No more blue

No more blue

Roberto Bianchin

Al successo, quello con l’iniziale maiuscola, non è mai arrivato. Il suo Paese, quest’Italia, gli ha dato poco. Meno di quello che meritava. Non è stata generosa con lui. O forse non lo ha capito. O più probabilmente non è in grado di farlo.

Dischi e cd di Roberto Ciotti (collezione dell'autore).
Roberto Bianchin con un raro disco in vinile di Roberto Ciotti: Road'n'Rail del 1992
Roberto Bianchin nel suo archivio privato, con l'ultimo cd di Roberto Ciotti: Equilibrio precario, del 2013.
Se nelle dita mie c’è anima
questa notte sarà unica

Roberto Ciotti

Quasi mai in televisione (salvo alcuni lontani passaggi da Renzo Arbore, che lo stimava), scarsi i titoli sui giornali, modesta (modestissima) l’attenzione della critica, dischi sempre su etichette alternative, indipendenti, difficili persino da trovare nei negozi. Che ci vuoi fare, in Italia non si vende il blues, gli ripetevano i padroni dei dischi chiudendogli la porta in faccia.

Lui, niente. Testardo, ostinato, voleva fare il blues. Il suo blues. Solo e soltanto il blues. Bluesman, come si intitola il suo primo album, un disco di tanti anni fa, che è rimasto uno dei più belli. E ha continuato a fare il blues, Roberto Ciotti, romano de Roma, fino all’ultimo, con molti concerti nei club (era una gioia ritrovarlo di tanto in tanto nella sua tana romana del Big Mama), seguiti da un pubblico fedele e appassionato di intenditori, finché la sua chitarra sognante si è spenta sull’ultima nota, l’ultimo giorno dell’anno. Aveva sessant’anni. Pochi. Pochi non solo per un bluesman.

Era diverso il suo blues. Ciotti, uno dei (pochi) pionieri del blues italiano, insieme a Fabio Treves e Guido Toffoletti, aveva uno stile unico e originale. Aveva creato una sorta di italian blues. Limpido, armonico, pulito. Piacevolissimo. Partiva sì dalle radici del blues, e si abbeverava di continuo alle fonti della tradizione, ma si allontanava sia dal blues rurale del Delta del Mississippi come dal blues elettrico e urbano di Chicago. Il suo era un blues mediterraneo, solare, coi colori e i sapori del Sud, e talora gli echi della melodia italiana. Il suono della sua chitarra era caldo e avvolgente, gli assoli rotondi, più lenti, d’atmosfera, che impetuosi. Più vicino a Pino Daniele, se proprio vogliamo fare un esempio, che ad Eric manolenta Clapton.

Ha avuto il suo momento di maggiore successo sul finire degli anni Ottanta, quando uno che ne capisce, il regista Gabriele Salvatores, lo chiamò per fare la colonna sonora di due suoi bei film, Marrakesh Express e Turné, e Ciotti lo ripagò scrivendo l’album forse più bello della sua carriera, quel No more blue che rimarrà a splendere come un diamante nella piccola storia dell’italian blues.

Roberto ci lascia una decina di album preziosi (e fa male pensare che non ce ne saranno altri): Bluesman, Supergasoline blues, Road’n’rail, No more blue, Changes, King of nothing, Walking, My blues, Behind the door, Troubles & Dreams. Tutti in inglese, of corse, mica si può cantare il blues in italiano. Non si è mai fatto. Fa ridere. È una lingua che ha parole troppo lunghe.

Un momento. Ciotti ci ha provato. È l’unico che l’ha fatto. Con cautela ma l’ha fatto. Ha cominciato timidamente, nel 2002, con un pezzo solo, Erano le tre, versione italiana di Behind the door, dall’omonimo album. Ha continuato nel 2010 con un pezzo dedicato alla sua città, Stanotte Roma, nell’album Troubles & Dreams, e ha premuto decisamente il piede sull’acceleratore titolando per la prima volta un album in italiano: l’ultimo, Equilibrio precario, uscito nel 2013, pochi mesi prima della sua morte. Come se sapesse che questo era il suo testamento, come se avesse voluto scriverlo nella sua lingua.

In questo ultimo, e come sempre bellissimo lavoro, ci sono addirittura tre brani su dodici in italiano: Equilibrio precario, appunto, che dà il titolo all’album, Occhi blu e Scusami luna. «Cammino su un filo e non voglio cadere», canta. E anche: «Il tempo è passato senza ragione e non è più tornato». «In equilibrio precario e guardo avanti, un salto nel buio e siamo in tanti».

Il salto nel buio, adesso ha dovuto farlo davvero. «Dietro la porta cosa ci sarà?», si chiedeva, cantando in italiano, in Behind the door. Ora è andato a vedere cosa c’è.

Chissà che non trovi del buon blues. ★

No more blue, Roberto.

www.robertociotti.com

Gennaio, 2014