Nel Far West di Chinatown

Nel Far West
di Chinatown

È troppo giovane, è vestito in modo troppo modesto, e ha l’aria troppo dimessa, il giovane cinese che entra, un po’ titubante, nell’elegante negozio parigino di Roger Vivier (scarpe di lusso, sui 500 euro al paio), un boudoir che è tutto stucchi, pareti e scalinate clamorosamente dipinte di rosa.Difatti non compera nulla. Guarda soltanto. Ma con un minuscolo e sottilissimo apparecchio digitale fotografa ogni paio di scarpe con cura minuziosa, e annota su un taccuino le caratteristiche di ogni modello.

Marco Beritin, Made in China (2012, particolare per cortesia dell'autore).

Come se dovesse, una volta tornato nella Chinatown da cui proviene, replicarli. Come probabilmente farà. Come i cinesi di oggi, zero in creatività ma dieci e lode nel copiare, hanno sempre fatto.

E questo è un problema. Un problema commerciale. Grave, ma pur sempre commerciale, si tratta di oggetti e di soldi. Più grave, molto più grave, è quando il problema diventa umano, e si bruciano le vite. Come è successo a Prato, dove sono morti in sette nel tragico rogo di una fabbrica-dormitorio tessile, gestita da cinesi, dove lavoravano soltanto cinesi, e dove niente era in regola.

Nessuna regola purtroppo è la regola da anni in quel pezzo di Toscana, famoso per le industrie tessili, dove i laboratori che trattano le stoffe sono ormai quasi tutti interamente nelle mani dei cinesi, spesso della cosiddetta mafia cinese, che vive, impermeabile a tutto, con le sue leggi spesso atroci, come un corpo separato, estraneo alle città dove prolifera.

Quasi tutte le aziende cinesi sono fuorilegge, è costretto ad ammettere il procuratore capo di Prato, che parla di Far West. I lavoratori sono clandestini, pagati in nero, una miseria, lavorano quindici ore al giorno senza alcuna protezione da incidenti, acidi e veleni, dormono per terra negli stessi capannoni in cui lavorano, trattati come schiavi, senza diritti umani, privati del passaporto perché non possano fuggire.

Una vergogna. E la vergogna è che tutti lo sanno, sono anni che lo sanno, e che nessuno interviene per farla cessare. Per chiudere una buona volta queste fabbriche lager e arrestare gli sfruttatori e gli aguzzini. Lo Stato non vuole vedere. Non vuol vedere la polizia, ma anche i sindaci non vogliono vedere, anche i sindacati. Chi per interesse, chi per buonismo, chi per stupidità.

Siano i benvenuti, cinesi e non cinesi, purché rispettino le regole, argomentano spesso i nostri benpensanti. In realtà sanno benissimo che i cinesi, come altre comunità del resto, come gli africani che fanno i vu’ cumprà, o come i bangladesi che lavorano nei ristoranti, non rispettano alcuna regola. Spesso perché non sono in grado di rispettarla.

Allora il buonismo non serve. Non serve a loro, innanzitutto. Non serve chiudere un occhio sul fatto che non rispettano le regole, se questo non serve ad aiutarli, ma serve soltanto a farli vivere da schiavi e a farli morire da topi.

Sono poveracci, certo, e non ha alcun senso dare loro addosso. Ma ne ha molto, di senso, dare addosso ai loro padroni, ai padroni del loro tempo, delle loro vite e del loro lavoro. Ai padroni aguzzini e sfruttatori delle loro fabbriche lager. Alle organizzazioni criminali che riforniscono di merci i vu’ cumprà e li portano sul luogo di lavoro con il pulmino della ditta. A quelli, cinesi come loro, che si arricchiscono indegnamente alle loro spalle, come il potentissimo Keke Pan, che a Mestre possedeva decine di immobili, bar, ristoranti, centri massaggi, e trattava come bestie i suoi dipendenti.

Cinesi come questi, come quelli di Prato, non possono essere i benvenuti. ★

Dicembre, 2013