Papisauro

Papisauro

Roberto Bianchin

Che ci sia qualcosa di magico nell’avventura – umana, artistica, imprenditoriale e politica – di Papi Silvio Berlusconi, è indubbio. Qualcosa di insondabile, di sfuggente, di notturno, ma altresì di tenebroso, di misterioso, di indicibile, di inconfessabile, come la provenienza degli ingenti capitali che gli permisero di avviare la sua brillante carriera di imprenditore nel campo dell’edilizia prima e della televisione dopo.

Non può esservi, del resto, un’altra spiegazione convincente in grado di illustrarne i passi compiuti in rapida successione, come l’ascesa sui palazzoni della periferia milanese, la nascita di una televisione nuova di zecca, la nascita di un partito nuovo di zecca e il suo successo immediato alle elezioni, la conquista del governo del Paese, sia pure di un Paese comico come l’Italia, e la sua salda permanenza in sella (oltre che nel cuore degli italiani), sia pure con un paio di cadute accidentali, lungo la bellezza di diciotto anni. E probabilmente, a dispetto dell’età e dei suoi acciacchi, non è ancora finita.

Questo per dire che il Papi, magicien lo è davvero. Lui d’altra parte, da vero artista della vita, e non solo barzellettiere e chansonnier, adora maghi, burlesque e varietà. Non è stato casuale perciò che per spiegare il futuro che lo aspetta (e soprattutto che ci aspetta), abbia fatto ricorso a una tipica espressione, a un tipico gesto, e a un tipico trucco, caro da sempre ai più celebrati magicien del globo terracqueo: il coniglio dal cilindro.

Lui, per la verità, parlando del candidato premier del centrodestra alle prossime elezioni politiche, non ha detto che, come il più consumato dei prestigiatori (certo, ci vorrebbe proprio un bel trucco per portare l’Italia fuori dai guai), tirerà fuori dal cilindro il più classico dei conigli. Ha detto, senza correggersi successivamente, che dal suo cilindro tirerà fuori un dinosauro.

Ohibò. Questa sì che è bella. È un trucco nuovo. E molto interessante. Un dinosauro al posto del coniglio. Mah. Sempre ammesso che non si sia sbagliato (l’età, si sa, tira brutti scherzi), e che avesse davvero voluto dire dinosauro, viene da chiedersi: ma cosa avrà voluto dire? Proprio come si domandò una volta il gentiluomo napoletano Fefè Indolfi di fronte allo sguardo dolcissimo, intenso e prolungato (nei suoi confronti, sosteneva) di una prorompente tabaccaia bresciana che lui discretamente non avrebbe disdegnato.

In assenza (almeno per ora) di altre e più esaurienti informazioni sui connotati del citato dinosauro, possiamo solo fare delle supposizioni. La prima è che, trovando il coniglio troppo piccolo (come dimensioni s’intende), cercasse un animale più grande per fare sensazione, per far capire che la sorpresa sarebbe stata davvero enorme, gigantesca. Certo, poteva dire elefante, allora. Sarebbe stato anche più carino. Ma forse non gli è venuto in mente. Forse non va abbastanza al circo o allo zoo con i nipotini.

La prima cosa grande, in senso animale, che gli è venuta in mente, è stata allora – chissà mai perché – dinosauro. E dinosauro ha detto. Senza pensare, perché evidentemente non ha avuto il tempo di riflettere, che si tratta di un animale estinto da tempo, e quindi un po’ vecchiotto anche come esempio, che avrebbe quindi potuto dare sì l’impressione di qualcosa di grande, ma al tempo stesso anche l’immagine negativa di qualcosa di vecchio, di preistorico addirittura, e di estinto da tempo. Non proprio un bello spot per un candidato nuovo di un partito che vorrebbe essere nuovo.

Ma forse è stato il suo inconscio a parlare. E forse il suo inconscio parlava di sé. Pensava a sé. Soltanto a sé, come spesso gli capita. Il Papi che si vede sempre giovane, che si vuole sempre giovane, vive in realtà nel tristissimo parco zoo dei dinosauri della politica italiana, di cui oggi è il massimo esponente. Forse questa sarà la sorpresa. Dal suo cilindro, al momento buono, il dinosauro che tirerà fuori avrà il sorriso del caimano. Il suo. Quello del Papisauro. ★

Novembre, 2012