L'universo erotico di Aloïse

L'universo erotico
di Aloïse

Il Teatro Universale di una straordinaria pittrice
affetta da schizofrenia

Enzo Bordin

«Ho creato un teatro e credo proprio che non che non ce ne sarà mai un altro di uguale». A ribadirlo è Aloïse (o Aloyse), la figura femminile più fascinosa ed emozionale dell'Art Brut, le cui grandiose creazioni pittoriche sono rappresentate su più fogli di carta da pacchi cuciti tra loro con fili di lana fino ad ottenere supporti anche di dieci-quattordici metri.

Aloïse, Napoléon III à Cherbourg, particolare (1952-1954, © Collection de l’Art Brut, Lausanne).
Aloïse, Napoléon III à Cherbourg (1952-1954, © Collection de l’Art Brut, Lausanne).
Aloïse, Montreuse de tableau dans la bannière de Montreux (1941, © Collection de l’Art Brut, Lausanne).
Aloïse, Mme Cotty - bracelet retrouvé (1954, © Collection de l’Art Brut, Lausanne).
Aloïse, Mythe Atalante lance des pommes d'or (1946, © Collection de l’Art Brut, Lausanne).
Aloïse, senza titolo (1946-1947, © Collection de l’Art Brut, Lausanne).
Aloïse, foto di Henriette Grindat (1963, © Collection de l’Art Brut, Lausanne).

LOSANNA — Come quelli appesi nell'atrio del museo dell'Art Brut (grezza) di Losanna, dove si può ammirare il Teatro Universale di una straordinaria pittrice affetta da schizofrenia ma dotata di un talento naturale eccelso. È una dei tanti altri artisti di talento rinchiusi in manicomio e privati del loro cognome.
Ciò nonostante, l'estro creativo si è preso una clamorosa rivincita su una mediocrità fatta passare per normale. Nel caso specifico di Aloïse, ci troviamo ad ammirare un sublime delirio erotico dipinto coi gli sgargianti colori della passione che toccano le corde più intime dell'anima suscitando una cascata di emozioni.

Aloïse Corbuz (queste le sue generalità complete) nasce a Losanna nel 1886 da padre dedito all'alcol e da madre che mette al mondo cinque figli con casta malinconia, vista la situazione. Muore quando Aloïse ha appena undici anni. Da quel momento la conduzione familiare viene garantita dalla sorella maggiore, Marguerite, soggetto dal carattere dominante e di una rigidità mentale che la porta ad entrare subito in conflitto con la duttilità intellettiva di Aloïse, dotata di alcune marce in più rispetto a lei. Ciò la rende acrimoniosa ed invidiosa, fino ad arrivare al punto di rendere irrealizzabile il grande sogno della sorella: quello di fare la cantante lirica, in virtù della sua bella voce.

Tale rinuncia procura ad Aloïse un senso di sofferenza e di prostrazione destinato ad incidere profondamente nelle sua psiche, anche se fa di tutto per non lasciar trasparire questo suo travaglio interiore. Riesce a criptarlo per anni, a tenerlo sopito e nascosto continuando a studiare con profitto fino al 1906, quando ottiene la maturità.

Divenuta istitutrice, frequenta una scuola professionale di sartoria e svolge lavori saltuari in un pensionato di Losanna. Ma nel 1911 è ancora la sorella-padrona Marguerite a procurarle un altro dolore lancinante: impone ad Aloïse d'interrompere ogni rapporto con un ragazzo che ama.

A quel punto le loro strade si dividono: Aloïse lascia la Svizzera ed emigra in Germania. Dapprima fa l'insegnante privata a Lipsia, poi a Berlino e infine a Potsdam, presso il cappellano del kaiser Guglielmo II.

La giovane svizzera s'innamora perdutamente dell'imperatore, sognando notte su notte una sfilza di passioni immaginarie e struggenti nei suoi confronti. Gli scrive addirittura svariate lettere, peraltro mai arrivate a destinazione. Ciò nonostante la sua ardente carica libidica per lui rimane sui toni accesi.

L'insidia è però dietro l'angolo. Nel 1914, con lo scoppio della seconda guerra mondiale Aloïse deve tornare a Losanna, in un ambiente familiare divenuto per lei insopportabile. Ciò produce effetti catastrofici alla sua salute mentale. All'improvviso Aloïse assume un rapporto trabocchevole nell'esprimere idee e sentimenti legati alla religione, al pacifismo e agli aspetti umanitari che già a quel tempo cominciano a lievitare.

I familiari colgono in questi suoi atteggiamenti fuori misura un fanatismo inquietante e deviante. In realtà non riescono a gestire la singolarità di Aloïse: ogni suo gesto appare ai loro occhi fuorviante. Pertanto nel 1918 la fanno internare nel manicomio di Cery-sur-Losanne. Nel 1920 viene trasferita nella Clinique de la Rosière a Gimnel-sur-Morges dove rimane fino al 1964, l'anno della sua morte.

Durante il primo periodo di ricovero manicomiale, l'ancor giovane paziente (con diagnosi di schizofrenia) evidenzia un marcato autismo, privo di qualsiasi forma di comunicazione con l'esterno. Poi inizia a dipingere e a scrivere di nascosto. Ma appare incline a distruggere le sue produzioni appena ultimate. Teme che qualcuno possa carpirne i segreti reconditi, a scoprirne le simbologie erotiche sottese.

E lei stessa a raccontare come sia solita raccogliere «la carta nelle spazzature per disegnare in bagno». Dalle sue mani fioriscono creazioni oniriche soffuse d'erotismo e destinate a rappresentare un Universo fuori dagli schemi, in totale discontinuità con quello del tempo: il più attraente e impossibile dei mondi a rappresentare pulsioni erotiche immaginate nelle loro infinite sfaccettature passionali ed emotive. Ne esce un tourbillon di fantasmagorie cromatiche inebrianti.

Fino al 1936 nessuno s'interessa delle produzioni di Aloïse. Il primo ad accorgersi dello straordinario talento della ricoverata è il professor Hans Steck, poi imitato dalla dottoressa Jacqueline Porret-Forel (suo medico personale) e dal dottor Alfred Bader. Sono loro a prendersi cura dei suoi disegni e a procurarle il materiale con cui lavorare.

Viene così allestito un Teatro dell'Universo, per dirla con Porret-Forel, dipinto su carta da pacchi (anche sul retro) con ciò che capita: pastelli in uso nelle scuole, gessetti grassi, succo di petali e di fiori, dentifricio. Aloïse realizza anche collage con ritagli di giornali, carta stagnola e foto. I singoli fogli di grande formato vengono cuciti con fili di lana per ottenere supporti lunghi anche dieci-quattordici metri, sulla falsariga di quelli oggi appesi nell'atrio e lungo la rampa di scale del museo dell'Art Brut di Losanna.

È proprio questa singolare libertà artistica che, a far data dal 1943, consente ad Aloïse di coprire rotoli e rotoli di carta con disegni vertiginosi a dar vita al suo teatro cosmogonico. Scrive con acume la dottoressa Jacqueline Porret-Forel: «La schizofrenia ha scavato un tale abisso tra lei e la sua esistenza anteriore che solo in un mondo nuovo, interamente ricreato sulla base di dati metafisici che è riuscita a riprendersi la vita».

Eccola allora creare la figura ideale di coppia oppure, come variabile dello stesso tema, ricreare le altrettanto inebrianti figure delle donne più grandi e famose della storia, con Giulietta di Romeo, la Traviata e Manon Lescault in evidenza.
Attraverso questa miscellanea di pulsioni a fungere da propellente creativo, Aloïse ha così dipinto una storia universale passando dalle morte simbolica di un vissuto dalle chiuse aspirazioni ad una rinascita resa possibile da uno slancio artistico dal coinvolgimento totale, dove lo stesso sogno acquista una carica ideazionale così forte da proiettare l'immagine virtuale della realtà, fino ad divenire un teatro immaginario in ugual misura possibile e impossibile, veritiero e nel contempo velleitario.

Negli intricati crespi del vissuto di Aloïse si coglie la storia di una morte simbolica e di una successiva rinascita di un fantastico spirito creativo liberato dalla zavorra di un vissuto noioso, ripetitivo, chiuso nel suo passato e poco propenso a cogliere i nuovi fermenti per progettare un futuro migliore.

In quell'ambiente, un temperamento ipersensibile come quello di Aloïse non aveva alcuna speranza di sbocciare come il più profumato dei fiori. C'è voluta la traumatica esperienza del manicomio, a quel tempo simile ad un lager, per trovare la strada della resurrezione, con la pazzia a fungere a tramite per ottenerla. Sembra paradossale ma è così. D'altronde solo tramite il registro simbolico delle sue travolgenti passioni rimaste così a lungo represse, Aloïse ha potuto mettere in scena un'opera popolata di re, regine, principesse voluttuose e principi azzurri dallo sguardo incantatore e tante altre storie dove gli amorosi sensi trasudano di foglio in foglio. E fiori a volontà, raffigurazioni ornamentali di un Universo in profumo d'amore.

Non importa se sia vero o no. Aloïse non si pone nemmeno il problema. I suoi deliri erotici sono di tipo sublimante, simboleggiano la purificazione dell'amore da lei immaginato in una recita criptata dell'Universo. Di quando in quando i medici provano a far uscire la paziente dall'ospedale psichiatrico per brevi periodi. L'esperimento si rileva controproducente: Aloïse viene assalita da un'ansia così forte che le toglie il respiro. È lei stessa a chiedere di restare ricoverata.

Meglio il manicomio, dove almeno riesce a chiacchierare con le persone che conosce bene e di cui ha fiducia. Come nel caso della dottoressa Jacqueline a cui confida di sentirsi «una di quelle ragazze che hanno paura, che dicono soltanto sì o no, che sono messe sotto chiave senza possibilità di uscire: stanno lì trent'anni e trovano modo di adattarsi alla situazione...»

Nel momenti di lucidità si rende conto d'essere incapace di trovare forza e desiderio per affrontare il mondo esterno. Si sente troppo vulnerabile per rientrare nella società. Troppo estranea e lontana da quei mediocri clamori. Solo nel chiuso del manicomio lei, portatrice di follia, può dare libero sfogo alle sue rutilanti immagini interiori senza dover rendere conto a nessuno. Un matto non si giudica, si cura.

In una lettera scritta da Jean Dubuffet alla dottoressa Perret-Foret il giorno della scomparsa dell'artista, si legge un passo molto importante, tanto più se scritto non solo dal più convinto estimatore di Aloïse ma anche dallo scopritore e fondatore dell'Art Brut: «Non era affatto pazza, in ogni caso meno di quanto si pensi. È stata curata per lungo tempo. Ha curato se stessa smettendo di lottare contro la malattia, Anzi, l'ha coltivata, usata e trasformata in un'eccitante ragione di vivere. Il meraviglioso teatro messo in scena — quel racconto incessante, incoerente e difficilmente comprensibile (e che lei stessa ha reso di proposito incomprensibile) — ha rappresentato per lei un rifugio, un palcoscenico dove nessun altro sarebbe salito, nessuno l'avrebbe raggiunto».

Pur se privata dell'amore fin dal cuore della sua giovinezza, Aloïse dipinge un immaginario sentimentale che lascia esterrefatti: ce lo fa rivivere come il più erotico e struggente dei sogni. ★

Dicembre, 2013

Collegamenti: