Marga resterà per sempre quel folletto

Marga resterà
per sempre
quel folletto

Claudia Riconda°
La Via Lattea (dal deserto del Nevada, wikipedia).

FIRENZE — Ho qualcosa che oggi mi punge sul fianco. La chiave di una casa che non ho mai dovuto aprire. Sopra ci ho inciso una lettera: H. Per non confonderla con le altre chiavi nel mazzo. La porto con me da diciotto anni. «Tieni. Vieni quando vuoi. Questa è anche casa tua».

Via del Pratello, Trieste. Era giugno, una domenica, 1995. Ci eravamo sfiniti su un prato d’erba della Slovenia a giocare a pallavolo. Marga aveva schiacciato e bestemmiato per due ore. Settant’anni, poco più. Le superga con i buchi e la maglietta con le chiazze d’unto. Noi, gli altri, i giovani col fiatone, a guardarla stupiti.

C’ero andata apposta a Trieste: per vedere. Perché non ci credevo. «Io tutte le domeniche gioco a pallavolo» mi aveva detto a Firenze prima di un’intervista. No, non ci credevo. «Venga allora e giochi con noi». Ho ficcato nello zaino un paio di scarpe da ginnastica e ho preso un treno. Non sapevo che su quel binario avrei cominciato a scartare un regalo.

Prima il fiocco: l’accoglienza di Marga e di suo marito Aldo nella casa di via del Pratello, la loro camera degli ospiti, gli otto gatti che grondavano da ogni stanza. Poi la carta: le lunghe confidenze notturne al tavolo di cucina.

Quelle appassionate di Marga che mi raccontava le sue ebbrezze stellari e le sue battaglie: per la ricerca scientifica, i diritti degli immigrati, il suo non arrendersi mai alle ingiustizie; e quelle sentimentali di Aldo, che cercava parole per spiegare la purezza dell’amore per quella donna che da bambina l’aveva stregato arrampicandosi sugli alberi di Bobolino e prendendolo subito a botte. «Per me Marga resterà per sempre quel folletto».

E infine la scatola: la partita di pallavolo, la lezione sul campo, la vitalità di chi non molla mai.

Tornando a Firenze, con i muscoli a pezzi e quella chiave che mi pungeva nella tasca, ho pensato che non avevo fatto niente per meritarmi quel regalo. Ma l’ho accettato con l’istintiva fiducia con cui lei me l’aveva dato.

Non ci sarebbero state più partite di pallavolo, ma altri treni sì. E cartoline, e abbracci, e bestemmie, e email. Io che le scrivevo in un carattere enorme, per paura di sforzarle gli occhi. E lei che mi rispondeva: «Oh bischera, guarda che ci vedo ancora benissimo».

* Repubblica Firenze

Luglio, 2013