Marinelli spiega il suo doppio sogno

Marinelli spiega il
suo doppio sogno

In una Vienna innevata eppure caldissima

Giancarlo Marinelli

Una storia che è tante storie. Una verità che è tante verità. Fra personaggi multipli e sensi di colpa, peccati e riscatti. In fondo solo questo mi interessa, scrive in queste sue note il regista di  Doppio Sogno Giancarlo Marinelli: raccontare i crimini, anche solo della fantasia, che attentano ogni giorno alla felicità della coppia. Dire quanto sia disperante dover amare e essere amati.

Il regista e scrittore Giancarlo Marinelli (www.viniesapori.net)

Per la prima volta in teatro la novella traumatica che fonde in modo assai compiuto il sogno e la realtà, Freud e il romanzo d’appendice, e da cui Stanley Kubrik, con Eyes Wide Shut, ha tratto il suo ultimo capolavoro del tutto incompiuto.

Dopo il grande successo delle due stagioni di Elephant Man cercavo un testo che possedesse una caratteristica: darmi la possibilità, come drammaturgo e come regista, di creare personaggi multipli per i miei attori, un testo che fosse già teatro multiplo.

Dove la storia fosse tante storie; dove la verità fosse tante verità; e dove, finalmente, l’amore, la morte, il senso di colpa, il peccato e il riscatto, affiorassero prepotentemente tutti insieme.
In una Vienna innevata eppure caldissima, il dottor Fridolin riceve la più imprevedibile delle confessioni dalla moglie Albertine: «Ti ricordi, l’estate scorsa, sulla spiaggia danese, quel giovane uomo? Se mi avesse chiamata, non avrei potuto oppormi. Ero pronta a sacrificare te, la nostra bambina, tutto il mio futuro».

Dall’intima confidenza di un tradimento solo fantasticato all’ossessione che dura un’interminabile notte; dopo aver viaggiato negli inferi della mente e della carne, sullo scivolo dell’alba, i due coniugi si ritrovano soli, smarriti, ma innamorati più di prima.

In fondo solo questo mi interessa: raccontare – ancora una volta – i crimini, anche solo della fantasia, che attentano ogni giorno alla felicità della coppia; dire quanto sia disperante dover amare e essere amati, facendo i conti con l’infantile terrore e la sadica eccitazione dell’abbandono; mettere in scena la follia di chi, a un certo punto della sua vita, è convinto che il dolore che subiamo, in verità, sia la punizione meritata a quel nostro abbandonare, tradire, violare chi ha scelto di essere, per sempre, nostro.

Il teatro è amare gli attori. E odiare tutto ciò che riescono a essere al posto nostro.

Marzo, 2016