secondo giorno mi ha chiesto se eravamo in Italia perché gli abitanti del paese parlano in tedesco, ma capiscono benissimo l’italiano.

Maranza si trova lungo la diramazione di un antico sentiero di campagna, che partendo dalla Carinzia si snoda attraverso la Val Pusteria fin verso la Svezia e la Francia.

Questa è la ragione per cui la chiesa è dedicata a San Giacomo, patrono dei pellegrini. Oltre a San Giacomo vengono venerate anche le tre vergini: Aubet, Cubet e Guere, forse personificazione di una triade materna celtica venerata in Renania. Citate in un documento del 1382, nel sedicesimo secolo il loro culto fu ufficializzato con bolla papale e i loro nomi vennero parzialmente romanizzati come Ampet, Gaupet, Gewerpet.

Nella piccola chiesa le tre graziose sante appaiono su di un altare laterale, tre sculture lignee colorate e con la corona in testa.
Secondo la leggenda erano tre principesse fuggite sui monti per non essere catturate dagli Unni. Dapprima raggiunsero il paese di Lazfons ma, nonostante le loro buone opere, vennero ingiuriate e cacciate.

Proseguirono il cammino ed affrontarono con coraggio la salita che porta a Maranza. La calura e la fatica le fiaccarono così tanto che, sentendosi mancare, pregarono Dio e all’improvviso da una roccia scaturì uno zampillo d’acqua fresca e dal terreno spuntò anche un ciliegio che offrì loro ombra e frutti.

Per secoli vennero invocate durante la siccità. Sono anche chiamate consorelle di Sant’Orsola e mi piace pensare che esse, una volta allontanatesi da Maranza , per proseguire il loro cammino, si siano unite al fitto stuolo di vergini martiri che seguono Sant’Orsola come è rappresentato nel famoso telero del nostro Vittore Carpaccio alle Gallerie dell’Accademia.

Sulla facciata della chiesetta è affrescato un poderoso San Cristoforo (immagine comune in molte chiese montane) forse perché, in passato, molti erano convinti che vedere San Cristoforo impedisse alla morte di venirti a prendere quel giorno.

Presso l’alluce del dipinto di San Cristoforo di Maranza si intravvede un buco scavato con le dita. Le donne di Maranza, fino a poco tempo fa, vi tenevano sotto i loro fazzoletti e con la croce del rosario scavavano un po’ d’intonaco.

Si pensava infatti che, grazie a questo particolare accorgimento, l’impasto dei dolci lievitasse meglio e i krapfen fossero più buoni. ★

Gennaio, 2014