Non la legge più nessuno era L'Unità

Non la legge
più nessuno
era L'Unità

Roberto Bianchin

Fa male. Forse a qualcuno non importa niente – per carità è legittimo – ma a qualcuno fa male. Molto male. Fa male che un quotidiano storico che ha novant’anni di vita come L’Unità, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci nel 1924, chiuda i battenti il primo di agosto del 2014 perché non ce la fa più a sopravvivere.

Prima pagina dell'Unità in rete, dal sito www.unita.it.

I dati sono impietosi, tutto vero, come è vero che se un giornale non ha più lettori non ha più il diritto di sopravvivere, almeno secondo le ciniche regole del mercato della società liberista dei tempi nostri. Difatti L’Unità, che la domenica degli anni Settanta era arrivata a vendere la bellezza di un milione di copie con la diffusione militante dei compagni delle sezioni, che pacchi di giornali arrotolati sul braccio andavano a distribuirla in tutte le piazze dei paesi d’Italia, non escluso sui sagrati delle chiese, oggi si era ridotta a vendere suppergiù la pochezza di ventimila copie appena in tutto l’italico stivale o giù di lì. Troppo poco, obiettivamente, per continuare a respirare.

È la stessa, epocale agonia, del resto, che accompagna grandi testate di carta di editori borghesi come Il Corriere della Sera e Repubblica, scese – anzi, precipitate – dalle seicentomila copie mediamente giornaliere di solo qualche anno fa, alle meno di trecentomila di oggi. Segnale inequivocabile che, piacenti o non piacenti, indica l’inequivoco tramonto – non ancora sparizione, ma tramonto di sicuro – della carta stampata, che solo fino a pochi anni fa sembrava (ma ci sbagliavamo tutti) intoccabile.

Ma qui, oggi, vogliamo parlare solo dell’Unità. Perché è stata un grande giornale. Perché la sua morte ci rattrista. Perché scompare la voce principe della classe operaia (non esiste più oggi la classe operaia, non ci sono neanche più operai), la voce del Pci, del partito comunista italiano, la voce del proletariato, la voce degli ultimi, dei più poveri, degli oppressi dal padronato, degli schiavi della catena di montaggio, la voce degli intellettuali che stavano dalla parte degli operai e degli sconfitti dalla vita, la voce del dissenso e dell’intelligenza, la voce delle inchieste scomode per il potere, la voce di tanti splendidi giornalisti dalla schiena diritta che negli anni l’hanno fatta vivere e brillare di luce vera.

Anche per questo è sorprendente che il Pd, che comunque in qualche modo è l’erede del Pci, non sia riuscito a trovare (non abbia voluto?) una soluzione alla crisi de L’Unità. Un altro tragico errore del giovane boy scout fiorentino chiamato Renzi.

Non sono mai stato comunista, ma per me L’Unità è sempre stata, per tanti anni, una fedele compagna. Le sue storie mi hanno cresciuto, la sua dignità, il suo rigore, mi hanno formato. E da uomo che della scrittura ha fatto un mestiere, non posso non ricordare con un’enorme nostalgia, solo per dirne una, i corrosivi corsivi in prima pagina (spesso imitati, mai eguagliati), di Fortebraccio. Un geniaccio della scrittura. Mario Melloni si chiamava, era un signore schivo, un gentiluomo di altri tempi.

Io me li bevevo, quei corsivi (sempre adorato il corsivo), siglati da un cerchio rosso con la scritta Oggi. Come quello, insuperabile, che narrava dell’arrivo a Montecitorio dell’allora ministro socialdemocratico dei lavori pubblici, tale Nicolazzi. Diceva più o meno così (vado a memoria): «Si fermò un’auto blu. Si aprirono le portiere. Non scese nessuno. Era Nicolazzi». Insuperabile.

Grazie per ogni cosa, compagni vecchi e nuovi della magnifica Unità. Come sono certo che prima o poi il vecchio Trotzkij riuscirà a riparare la sua vecchia locomotiva, e noi ci saliremo, così sono sicuro che un giorno o l’altro, da una parte o dall’altra, anche noi ci incontreremo un’altra volta.

Luglio, 2014