A mia insaputa

A mia insaputa

Roberto Bianchin

Viviamo nel Paese dove nessuno sa mai un accidenti. E, se lo sa, non te lo dice. Apposta. Per farti, chissà perché, dispetto. Dal nome di una strada all’indirizzo di un ufficio, dall’ora della partenza di un treno al percorso di una pratica, dalle istruzioni sul funzionamento della lavastoviglie a quelle scritte a caratteri illeggibili sulle confezioni delle medicine.

Siamo il Paese delle tre scimmiette: non vedo, non sento, non parlo. La terra dei Gufi: non so, non ho visto, se c’ero dormivo. Provate ad andare a chiedere a quelli che erano sul posto, se hanno sentito qualcosa, o visto qualcuno, quando hanno rapinato la banca, quando hanno sparato al gioielliere, quando hanno ucciso un passante. E non serve mica andare sull’Aspromonte, o nei paesi della mafia, della camorra, della ‘ndrangheta, della sacra corona unita. Basta chiedere ai gioppini delle valli padane, dal bresciano al bergamasco, dal bellunese al rodigino. La risposta sarà sempre e dappertutto la stessa: nessuno sa mai un cazzo.

Negli ultimi tempi abbiamo fatto progressi: siamo passati dal non sapere niente al non accorgersi di niente. Siamo diventati maestri dell’arte del vivere all’insaputa. Un’altra specialità italiana. Cito dallo Zingarelli: all’insaputa significa «senza che si sappia, di nascosto, senza informare o mettere al corrente».

Il primo Gran Maestro dell’Insaputa, probabilmente destinato a diventare un ordine cavalleresco, è stato quella faccia da schiaffi di Claudio Scajola, ras democristiano del levante ligure, ex ministro e tuttora pezzo da novanta del Pdl. Per chi (giustamente) non lo ricordasse, trattasi di quel gentiluomo che definì «un rompicoglioni» il giuslavorista Marco Biagi assassinato dalle Brigate Rosse. Scajola si fece comperare «a sua insaputa» una modesta casetta con vista sul Colosseo. Quando se ne accorse (troppo tardi, in realtà se n’era accorto qualcun altro) si indignò, o finse di farlo, e promise fuoco e fiamme contro chi si era permesso un tale ardire. Fantastico.

Seguì Gianfranco Fini. Il presidente della Camera scoprì che la casa di Montecarlo che An, il suo partito, aveva messo in vendita, era stata comperata, «a sua insaputa», da suo genero. E anche Bobo Maroni si sorprese quando seppe che il suo partito, la Lega, aveva messo i soldi in Tanzania, naturalmente «a sua insaputa». Per non parlare del Re degli Insaputi, l’insuperabile Silvio Berlusconi, autore di tante celebri «insapute» che non basterebbero a raccontarle tutti i volumi della Treccani. Una per tutte, per non farvi perdere il buonumore: una volta raccontò che alle sue festine del bunga-bunga non erano mai state invitate prostitute, e che se per caso qualche volta era successo, era perché si erano introfulate «a sua insaputa». Meraviglioso.

Inevitabile, com’è accaduto, che scoppiasse una moda. L’ultimo «insaputo» in ordine di tempo è stato il sottosegretario alla presidenza del consiglio del governo Monti, Carlo Malinconico. Costretto, anche lui, alle dimissioni. L’uomo, che in effetti non ha un aspetto propriamente ilare, e che ha un nome vero che sembra finto, Carlo Malinconico Castriota Scanderbeg (secondo alcune varianti, Scanderberg), si è visto pagare a più riprese le vacanze in un lussuoso albergo dell’Argentario, e logicamente sempre «a sua insaputa», da un imprenditore della cricca dei grandi appalti: quel Francesco Maria De Vito Piscicelli (ma perché hanno tutti questi nomi e tutti questi cognomi?) che atterrava in spiaggia con l’elicottero per portare mammà a mangiare il pesce e che al telefono ridacchiava come uno squalo alla notizia del terremoto dell’Aquila pensando ai soldi che avrebbe fatto con la ricostruzione. Anche lui un fior di galantuomo.

Le cronache puntigliose di questi giorni raccontano che Malinconico, quando si è accorto dell’inopinato regalo delle vacanze pagate (sempre troppo tardi, anche lui) si è indignato, proprio come Scajola, ha mestamente cancellato i soggiorni successivi al «Pellicano», e non ci è più tornato. «Col cavolo che ci torno in quel cazzo di posto dove non si paga mai», riferiscono di averlo sentito sbraitare infuriato, ma con lo sguardo tristissimo, al banco della reception.

In base al mio personalissimo codice etico, ma anche nell’interesse pubblico, e soprattutto per onestà verso i nostri lettori che sempre più numerosi ci seguono in questa mirabolante avventura, mi sento in dovere di metterli in guardia: questo editoriale è stato scritto a mia totale insaputa. È stato firmato con il mio nome a mia insaputa. È stato impaginato, titolato e pubblicato a mia insaputa. Se scopro chi è stato gli faccio un culo così. Giuro.

Gennaio, 2012