O me o tromba

O me o tromba

Paolo Fiorindo
O me o tromba

Lo zio suonava la tromba nella banda paesana, quella rimasta nella memoria popolare perché il suo pezzo forte era l’unico che sapevano suonare (a ripetizione), e di cui tutti pare abbiano dimenticato il titolo (certamente per non correre il rischio di riportarla alla memoria e di sentirla ancora, talmente ne hanno le palle piene...). Quando lo zio tornava a casa dal lavoro lo sentivo far le prove dentro la stanza sul retro, con le finestre aperte (abitava nella casa adiacente alla mia) e non mi disturbava affatto udire le meste note del Silenzio di Nini Rosso (Raffaele Celeste Rosso, San Michele Mondovì, 19 settembre 1926 - Roma, 5 ottobre 1994) e nemmeno quelle pimpanti di Giòn Braun (quello che «glori glori alleluia, ma l’anima vive ancor», parole dell’abolizionista Julia Ward Howe su tema popolare, più volte maneggiata e resa famosa come canto scout). Anzi, bimbo com’ero e pieno di belle speranze, tiravo fuori il mio zufoletto scolastico di prima media e cercavo di rispondergli con l’unica musichetta impacciata che sapessi eseguire, la manciata di note di Sul cappello che noi portiam.

Lo zio era sposato da poco, comandava ancora lui in casa (col supporto del nonno e la remissione della nonna), ma la consorte, una mezza carnica al cento per cento poco o nulla portata per l’arte, già tramava per prendere al più presto la soprintendenza e il dominio sul novello sposo. Così, pian piano, iniziando dalle piccole cose. In elenco c’era anche questa: basta suonare la tromba in casa che mi urta i nervi e mi viene il mal di testa, se proprio non ce la fai a star senza vai dietro nel vigneto, che almeno là lo strombazzo si sente meno.

Allora eravamo in piena campagna, non c’era arrivato lo sciame di villette a schiera a ridosso della proprietà, per cui nessun altro tranne noi avrebbe potuto lamentarsi di essere infastidito dal suono della tromba (i nonni poi erano ambiziosi del fatto che lo zio sfilasse in piazza in divisa e con la sua bella tromba dorata...). Che lo zio, secondo me, sapeva trattare con buona tecnica e sentimento, nel senso che di qua a casa mia non se ne lagnava nessuno e a me addirittura piaceva.

Verso le sei di sera, dopo essere tornato dal lavoro, lo zio scendeva nel vigneto e attaccava il perepepè. All’inizio il pollame, alle prime note, scattava via e andava a rintanarsi impaurito al lato opposto del cortile. Poi pian piano galline oche anatre mute e tacchini s’erano abituati, e non ci facevano quasi più caso. E non ho scritto «quasi» per caso, poiché i tacchini, i tre-quattro maschi, al suono della tromba intonavano progressivamente il loro, di canto. Lo zio trombettiere si allontanava e loro lo seguivano, non sapendo così di contribuire, nel loro istintivo agire, a firmarsi la condanna a morte: difatti, come si fa a intonare bene le note, e sentirsi il suono avvolgere, venendo perseguitato dal ritmico gloglottio sguaiato di quattro maleducati tacchini che ti vengono dietro?

Uno finì subito in pentola. Anzi arrosto, ma la carnica lo cucinò malvolentieri, perché aveva capito che la voglia di tacchino del marito aveva una logica decifrabile anche in seconda lettura. Ho capito io, pensò tra sé e sé, qua c’entra la tromba.

Gli altri tre tacchini maschi parvero capire e se ne stettero quieti, invece la carnica no. A lei la tromba più passavano i giorni (e più lavorava di perversi insidiosi pensieri per sottomettere il marito) più dava fastidio. Persino pensarci, e per lei era diventata una fissa: di quella tromba non ne poteva più e glielo ripeteva a oltranza. Lo zio allora fu costretto a uscirsene dai confini di sua proprietà e a incamminarsi esule verso il grande vigneto della Contessa che confinava col suo. In piena campagna, però, a mezzo chilometro dalla casa, la tromba si sentiva lo stesso, senza tacchini in coro e più nitida ancora. E alla carnica la distanza fisica ancora non bastava: anzi, la vedevo sporgersi dalla finestra sul retro, al primo piano, e guardare in direzione del trombettìo. Confortata anche dalla di lei madre cjarniele, più carnica ancora (la suocera insomma, e chi ha provato sa cosa intendo) sul fatto che sentire quel suono fosse diventato insopportabile e che dovesse essere assolutamente e al più presto soppresso, una sera d’estate (la sentii con queste mie orecchie) la moglie carnica doc disse al marito, appena tornato dalla solitaria tournée musicale negli ampi spazi agricoli: — Basta, non ne posso più di sentirmi tutte le sere nelle orecchie quel maledetto aggeggio. Scegli: o me, o tromba.

Lui tacque, era ora di cena e non voleva questionare mentre mangiava. Poi lui uscì in bici a far le prove con la tromba nella banda, e tornò ad una certa ora, neanche troppo tardi. La discussione iniziò quando andò a letto (la loro camera era a di là del muro della mia, si sentiva il trambusto del vociare) e fu animata assai. Causa le calorie dell’estate le finestre erano aperte e sentii quasi tutto, specie lei che gridava più forte di lui. Poi all’improvviso tutto tacque, sentii un qualche rumore di un qualcosa che sbatteva ritmicamente sul muro, nonché mugolare ansimare e strani gridolini. Ero fanciullo, lì per lì pensai che fossero passati dal discutere di tromba alle gattarigole.

Finì, raccontano le cronache, che lo zio abbassò la cresta e la banda paesana perse il trombettiere, uno dei suoi migliori elementi. Lo zio si vide costretto a vendere la bella tromba dorata e la moglie carnica doc l’ebbe vinta sul campo e a letto, senza lasciare al marito nemmeno l’onore delle armi, cioè la tromba. O forse sì, anzi sicuramente, ma io ero ancora bambino e certe cose di tromba non le sapevo ancora. Per lo zio quello fu l’inizio della sottomissione totale e incondizionata alla francia (così si dice qui da noi quando comanda la moglie) come commentò un suo collega che si dilettava di fisarmonica. Nemmeno la sua di moglie voleva saperne di sentirsi la musichetta per casa, ma lui non aveva calato le braghe senza colpo ferire, anzi. Prima veniva la fisa, e poi lei, la moglie (al posto di moglie aveva detto una parola sconcia molto simile a fisa, che io bambino forse sentivo per la prima volta in vita mia) che se lo mettesse bene nella zucca e amen. Lui, il fisarmonico che abitava nella casa più avanti, a ridosso della curva famosa per gli incidenti, al contrario di mio zio l’ebbe vinta sulla consorte e continuò a suonare. Però lui non aveva la moglie carnica. ★

Gennaio, 2012