Metamorfosi a passi di flamenco

Metamorfosi
a passi di flamenco

Questcequetudeviens? Danza e illusionismo

Francesca Federica Fattorini

Per il Romeuropa Festival, al teatro Vascello è stato presentato Questcequetudeviens? spettacolo di danza e illusionismo del regista Aurélien Bory realizzato per la danzatrice e coreografa Stéphanie Fuster. Aria, acqua, terra e fuoco in un crescendo armonioso di conflitti e risoluzioni. Un classico della danza contemporanea.

Stéphanie Fuster in Questcequetudeviens? per la regia di Aurélien Bory.

ROMA – Quando Stéphanie Fuster partì con una borsa di studio per Siviglia per studiare il flamenco, certo non pensava che vi sarebbe rimasta otto anni e che quella danza l’avrebbe sedotta al punto di diventare una delle bailaora più richieste. Quando Aurélien Bory incontrò Stéphanie Fuster, tornata in Francia per insegnare il flamenco, decise di improntare su di lei uno spettacolo eclettico. Era il 2008 e realizzò questo allestimento che è ancora in tournée per il mondo.

Elogio alla passione e alla tenacia di una donna che aveva un sogno: diventare una danzatrice di flamenco.
Entra in scena camminando con addosso un abito rosso fuoco, lei maldestra lo indossa, ma l’abito si trasforma in oggetto animato e diventa portatore d’azione, le scivola via di dosso e fluttua autonomamente nel buio come nella tradizione del teatro nero, mentre la donna si contorce per riaverlo. Poi comincia il duro lavoro in sala prove, un box con una parete di vetro collocato in scena.

Bory racconta la determinazione di tutti i ballerini, lo sforzo costante per raggiungere l’obiettivo, i momenti di sconforto e il coraggio ritrovato, mentre la parete di vetro trasparente del box si opacizza per il calore prodotto, idealmente, dal sudore del ballo fremente della Fuster e dal canto sofferente e appassionato di José Sanchez mentre Alberto Garcia, chino sulla sua chitarra con le spalle rivolte al pubblico, riempie la scena scarna con sonorità andaluse.

Quando la donna è diventata (per rispondere al titolo) una danzatrice acclamata, il palcoscenico in cui danza austera in abito nero, si allaga lentamente. L’acqua s’insinua, avvolge, accoglie, riflette, bagna, schizza mentre si parcellizzano nell’aria getti d’acqua ad ogni taconeo.

Si alimentano i contrasti e le armonie del corpo danzante con gioioso anelito a suggestioni mitiche.

Questcequetudeviens? Che cosa diventi? È la domanda che il regista lancia alla platea scegliendo il flamenco come metafora di radici, di vita e morte, sopra e sotto la terra, il battere forte dei piedi e nell’aria si alzano vigorose le braccia come lingue di fuoco ardenti sedate dal ritorno all’acqua, emblema contraddittorio di procreazione e purificazione, contaminazione e lussuria. Nascita, morte e trasformazione come si addice al flamenco gitano.

Novembre, 2015