Mi chiami pure Casanova, mister Bond

Mi chiami pure
Casanova,
mister Bond

Un racconto da Non Ricordo Più Nulla su www.iantichieditori.it

Roberto Bianchin

«Torna indietro»
«Come?»
«Indietro. Ti ho detto di tornare indietro, non mi hai sentito?»
«Va ben siòr, come ch’el vol» rispose, un po’ sorpreso, il motoscafista.
«Ma fai un giro largo, che non ci vedano» disse Bond, appoggiando la testa allo schienale bianco e blu del divanetto di poppa.

Mi chiami pure Casanova, mister Bond (LC per Il Ridotto).

Il taxi d’acqua 747 che tagliava a metà il bacino di San Marco si lasciava dietro due baffi di scia di schiuma bianca. Un sole appannato faticava a tenere a distanza le nuvole accartocciate sul campanile di San Giorgio. Prima di infilare a tutta velocità il canale della Giudecca, James Bond si girò e guardò verso il molo della piazza, dove un attimo prima, salutandolo con la mano, aveva congedato Stipiff, il suo amico del Kgb, che era venuto a spiarlo alla partenza. 007 stava uscendo dall’ultima scena di «Dalla Russia con amore», e non voleva far sapere agli uomini del Cremlino che stava battendo un’altra pista.

L’appuntamento, al Florian di Venezia, gliel’aveva procurato un suo vecchio amico, un nobile francese decaduto, il conte d’Odirret. «A mezzogiorno» gli aveva detto. Il mototaxi tornò indietro, con una virata larga, quando arrivò al mulino Stucky, e scaricò Bond davanti ai giardinetti reali. La riva e la città erano invasi da maschere di ogni tipo, come fosse carnevale. E forse era proprio carnevale, pensò Bond, che ci mise un po’ ad attraversare la piazzetta districandosi fra arlecchini e colombine, dogi e cortigiane, pirati ed odalische. Sul palchetto all’aperto del Florian c’era un’orchestrina tzigana che faceva piangere i violini e davanti alla porta una coda di giapponesi travestiti da farfalle che premeva per entrare. Bond la scansò abilmente.

«Guarda mamma, c’è 007!» gridò un bimbetto indicandolo col dito.

Bond abbozzò un mezzo sorriso in direzione della madre che lo teneva per mano.

«Complimenti – ricambiò il sorriso la mamma, che era giovane, aveva i capelli rossi ed era vestita da olandesina ma poteva essere scozzese – è davvero uno splendido travestimento. Sembra proprio vera quella maschera da 007, dove l’ha comprata?».

Bond le regalò un sorriso largo.

«Se più tardi, quando esco, la ritrovo, glielo dico» le sussurrò sfiorandole l’orecchio. Sentì che sapeva un profumo di mele.

L’uomo che doveva incontrare era seduto proprio lì dove gli aveva detto il conte, al tavolino d’angolo dell’ultima sala a sinistra. Era solo, un flute di qualcosa che doveva essere champagne davanti, le bollicine che rumbavano nel calice tagliato da un raggio di sole. Non faticò a riconoscerlo, era esattamente come il conte glielo aveva descritto. Elegante, avanti con gli anni, superbamente vestito con un abito del ‘700 molto ricamato, parrucca bianca, giacca, camicia con jabot e pantaloni al ginocchio di color rosa antico, calze bianche e scarpe rosso fuoco con un grande fiocco nero sul davanti ed un tacco altissimo.

«Permette?» disse Bond.

«Prego, la stavo aspettando» rispose l’uomo indicandogli la sedia di velluto rosso alla sua destra.

Non fece in tempo a sedersi, spalle al muro come d’abitudine, che arrivò un cameriere.

«Signore?»

Bond ordinò un martini. Cocktail, naturalmente. Sapeva che solo in quel posto, come in pochi altri al mondo, l’avrebbero fatto come piaceva a lui. Il cameriere capì.

«Il conte mi aveva parlato della sua eleganza, signor...» disse Bond osservando con attenzione una spilla di brillanti che l’uomo aveva appuntato in mezzo allo jabot.

«Casanova, mi chiami pure Casanova» rispose l’uomo piegando il labbro inferiore in una specie di ghigno.

007 annuì con un cenno col capo.

«Lei conosce il motivo del nostro incontro, monsieur Casanova?»

«Naturalmente mister Bond, il conte mi ha detto tutto».

«Pensa di potermi essere di un qualche aiuto?»

Il cameriere portò il martini in un piccolo bicchiere. Era posato su un centrino di merletti al centro di un vassoio d’argento. 007 capì, dalle trasparenze del cristallo ghiacciato, che era come lo voleva.

«Non saprei – disse Casanova – l’unica cosa che posso dirle è che il messaggio captato dai vostri servizi segreti è sostanzialmente esatto. Quel gruppo di sovversivi, come li chiamate voi, a quanto mi consta si raduna effettivamente da qualche tempo in un’isola abbandonata della laguna veneziana».

«Ancora quelli della Spectre?»

«Peggio. Questi sono molto più pericolosi, sono una specie di società segreta che risale addirittura al ‘400, e si fa chiamare Compagnia de Calza, perché i suoi affiliati sono soliti indossare delle calzamaglie colorate. Dicono che siano avventurieri, gente senza scrupoli e senza alcuna morale. Li guida un antiquario pazzo e sanguinario che si fa chiamare Zane Cope».

«Dove si trova quest’isola?»

«È lontana da tutte le rotte e non figura in alcuna carta geografica. Praticamente è come se non esistesse».

«Ha un nome?»

«No, non ha alcun nome, ma alcuni pescatori di caraguòi, che ne conoscono l’esistenza, la chiamano l’isola della conchiglie. Però ci passano alla larga, dicono che quel posto è maledetto».

«Come faccio ad arrivarci?»

«Non deve chiederlo a me, mister Bond. Io le ho già detto troppo, e comunque è tutto quello che so. Prende ancora qualcosa?»

«Un altro martini, grazie. E lei?».

«Per me, un bellini».

Bond sorrise e fece un cenno al cameriere.

L’orchestra ricominciò a suonare, stavolta la musica era quella di una festa gitana.

«Ora devo andare, mister Bond». Casanova si alzò, zoppicava leggermente.

«Ci rivedremo, monsieur Casanova?»

«Chissà!»

Le maschere, in piazza, cominciarono a danzare. ★

Marzo, 2014