Papi forever

Papi forever

Tra i molti dubbi e le tante incertezze che punteggiano questi nostri tempi affaticati, si va facendo largo sempre più impetuosa, con la forza di un torrente di montagna, una sola, piccola, ma granitica certezza: non ce ne libereremo mai. Detto senza rabbia né amarezza, tanto meno disperazione. Semplicemente, con serena consapevolezza e con una sorta di pacata rassegnazione.

Si parla di lui, è evidente. Lui, il problema del giorno. Un momento: del giorno? Quale giorno? Lui è un problema da vent’anni. Diciannove per la precisione, da quella volta della mitica discesa in campo del ’94 con la calzamaglia calata sulla telecamera per fargli il colorito più bello, roseo come il culetto delle ballerine del Moulin Rouge.

Lui, chi altri? Lui, il nostro idolo, il nostro mito, il nostro unico baluardo, l’ultimo punto di riferimento. Il Papi. Noi suoi eterni ammiratori lo chiamiamo così, Silvio Berlusconi: Papi, proprio come lo chiamavano le sue ragazzine. Quelle che lo facevano divertire e che in fondo gli volevano tanto bene. Era mica per interesse che si spogliavano per lui.

Si diceva, non ci libereremo mai del Papi. Mai come adesso è tanto evidente. Niente, nulla e nessuno lo farà uscire dalla scena politica. Solo il Padreterno, quando lo riterrà. Sempre se lo riterrà.

Anche ammesso (ma non concesso) che il Parlamento voti per la sua decadenza prima di andarsene a casa (cosa peraltro niente affatto scontata), non cambierà nulla. Decaduto o no (tanto agli italiani non importa una beneamata mazza), il Papi continuerà imperterrito a fare politica. Come e più di prima. Con quelli, pochi o tanti, che lo seguiranno. E gli italiani ad applaudire.

A metà di ottobre il Papi dovrebbe andare in galera, per scontare un anno della nota condanna. Ma non andrà in galera perché è troppo vecchio. Dovrà scegliere tra gli arresti domiciliari e i servizi sociali. È evidente che, da genio qual è della comunicazione, sceglierà questi ultimi. E che per un anno lo vedremo in tutte le televisioni del mondo mentre zappa felice e sorridente nelle terre confiscate alla mafia.

Eroe, vittima e martire dei giudici, dei comunisti, e dei giudici comunisti, come un prigioniero nel gulag di un orribile Paese dove la democrazia e la volontà popolare sono state cancellate. State pur certi che spunterà sicuramente, in qualche parte del mondo (probabilmente Francia, sicuramente Russia) qualche intellettuale imbecille a dargli ragione, e che molti idioti (in Italia) gli crederanno.

Se si andrà presto alle elezioni, come è molto probabile, una campagna elettorale così, col Papi prigioniero nel gulag dell’ultimo Paese comunista d’ Europa, rischia di farlo trionfare, candidabile o no (anche perché non è difficile battere una sinistra litigiosa, frammentata e inconsistente), di assegnargli una maggioranza più che bulgara (lo dicono anche i sondaggi riservati), e di riportarlo di peso per altri cinque anni, cioè finché ne avrà ottantadue, al governo.

Ecco perché non ce ne libereremo mai fino a quando a batterlo non sarà il Padreterno (e anche lì è da vedere).

Quelli che non abitano in Italia, e spesso non capiscono alcune cose (parecchie) delle nostre vicende politiche e non, quando ci incontrano ci chiedono, con gli occhi sbarrati dalla meraviglia, come è possibile che gli italiani votino uno come il Papi da vent’anni, com’è possibile che continuino a votarlo dopo tutto quello che è successo, e soprattutto adesso che è un pregiudicato e che dovrebbe andare a chiudersi nel cesso dalla vergogna, come accadrebbe in qualsiasi Paese normale.

La risposta è semplice, semplicissima. E non è solo che l’Italia non è (non è mai stata) un Paese normale. Questo è facile, sin troppo ovvio. No, la risposta è che gli italiani (preciso: molti italiani) amano il Papi e in lui si riconoscono. Perché o sono come lui, o vorrebbero essere come lui. Perché lui è l’Italia. Lui è l’Italiano. Cucù, bunga bunga, e niente tasse.

Mettetevela via, odiosi comunistacci che non siete altro. Non ci libereremo mai di lui. Papi forever. ★

Settembre, 2013