Ma gli italiani non amano il paesaggio

Ma gli italiani
non amano
il paesaggio

Un'analisi spietata del Belpaese

Gianluigi Ceruti

Lo storico ambientalista Gianluigi Ceruti, una vita in prima fila nella difesa dell'ambiente ai vertici di Italia Nostra, traccia un profilo disincantato dell'Italia che (non) ha protetto le bellezze naturali come avrebbe dovuto. Dalle prime leggi dell'inizio del Novecento ai misfatti attuali che coinvolgono città come Venezia, Ravenna, Ferrara, Mantova, Agrigento, Capri. Con lo scandalo della tenuta Selvapiana del marchese Antinori, protagonista un giovane Matteo Renzi.

Benedetto Croce (fonte it.wikipedia.org).

Ma gli italiani amano il paesaggio? Innanzitutto cerchiamo di intenderci sulla definizione di paesaggio. Con riferimento, in particolare, alla temperie culturale di casa nostra e alle norme che hanno costituito le prime forme di protezione giuridica del paesaggio nell’ordinamento italiano, dovremo risalire agli anni a cavallo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del ventesimo secolo.

Allora il paesaggio era inteso e percepito -quanto meno dalla maggior parte di coloro che si interessavano di queste tematiche- esclusivamente come forma esteriore, come morfologia del territorio: fosse esso planiziale, collinare, montano, fluviale, lacuale, marino. La protezione è stata colta e concretamente attuata dapprima sotto forma di tutela estetica ossia di tutela del bello paesaggistico.

Questa concezione ha dominato per decenni se considerate che, in base la stessa legge fondamentale dello Stato, la legge delle leggi, ossia la Costituzione (all’art. 9, secondo comma), la Repubblica tutela il paesaggio (oltre al patrimonio storico e artistico) ma il paesaggio è ancora inteso come nel 1922, quando, poco prima dell’avvento del fascismo, fu approvata la legge 11 giugno 1922, n. 778 . Io la definirei la legge Rosadi-Croce, perché fu preparata e voluta dall’avvocato fiorentino Giovanni Rosadi, deputato che nei primi vent’anni del Novecento si distinse in Parlamento per l’attività incessante nella specifica materia e rielaborata dal filosofo e studioso Benedetto Croce, ministro dell’istruzione pubblica nel secondo governo Giolitti (15giugno 1920 – 4 luglio 1921).

Con la sua autorevolezza culturale Croce suggellò il progetto di legge n. 204-A il 25 settembre 1920 (“per la tutela delle bellezze naturali e degli immobili di particolare interesse storico”), a lungo discusso e approvato appunto nel giugno 1922. Nella Costituzione, che entrò in vigore il primo gennaio 1948, non si parla mai di ambiente, di ecologia, o meglio, soltanto nel 2001 il Parlamento ha modificato il titolo quinto introducendo la parola “ambiente” all’art. 117, secondo comma, lettera s.

Senza un disegno

Leggendo gli atti preparatori della Carta Costituzionale si parla sempre di paesaggio (oltre che di “patrimonio storico e artistico”) benché alcuni Costituenti fossero personalità di formazione e di esperienze non meramente politiche ma proiettate anche verso vasti orizzonti che spaziavano nelle arti, nelle scienze morali e nelle scienze della terra.

Soltanto le elaborazioni teoriche e culturali, specie in campo giuridico costituzionale, del secondo dopoguerra del Novecento (elaborazioni alle quali conferì un apporto cospicuo il dibattito sviluppatosi in seno a Italia Nostra, fondata nel 1958) consentiranno di pervenire a una concezione più globale, più completa, più dinamica, più dilatata di paesaggio che si arricchisce di valori intrinseci e non limitati alla sfera estetica (che peraltro continua ad avere la sua fondamentale rilevanza e funzione).

Che cosa accadde nel mondo dopo il 1945? Sorsero e si svilupparono, spesso caoticamente e talvolta anche selvaggiamente, opere, attività e interventi nell’agricoltura, nell’industria e nelle infrastrutture senza un disegno generale regolatore, ma all’insegna di uno spontaneismo incontrollato al quale si accompagnò e si associò l’insorgenza di fenomeni di inquinamento (atmosferico, idrico, acustico, chimico, radioattivo).

Ecco, quindi, manifestarsi nella società esigenze, sempre più acute e organizzate, di reazione ai danni, spesso visibili e talvolta insidiosi (come quelli che derivano dalla estrazione e lavorazione di determinate tipologie di asbesto-amianto), derivanti dalle diverse attività, ecco, quindi, aumentare la domanda di difesa, di normative di contenimento e repressione degli effetti nocivi alla salute e alla vita, una sorta di argine difensivo di aspirazioni ad ambienti più salubri, più rispettosi del paesaggio e dell’integrità psicofisica dell’uomo e degli animali.

Si passa così dal paesaggio all’ambiente, che non è rappresentato più dal solo aspetto esteriore, dalla sola morfologia dei luoghi ma si estende alla flora, alla fauna, ai fenomeni geologici, agli elementi fondamentali della vita come l’aria e l’acqua. Puntualizzata così l’essenza di ambiente, ritorniamo ai primi anni del Novecento e seguiamo, insieme, l’evoluzione del concetto di paesaggio.

Salviamo la pineta

Nel 1905, in occasione dell’approvazione di una legge speciale per la pineta di Ravenna, promossa dal ministro dell’agricoltura del tempo Luigi Rava, il relatore on. Giovanni Rosadi propose un ordine del giorno così formulato, che riscontrò generale consenso: “La Camera invita il Governo a presentare un disegno di legge per la conservazione delle bellezze naturali che si connettono alla letteratura, all’arte, alla storia d’Italia”.

Appare del tutto chiaro ed evidente che il paesaggio, di cui l’ordine del giorno approvato dalla Camera invoca la conservazione tramite una legge di iniziativa governativa, è costituito dalle “bellezze naturali”. La visione è, quindi, estetica. Ma questo non basta. Infatti non vi sarà sfuggito certamente come l’onorevole Rosadi abbia aggiunto nel testo proposto che le “bellezze naturali” per essere meritevoli di protezione dovevano essere connesse con la letteratura, con l’arte, con la storia d’Italia.

In altre parole, il deputato proponente, che conosceva gli umori delle platee parlamentari, sapeva che, per ottenere l’approvazione generale, non sarebbe stato sufficiente menzionare le bellezze naturali, ma si sarebbe dovuto stabilire un collegamento dei luoghi con avvenimenti della storia patria (ad esempio, con le recenti battaglie risorgimentali) o evocare il ricordo di capolavori letterari e artistici (quel ramo del lago di Como di manzoniana memoria o le colline urbinate effigiate da Raffaello Sanzio). Desidero far notare che la componente scientifico-naturalistica (ad esempio, il richiamo a una specie floristica endemica), è esclusa.

Nel 1909 fu approvata la legge n. 364 che assoggettò a protezione, da parte dello Stato, cose mobili e immobili di interesse storico, archeologico e artistico, ma escluse l’estensione della tutela ai paesaggi naturali. Al Senato del Regno si addusse, a giustificazione di questa omissione, che la “simmetria generale della legge” ne avrebbe risentito, per cui era preferibile tutelare solo i beni culturali storici, artistici e archeologici, evitando le aree extraurbane di interesse paesaggistico.

Fu così che il tenace onorevole Rosadi, insoddisfatto, l’anno dopo, il 14 maggio 1910, presenterà alla Camera dei Deputati, a sua sola firma, il progetto di legge “per la difesa del paesaggio” che non pervenne neppure alla discussione in aula e Benedetto Croce nel 1920 spiegherà che questo blocco della stessa discussione parlamentare era accaduto “solo per vicende politiche”, una espressione diplomatica che esprime le difficoltà e le opposizioni sotterranee che il progetto aveva incontrato.

E così si comprendono alcuni significativi interventi per sostenere pubblicamente la proposta legislativa “in difesa del paesaggio” dell’on. Rosadi: a cominciare da un appello della Società Botanica Italiana, associazione scientifica che, sorta a Firenze nel 1888, durante la riunione generale di Roma del 12 ottobre 1911 indirizzò un vigoroso appello al Parlamento e al Governo “affinché alla legge per la difesa del paesaggio proposta dall’onorevole Rosadi sia dato un significato più esteso, affinché consideri i monumenti naturali anche sotto il loro aspetto scientifico, in modo che anche la flora vi trovi protezione”.

Analoghe rivendicazioni furono ribadite nel 1911 dagli insigni botanici Renato Pampanini nell’opera “Per la protezione della flora italiana” e Lino Vaccari, l’anno dopo, nello scritto “Per la protezione della fauna italiana”. Eloquente appare l’esortazione che lo stesso Rosadi lanciò nella prefazione allo scritto del Pampanini: “Quando sia sanzionata la difesa del paesaggio in nome dell’estetica e della storia, sarà atto di coerenza e di giustizia irrecusabile sanzionare anche la difesa della flora in nome della varietà e della bellezza della natura”. Rilevo, incidentalmente, come dietro le parole “in nome della varietà” affiori l’intuizione di quella che oggi si chiama “biodiversità”.

Da Venezia a Capri

A questo punto vorrei citare solo alcuni esempi emblematici tra gli innumerevoli episodi non isolati di malversazione ambientale. Procederò senza seguire un ordine cronologico, come se affondassi la mano, casualmente, nel sacchetto delle palline del gioco del lotto o della tombola.

Qual è stato il comportamento degli italiani nei confronti dell’ambiente e del patrimonio storico-artistico nel Novecento e nei primi anni di questo secolo? Naturalmente dobbiamo considerare il comportamento della maggioranza, le minoranze nobili e le associazioni sono importanti, degne di ammirazione, ma non rappresentative di un popolo.

Prendiamo la Valle dei templi nell’Agrigentano, che è stata impunemente sconciata da costruzioni abusive, Capri che ad Anacapri è costellata di ville edificate originariamente senza concessioni, quattro città storiche di immenso fascino come Venezia, Ravenna, Ferrara, Mantova (parlo, quindi, di città tra le più magiche del mondo), nelle loro periferie, a due passi da centri storici di sovrana bellezza, ricche di universali valori artistici, si sono insediati –tra gli applausi- complessi industriali mefitici, deserti rossi, fabbriche di morte, spettacoli di turpitudini e oscenità da cancellare e distruggere.

Non mi consta che al loro apparire o di fronte alle loro espansioni negli anni successivi questi oltraggi alla salute e insulti alla vista siano stati osteggiati, criticati, contrastati. Le opposizioni sono solo recenti e neppure hanno interessato le popolazioni di tutti questi quattro tesori dell’umanità.

Prendiamo, sempre per caso e al buio un’altra pallina della tombola: i condoni urbanistici-edilizi, che sono stati approvati non una, ma più volte ed ulteriori tentativi sono stati consumati anche recentemente ad opera di cittadini italiani.Volete un altro caso? L’attuale presidente del consiglio dei ministri, quando nel 2007 era al vertice della Provincia di Firenze, non soltanto approvò un inceneritore all’interno di una azienda che produce vini e olio di alta qualità e a poche decine di metri dalla casa padronale dove il titolare vive con la sua famiglia, ma se ne fece paladino insultando chi si opponeva all’impianto. Il progetto approvato dalla Provincia di Firenze prevedeva l’inceneritore all’interno della tenuta Selvapiana del marchese Francesco Antinori nel Comune di Rufina, nella valle della Sieve, a due passi da Pontassieve e a pochi chilometri da Firenze, lungo la Strada Forlivese.

Perciò la risposta all’interrogativo iniziale, se gli italiani amano l’ambiente, è nelle cose, tanto che io penso da tempo che il governo della cosa pubblica in Italia (che pure è somma nell’arte, nella scienza, nel made in Italy), debba essere affidato al commissariamento da parte di una istituzione straniera.

Nel frattempo, che fare? Ecco, le nobili minoranze e le associazioni debbono continuare nella loro azione pervicace di corretta informazione del cittadino e di civile opposizione alle “gesta” di amministratori e uomini politici che in tutti i modi, per cupidigia di quattrini e smania di potere, cercano di ledere e di distruggere il “Bel Paese”. In altre parole occorrerà seguire l’esempio della parabola di cui al vangelo di San Luca (18,1-8) riguardante la vedova che non riusciva ad ottenere giustizia e raggiunse il suo intento soltanto quando, dopo infiniti solleciti, il giudice si stancò di essere “molestato” ed emise finalmente il suo verdetto al quale la vedova aveva diritto.

Luglio, 2015