L'ultima missione della Vacca

L'ultima missione della Vacca

Gemone di Velieronero d'Oltremare
Sans Terre - Alessandra Catalioti per Gemone di Velieronero d'Oltremare
L'Ultima Missione della Vacca - Illustrazione di Alessandra Catalioti

all'amico Marco Usai

È freddo.

C'è freddo in quel grigio!

La tela rivestente il mezzo che ci riportava a casa subiva il tiro d'infilata della contraerea crucca.

Ambedue i lati della fusoliera del vecchio e nostro Caproni Ca. 133 vennero bucherellati dai proiettili che ci volevano a terra. Preferibilmente senza più vita.

I colpi nemici che facevano centro, si convertivano in suoni sordi ed argentini. Quest'ultimi s'abbattevano, rabbiosi, contro la copertura in tubi d'acciaio del corpo principale dell'aeromobile. Altro grigio violò la carlinga e le semiali (con anima in legno) montate alte e a semisbalzo: collegate allo chassis a mezzo di montati tubolari (anche questi d'acciaio) e tiranti.

Cadde, il nostro Icaro, cercando, prima, di evitare l'intemperanza disotto. Uno dei tre motori, difatti, ci lasciò... e La Vacca (come familiarmente veniva chiamato dai piloti) virò a sinistra per sfuggire al clangore ruggente dei pezzi d'artiglieria. Planò con grazia d'uccello su un agglomerato di sughere. Non toccando le sterpaglie. Come se volesse ancora provare uno slancio verso l'etere d'azzurro sgombro.

E noi dentro. Feriti. Spaventati. Ci schermivamo ancora da quell'assalto. In cuor nostro pregavamo l'Altissimo di risparmiarci. Gridavamo aiuto!! Cercavamo di tamponare i rivoli di sangue che fluivano copiosi. Provando a metterci in salvo... E loro, i tedeschi, s'avvicinavano velocemente a modo di truce torma per forse finirci o catturarci. Chissà!

Questa è la Guerra! — che fa spegnere le voci dandole in pasto allo sconforto (gelido) e alla rassegnazione (inzeppante). Ci si dimentica di essere uomini. Di essere vivi. Si ripetono alla noia gesti meccanici. Ubbidire. Servire. E tutto senza un apporto intellegibile. Siamo ciechi. Ammazziamo per motivazioni che nemmeno conosciamo. Spesso manco capiamo i bollettini dello Stato Maggiore così irriverentemente cinico. Siamo delle pedine. E dobbiamo marciare... Qualche ideologo, in mezzo a tanti armati, c'è. Ma chi ci dice che egli non stia replicando (anche senza accorgersene) una fede svanita? Infuria il nostro redivivo sentimento di fame. Siamo dei lupi in cerca di una pista proficua. Aneliamo il rosso! E la nostra dignità di essere umani è passata: un fiore vizzo addossato all'orlo sbreccato di una bottiglia. Non siamo niente. Ci appiattiamo su un terrapieno ostile per scansare una granata sapendo di aver già perduto le abitudini civili d'un tempo. E allora perché continuare a vivere? Perché questo è il nostro atavico istinto. Uccidere e sopravvivere.

Radio Algeri ci consegnò una speranza, uno straccio d'alternativa da tutto questo, l'8 di settembre. Il Re fuggì al Sud come un bianco Borbone incalzato dai cittadini lasciandoci senza ordini; trovando, laggiù, protezione americana. Calca. Caos. Confusione. Scaglionamento di disperati. Avevamo voglia di casa e di metterci in salvo dai tedeschi, ma una vocina incolore dentro di noi ci diceva che eravamo ancora soldati.

Che fare?

Tutti sardi, noi: che cercavano di mettere in sesto un vecchio e abbandonato trimotore (residuato bellico) della guerra d'Etiopia. Oltretutto non c'era posto per tutti coloro che volevano sollevarsi – con esso – dalla corsa di decollo. L'equipaggio definitivo si compose da: l'aviere scelto Ruggiu (Cossoine), l'aviere scelto aiuto marconista Mannu (Cossoine), l'aviere scelto Piretta (Sedini), l'aiuto motorista Cogotti (Cagliari), l'aviere scelto armiere Loria (Alghero), sergente del ruolo servizi Fois Alghero), l'aviere di leva Racis (provincia Cagliari); infine io, pilota sottotenente Sotgia (Pattada).

Tutti operativi all'aeroporto di Peretola comandato dal tenente colonnello Morbidelli — comandante del 14.esimo stormo assalto. Dopo l'Armistizio egli lasciò l'aeroporto per ricevere in Roma istruzioni sul da farsi.

Ecco quindi il caos e noi che ci trovammo in preda al più pressante ed orrendo panico. Per fortuna potemmo contare sul Monoplano!

A dire il vero, di prima intenzione volevo raggiungere Pattada e atterrare dentro una valle (dappresso) tramite un monoposto. Susseguentemente mi lasciai convincere e persuadere dagli altri a riesumare il vecchio Caproni che giaceva, immobile, nel cimitero degli aerei, vicino al campo d'aviazione.

Volevamo dirigere le eliche verso la Sardegna! Constava della cabina di pilotaggio (due posti) e della carlinga (sei posti in toto). Più in fondo una botola (aperta) che servì per il rilascio delle bombe da alta quota: in passato.

Ruggiu e Piretta si occuparono dell'ossatura del rottame: carlinga, carrello, flap, alettoni, cloche. L'aiuto marconista Mannu della radio: ma non c'era! mancava pure l'altimetro ed il motorino d'avviamento. Cogotti riuscì a procurarne uno. Morale: riuscimmo a metterlo in moto. Aggiuntisi, infine, Fois, Loria e Racis... decollammo, tirati via i tacchi dalle ruote, prendendo velocità su una pista in terra battuta; si alzò non senza difficoltà. Per evitare che il muso del velivolo puntasse terra ordinai di gettare dabbasso il superfluo. Vicino a me, in cabina, prese posto l'aiuto motorista.

Non mi sentivo sicuro, e nemmeno i miei compagni d'avventura. Il vecchio aeroplano ce l'avrebbe fatta?

Su due panchette speculari (quasi quasi si potevano definire brande) si sedettero: a destra Piretta, Racis (da poco uscito dall'infermeria) e Ruggiu; sulla sinistra Mannu, Loria e Fois.

Ci allontanammo sempre di più dall'ombra dell'apertura alare di ventun metri e oltre.

Tutti avevamo l'uniforme estiva, il caldo non ci opprimeva.

Terra e mare. Tanto mare dalle increspature oleose e placide. Mare profondo, arato chissà quante volte dai civili e dai pirati macchiatisi di ladroneria... Poi apparve la Corsica. (Volavamo a pelo d'acqua). E la Terra! si prospettava vicina. Ignari degli accenti freddi da rivoluzione industriale ed espressioni scabre da realismo sporco che ci aspettavano di sop-piat-to.

Certo, allora, noi soldati non conoscevamo con esattezza la situazione bellica italiana. Le nostre divisioni erano tecnicamente incapaci ad opporsi all'aggressore teutonico: armato di tutto punto. Ancora avevamo pregna la mente del mito Romano; e scritte come queste venivano tracciate sui muri «Il mio onore, il mio amore, la mia vita non valgono la mia patria»… Oramai, purtroppo, eravamo sull'orlo di uno scapicollo: da quando Badoglio (Capo di Governo) ci aveva comunicato, via radio, la resa incondizionata della nostra Nazione al generale Eisenhower (Comandante in capo delle forze alleate). Molti dei nostri, lasciati senza disposizioni militari, vennero catturarti dal nemico.

Ecco la Sardegna! La scorsi navigando a vista.

Noi piloti percepiamo l'aereo come un'estensione dei nostri arti e sensi. Ci sentiamo liberi. Da sempre l'uomo invidia gli uccelli. Lassù la nostra fede è edonista.

Sopra il Golfo di Olbia notammo un aereo disposto di traverso sulla pista dell'aeroporto: chiaro segno che non eravamo benaccetti. Decidemmo di proseguire il viaggio verso Chilivani: nodo ferroviario che avrebbe consentito a tutti di rientrare a casa. Visibile Monte Santo, fu facile orientarmi. Felice di essere al sicuro feci un passaggio basso sopra il treno, ottenendo come reazione non voluta far scappare uomini e donne... Dipoi arrivarono i millimetri di piombo tedeschi che diedero di piglio alle loro mitragliatrici. Fui colpito ad un piede. Gli altri furono feriti. Mentre Il povero Racis si presentava agli occhi atterriti dei suoi commilitoni con una grande ferita che dalla fronte correva fino all'orecchio. Sangue!

Tentai un atterraggio di fortuna. Spranggg!: dentro ad una tanca s'arrestò la nostra avventura aerea. Riuscimmo tutti a balzare fuori. Grazie al cielo il velivolo non prese fuoco! L'avevano ridotto ad una gruviera. Decisi di restare con l'aviere Racis e incoraggiai i miei compagni a mettersi in salvo: i tedeschi ci catturarono tutti. Per fortuna arrivarono susseguentemente i Nostri. Gli italiani dopo una lunga trattativa convinsero i nemici di consegnarci a loro per essere trasportati al più vicino ospedale. Senza di essi ci avrebbero freddati sul posto.

In ospedale mi fu rimossa la scheggia di un proiettile dal piede. Purtroppo lo sfortunato Racis non ce la fece. Anche questa volta Atena occhio azzurro pretese un dono funebre. Per i sopravvissuti niente crateri colmati di vino ma ferite insanguinate.

Difficile. Fino ab antiquo l'uomo ha uno spirito guerrafondaio. Difficile non nascere in una generazione di pace. La cotta difensiva non ci risparmia dalla morte o di arricchire la pratica medica.

Sono stato un sottotenente italiano durante il secondo conflitto mondiale... e non rammento allori o decorazioni, solo urla, pianto e nero ferale. Mi perseguitano i fantasmi della Guerra. Lacrime che mi cadono per delle vite spezzate anzitempo. Svegliarsi di soprassalto nella notte cupa credendo di essere ancora là. Non si dimentica mai. Non si dimentica! Sono un Sisifo che trasporta il masso.

Trascorso molto tempo dai fatti raccontati: un giovane pilota d'ultraleggeri di Sassari: Raffaele Meloni*, con il suo amico, un comandante d'aviazione civile, Marco Usai, si recarono presso Mores per tentare di convincere un proprietario del luogo a farsi dare una fetta di terreno, per tracciarvi una pista di volo. Là tra un bicchiere di vino e delle portate saltò fuori la storia di un avanzo d'aeroplano: il proprietario terriero si ricordò che da bambino, il padre trascinò, con dei buoi, fuori dai suoi campi, la struttura metallica di un relitto che era stato tirato giù proprio in quella zona. L'intento era quello di smontarlo in una pletora di pezzi tutti servibili (in campagna non si getta via niente). Quando Raffaele mi contattò perché aveva collegato quell'ammasso di ferraglia al mio Caproni, fui colto, a prima giunta, da una forte emozione! Inoltre lo stesso uomo gli disse che esisteva ancora un pezzo dell'aereo. Venne usato a mo' di scheletro di pinnetta (capanna) e per appendi agnelli e porcetti.

Andai a vedere col mio giovane amico ciò che rimaneva.

Lo rividi e lo toccai con una certa commozione. Ero felice. Ripensai alla vita spenta prematuramente di Racis e a tutti coloro che si salvarono assieme a me. Ero felice. Uno strumento offensivo era stato cangiato in qualcosa di utile. Chiusi gli occhi e li apersi con un gaudioso sorriso!
Regalai a Raffaele la ruota della Vacca che era stata riciclata come braciere, la mia cintura in acciaio del paracadute e uno strumento di navigazione: un direzionale giroscopico. Sopra ci avevo inciso, molti anni prima: «Cielo di Chilivani, 12 settembre 1943. Sottotenente Sotgia».

* [Ricerche storiche svolte dal Signor Raffaele Meloni] NdA.

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Aprile, 2013