Le voci del lago

Le voci del lago

Paolo Fiorindo

Parlano sottovoce, ascoltano altre voci raccontare i peccati di fame e di miseria di chi per sopravvivere ha dovuto subire e sopportare con Santa Pazienza (in maiuscolo, perché è pur sempre la madre di San Lorenzo) le angherie dei padroni. Infine danno qualche piccola penitenza, al massimo da recitare l'atto di dolore, o qualche manciata di pater ave gloria, la Tredicina del Santo o, nei casi più gravi, i misteri del rosario alla sera per una settimana.

Il laghetto di Sant’Anastasio (foto Paolo Fiorindo).

Poi recitano la breve formula dell’assoluzione e si ritirano per l’Angelus e il Si Quaeris, le preghiere della sera. La benedizione del cibo e poi la compieta, prima del ritiro per la notte nella cella, in compagnia dei diavoli della notte che li attendono in agguato macchiando i muri di lugubri ombre scure. E poi il silenzio dell’agonia degli insonni, fino al primo rintocco di campana dell’alba che annuncerà un giorno in meno nell’abisso della vita. Sì, perché quelle ctonie voci ansimanti, che sembrano provenire dall’aldilà, alitano di morte.

Voci e ancora voci, echi lontani dell’officiare i riti della fede: frammenti comprensibili a stento di discorsi teologici complicati e di sussurri ironici e sagaci, di inni gregoriani prolungati e sommessi, riverberi fluttuanti di responsori e litanie. Voci gioiose se celebrano battesimi o matrimoni, più tristi per i rosari e i funerali.

Lì, dentro il lago di acqua morta circondato dal boschetto umbratile, decorato da canneti, code di gatto, ninfee e da una piccola piantagione di calle, in profondità, ci sono i frati. Con la loro chiesetta, il campanile e il convento. Le loro antiche voci salgono dal profondo e generano piccole onde lente e colorate di mille tinte sporche di turchese e azzurro. Orde di bambini chiassosi, figli della campagna, sbraitano, saltano e giocano dappertutto. Giochi vivaci di agilità e forza, di intelligenza e furbizia. Giochi anche pericolosi, tra fossi, alberi, siepi, orti, canali e la miriade di insidie celate dalle antiche ville padronali, circondate da alte mura chiuse da catene e lucchetti, e vecchie case contadine in rovina sventrate dagli alberi cresciuti nelle barchesse, tra vitigni assolati di uve pregiate e rottami arrugginiti di carri abbandonati.

Lì, nel laghetto vicino all’autostrada, a pochi metri dall’argine della Livenza i bambini non ci sono mai andati, a giocare, neanche quelli che oggi hanno superato gli ottant’anni. Perché avevano paura delle voci dei frati. Lì, nel fondo del laghetto di Sant’Anastasio, costeggiato a est dal guard rail della strada che da san Stino porta a Cessalto, a tutt’oggi ci sono ancora i frati, sommersi dall’acqua. Col loro orto, la colombaia, il pollaio, la vigna, la stalla. Ogni tanto, a fine primavera, si sente ragliare per tutta la notte l’asino innamorato. E ai frate dispiace, perché la mattina seguente diventa intrattabile e non c’è verso di fargli tirare il carretto per andare alla questua. C’è chi dice di averlo visto, l’asinello, pascolare l’erba legato a un arbusto ai piedi dell’argine della Livenza. Ha il pelo grigio che sembra abbia appena preso la pioggia e gli occhi disperati grigio chiaro, color dell’acqua dei fossi.

Qualche cormorano, qualche airone di palude si calano, ogni tanto, sul lago. I cormorani si appoggiano sopra le ninfee più grosse e si asciugano le ali aprendole al sole; mentre gli aironi camminano a lunghi passi eleganti nell’acqua poco profonda vicino alla riva scrutando in basso per cercare rane e insetti. Le gazze e le ghiandaie li osservano da lontano, ma sono più preoccupate a guardarsi dal falco pellegrino, il predatore che ogni tanto aleggia in zona. Poi però si alzano in volo tutti quanti assieme, all’improvviso, come spaventati da qualcosa di invisibile. È il rintocco della campana del mezzogiorno. Assieme alle voci dei frati oranti che escono dalla chiesa cantando, in processione, diretti al refettorio per il desinare.

I frati, la chiesetta, il convento, le voci sommesse e i canti che salgono dal profondo dell’acqua del laghetto: questa è la leggenda che si racconta e si tramanda sottovoce, da generazioni, con reverenza e timore d’altri tempi. Qui, nella bassa liventina dove nascono le nebbie anche in agosto, tra autostrada e ferrovia, in mezzo alla distesa dei vigneti di uve pregiate dati in affitto, a una manciata di chilometri dalla statale e dalle fabbriche delle zone industriali dove vanno e vengono i tir stracarichi di semilavorati e prodotto finito.

«Nessuno ha mai avuto il coraggio di fare il bagno dentro al laghetto, nemmeno i ragazzi più esuberanti che vanno a tuffarsi nudi nel canale... Hai presente il rimbombo lontano delle campane? Quel rumore sordo e ovattato, che proviene da sott’acqua?»
«No...»
«Io sì, abito lì, davanti al lago... la vedi quella vecchia casa gialla che sembra disabitata, nascosta oltre le siepi? Ogni volta che sento il suono della campanella che emerge dall’acqua mi vengono i brividi... vuol dire che sta cambiando il tempo, che verrà su il vento da garbìn e pioverà. Se il suono è più forte allora minaccia tempesta...»

Luglio, 2016