L'unica volta in Italia di Billie Holiday

L'unica volta in Italia
di Billie Holiday

Un anniversario dimenticato

Roberto Bianchin

Ricorre in questi giorni il sessantesimo anniversario del primo, unico, ultimo e memorabile concerto di Billie Holiday in Italia. Accadde il 9 novembre del 1958 in un piccolo teatro per marionette, il Gerolamo di Milano, e fu un trionfo. Ma solo pochi giorni prima la più grande cantante di jazz mai esistita era incappata in un fiasco colossale ed era stata protestata dall'impresario al Teatro Smeraldo, sempre a Milano, dove era stata inserita come riempitivo in uno spettacolino di varietà senza pretese per un pubblico molto di bocca buona. Il ricordo del celebre critico e storico del jazz Arrigo Polillo che era presente a quel concerto.

Billie Holiday (fonte:Sicilia24ore).
Mal Waldron (fonte: Mixcloud).
Arrigo Polillo (fonte: Blogfoolk).

MILANO – “Sadie Fagan, mia madre, mi volle bene fin da quando non ero per lei che un mucchio di calci nelle costole mentre strofinava pavimenti. Andò all’ospedale e si mise d’accordo con la direttrice. Le disse che per pagare l’assistenza per sé e per me era disposta a pulire per terra, per un certo periodo, e che avrebbe fatto la serva anche alle altre bagasce che andavano lì a partorire. Quel mercoledì 7 aprile 1915, quando io nacqui, la mamma aveva tredici anni”.

Si racconta così nella sua cruda autobiografia “Lady sings the blues”, Billie Holiday, la più grande cantante della storia del jazz. Violentata a dodici anni, schiava di alcol e di droghe pesanti, morì a quaranta tre anni di cirrosi epatica. Cantò una volta sola in Italia. Il suo concerto a Milano fu il primo, unico e ultimo concerto italiano della sua carriera. In questi giorni ricorre il sessantesimo anniversario di quel concerto formidabile. Era il 9 novembre 1958.

Andò così. Billie era già verso la fine della sua tribolatissima esistenza. Era in tournée in Europa (la sua ultima, e peraltro trionfale, tournée), ed ebbe la disgrazia di venire scritturata da un impresario italiano che trattava per lo più numeri di attrazione per spettacolini di varietà e di avanspettacolo. Probabilmente non sapeva nemmeno bene chi fosse Billie Holiday, tant’è vero che, invece di organizzarle un concerto vero e proprio, si limitò a inserirla, insieme a un altro cantante, Fausto Cigliano, e a giocolieri, ballerinette e fantasisti, nel cast di una mediocre rivistina in cartellone al cinema-teatro Smeraldo, oggi scomparso (c’è Eataly al suo posto), che all’epoca era un teatrone che proponeva spettacolini senza pretese, ed era frequentato da un pubblico molto popolare.

“Non so in quanti andammo ad ascoltarla la prima sera –racconta il critico jazz Arrigo Polillo- certo eravamo in pochissimi in teatro a sapere chi fosse Billie Holiday. Gli altri del pubblico pensavano di trovarsi dinanzi a una delle tante fasulle “attrazioni internazionali” che negli spettacoli dello Smeraldo si sprecavano”. Polillo ha raccontato quella serata nel suo libro “Stasera Jazz”. Scrive: “Per quanto ricordo, Billie cantò pressappoco come faceva sempre nei suoi ultimi dischi: non era più, beninteso, la favolosa “Lady Day” di “Strange Fruit”, ma era pur sempre una più che notevole cantante di jazz. Fatto sta che il pubblico non la capì affatto”.

Quando è entrata in scena Billie Holiday e ha iniziato a cantare accompagnata dall’eccellente pianista Mal Waldron e da un’orchestrina di fossa “su cui è persino inutile infierire –scrisse Polillo su “Musica Jazz”- è successo il finimondo. La voce acre, le inflessioni volutamente distorte di Billie sono state scambiate per il farfugliamento di un’avvinazzata. Si è capito subito che non sarebbe stato possibile giungere alla fine del “numero” e men che meno della scrittura. Billie aveva appena terminato la quinta canzone che fu pregata dal presentatore di lasciare il palcoscenico (su cui non ricomparve più perché fu protestata). Al pubblico fu detto che non stava bene”.

Ma i più accesi jazzofili milanesi non si dettero pace per quanto accaduto. La sera dopo, tre o quattro suoi ammiratori, tra cui lo stesso Polillo, si recarono all’hotel Duomo, dove Billie era alloggiata, per confortarla in qualche modo. Lei fu riconoscente, e accettò la loro compagnia per la serata. Loro l’accompagnarono in un locale che si chiamava “Taverna Messicana” ad ascoltare del jazz italiano, poi andarono a casa di Mario Fattori, un pubblicitario innamorato del jazz, a bere qualcosa.

“Billie non era di grande compagnia –ricorda Polillo- di tanto in tanto la sorprendevo a fissare intensamente il vuoto o qualche punto del muro. Spesso, ascoltando la musica degli altri (quella del complessino della Taverna Messicana, oppure un disco di Sinatra, che volle ascoltare a casa di Fattori), la riprendeva subito per canticchiarla a sua volta, distorcendone la melodia in quella sua inconfondibile maniera. Per il resto, rispondeva alle domande che le venivano rivolte, ma non faceva certo conversazione. Era una donna amara, risentita. Non ricordo di averla mai vista sorridere”.

Ma fu proprio quella sera un poco triste a dare a Fattori l’idea di organizzare per lei, insieme a Pino Maffei, uno spettacolo riparatorio a cui potesse assistere la “fine creme” degli appassionati del jazz milanese. I due si misero a cercare una sala che fosse disponibile. Alcuni giorni dopo affittarono il Gerolamo di Piazza Beccaria, un minuscolo teatrino destinato per lo più agli spettacoli di marionette, e fecero girare la voce tra gli amici.

“Quella sera del 9 novembre –ricorda Polillo- le strutture del teatrino furono messe a dura prova dalla folla che lo riempì; eppure le balconate “a prova di bambino” ressero bene. Quanto a Billie, si impegnò a fondo, e diede uno splendido, commovente, recital. Il pubblico le tributò ovazioni trionfali. In quel teatrino così piccolo ciascuno aveva l’impressione di poterla abbracciare. E sembrava che volesse farlo”.

Sei mesi dopo Billie Holiday si spegneva nel letto di un ospedale di New York. Era in stato di arresto per possesso di stupefacenti. Davanti alla sua camera avevano messo a piantonarla un poliziotto.

“Gli alberi del Sud producono uno strano frutto,
sangue sulle foglie e sangue alle radici,
un corpo nero che ondeggia nella brezza del Sud,
uno strano frutto che pende dai pioppi
una scena pastorale nel valoroso Sud,
gli occhi sporgenti e la bocca storta,
profumo di magnolia dolce e fresco,
e d’improvviso l’odore della carne che brucia.
Qui c’è un frutto che i corvi possono beccare,
che la pioggia inzuppa, che il vento sfianca,
che il sole marcisce, che l’albero lascia cadere,
qui c’è uno strano e amaro raccolto”.

(Strange Fruit, 1939, dedicata a due ragazzi di colore, Thomas Shipp e Abram Smith, massacrati di botte e impiccati a un albero di Marion, Indiana, nel 1930).

LA PAGELLA

Billie Holiday. Voto: 9

Ottobre, 2018