Piero Nardo il poeta dimenticato

Piero Nardo
il poeta dimenticato

Uno straordinario personaggio
nato e vissuto per novant’anni
a Torre di Mosto
tra Otto e Novecento

Paolo Fiorindo

Padre di otto figli, Piero (all’anagrafe Pietro) Nardo (di Marco e Rossi Luigia, anch’essa di famiglia torresana), storico poeta e campanèr nella chiesa parrocchiale di Torre di Mosto, fino a questo momento è una figura rimasta celata nella memoria di paesani quasi tutti ormai passati a miglior vita. Ma non tutto della sua lunga esistenza è andato perduto, e quel che manca — ancora molto — spero di riuscire con un po’ di fortuna a recuperarlo.

Pietro Nardo e la moglie Angela Simioni alla fine degli anni trenta.

Uomo alto, elegante, austero, figura aristocratica che incuteva rispetto, ben vestito, elegante, scarpe sempre lucide, salute solidissima, memoria inossidabile, bella postura e incedere nobile, da principe, Piero Nardo era buono di carattere, generoso, pio e rispettoso. Grave e compìto negli atteggiamenti, devoto. Timorato di Dio, insomma.

Era campanèr e sagrestano qui in paese ancora all’epoca di Monsignor Andrea Zanardo, e fino a quella di don Bruno Fava.

Nacque nel 1865-6, a Torre di Mosto. O forse nacque qualche anno prima, dicono, poiché pare che quando morì (il 19 febbraio del 1956 a Melzo - Milano, come mi confermarono, facendomi vedere il più vecchio registro del comune, le gentilissime ragazze dell’ufficio anagrafe di Torre di Mosto) di primavere ne contasse esattamente novantatré.

Torresano di origine, dalle informazioni che finora ho potuto raccogliere so con certezza che risulta presente in paese come sacrestano e campanèr della chiesa parrocchiale di San Martino già prima della Grande Guerra.

La famiglia

Sposato con Angela Simioni, originaria della zona di Fontanelle (Treviso), ebbe otto figli (cinque femmine e tre maschi), cinque dei quali gli morirono in giovane età, cosa non rara per l’epoca, fra guerra e malattie curate alla meno peggio e coi pochi mezzi allora a disposizione. Una figlia nubile, Maria, che s’ammalò di morbo polmonare, veniva curata in sanatorio a Cavaso del Tomba: il padre Piero la portava lui stesso e poi la riconduceva a casa col carretto tirato dalla mussa (unico mezzo allora disponibile), con un viaggio lento e interminabile. La ragazza (dal carattere dolce e mite, provetta ricamatrice di pizzi) poi, che viveva in casa con lui, morì nel 1949 ed è sepolta a Mirano (Venezia).

Il rapporto tra Piero e Maria, sua figliola nubile, viene descritto come particolarmente intenso. Il padre dedicò alla figlia tutte le cure possibili, e fu ricambiato con tutto l’amore e la dedizione che una figlia poteva offrire al padre. Piero Nardo vide la figliola pian piano spegnersi e, già vecchio e non potendola assistere negli ultimi momenti di vita (era ricoverata nel sanatorio di Mirano) s’accommiatò da ella morente con una struggente e commovente benedizione che scrisse di suo pugno e che le inviò.

Piero Nardo abitava di fronte alla Livenza, nella zona più vecchia del paese proprio davanti alla salita del ponte di barche, nella terza casetta di Rivagranda, coi figli e con la moglie (morta anch’essa prima di lui, nel 1940, provata da tante sofferenze).

Per andare a suonare le campane prendeva la via per il campanile a fianco all’argine, camminava in mezzo alle ortiche alte, poi entrava per la porta accanto alla muretta del vecchio cimitero dietro la chiesa e si dirigeva alla porticina alla base del campanile. Lungo la strada lo vedevano allargare le braccia e invocare ad alta voce i figli morti, e lo sentivano pregare ardentemente e recitare le litanie per le loro povere anime.

Arte manuale e scrittura

Il poeta campanèr aveva il cappello nero sempre in testa e la moglie aveva cura di smacchiarglielo e tenerglielo pulito. Non sapeva andare in bicicletta. In compenso però era un abile scultore (oltre che pittore, poiché ha lasciato anche dei bei quadri) e provetto falegname: sapeva lavorare il legno con maestria. Tra l’altro s’era costruito un’alta sedia nera, e aveva scolpito una madonna grande in legno, alta più di un metro, che riproduceva esattamente (ma col visino un po’ più dolce, da bambina, mi dicono) la Beata Vergine delle Grazie che si venera a Torre (la cui effigie sta assisa nell’altare di sinistra della parrocchiale di S. Martino). Vestita di raso e seta, con l’abito ricamato dalle sapienti mani della figlia Maria, la statua della madonnina l’aveva poi data al scarper de Biveron, che l’aveva dipinta (ma che poi purtroppo finì rosicchiata dai topi).

Piero Nardo possedeva una casa sua (cosa rara per quei tempi): aveva in tinello una grande scrivania nera coi cassetti bene ordinati, e scriveva sempre, di continuo, con la sua calligrafia aggraziata e precisa. Gli venivano commissionate le poesie per i matrimoni, e le odi e i sonetti per salutare il vescovo o per celebrare altre ricorrenze, avvenimenti importanti o visite di ospiti illustri nel paese.

Era un uomo sobrio, che parlava poco e con intensità, schivo di osterie e ritrovi chiassosi. Sempre in ordine, rincurà, ben vestito, con giacca e cravatta.

Piero Nardo era quel che si dice un autodidatta: la frequentazione con il clero gli aveva dato la possibilità di avere tra le mani numerosi libri che leggeva e da cui imparava anche a scrivere. Alcuni suoi brani finirono un giorno tra le mani del vescovo, che li trovò interessanti e li lesse in chiesa durante la predica. Poi, complimentandosi con il Piero Nardo, gli chiese come mai li avesse scritti in matita e su carta così misera. Il Piero gli rispose che lui era povero, pennini e inchiostro non ne aveva, e nemmeno carta buona. Così che il vescovo, qualche giorno dopo, gli fece recapitare carta, pennini e inchiostro.

Piero Nardo aveva scritto molto, in vita sua, gli venivano commissionati discorsi di circostanza, dai parroci e anche dalle autorità comunali. Anche poesie, sia in dialetto che e in italiano. E li compilava in bella calligrafia, e aveva pure imparato a incorniciare e a ricamare il foglio come gli antichi amanuensi, tenendo per sé le brutte copie di tutte le sue creazioni.

Le poesie perdute

So per certo che qualcuno aveva provveduto a rilegare con cura tutte (o gran parte) di queste sue poesie. C’è più di qualche persona che dice di averle avute tra le mani e averle anche lette, ma che ora però non sa dove siano finite. Ma siamo tutti d’accordo che quel materiale andrebbe trovato, salvato e magari, avendone il consenso, anche pubblicato, perché è un piccolo capolavoro artistico prezioso (oltre che una memoria storica, religiosa e umana) che non dovrebbe andare perduto.

Qui a Torre di Mosto ho raccolto altre conferme, addirittura ho saputo che c’è qualcuno che conosce una poesia del Nardo a memoria, divertentissima e arguta, mentre qualche altro conferma che tra lui e altri paesani amanti delle belle lettere vi erano continui scambi epistolari anche in rima.

Ho avuto la fortuna, per interessamento di una gentile signora, di vedere gli originali e di poter fare le copie di due poesie del Piero Nardo, scritte in occasione del matrimonio di Angelo Panzarin e Lisetta Pasqualini (quest’ultima nipote del Nardo). Datate 17 agosto 1941, in Torre di Mosto, e firmate «il nonno Piero Nardo».

La piccola foto, l’unica finora in mio possesso con l’effigie del Nardo, lo raffigura col paltò e il cappello (nella mano destra tiene qualcosa, forse un libriccino), assieme alla moglie Angela (col fazzoletto e lo scialle tipici dell’epoca), seduti all’esterno di casa, su un esile divano, dietro una rigogliosa pianta del loro piccolo giardino. Siccome la moglie morì attorno al 1940 (al momento non ho ancora completato le ricerche, ma so che i parenti sono sepolti nel cimitero di Torre di Mosto) il Nardo dovrebbe aver avuto all’epoca della foto circa settantacinque anni.

Il testo in lingua veneziana della poesia La campana rotta, del 1923, mi arrivò tra le mano in modo fortuito, all’inizio degli anni novanta. Era stato dimenticato dentro la fotocopiatrice e così, incuriosito, me ne feci una copia. A occhio, la lingua non pare proprio il dialetto liventino, ma sembra più il veneziano dell’Ottocento, non del tutto lagunare però, da commedia dialettale. O da testo d’opera, oppure operetta, di cui mi dicono che il nostro poeta si intendesse.

La commedia dialettale locale

I termini (o interiezioni) Boiamondo e par dini de dia sono tipici delle commedie da oratorio, per cui forse il Nardo, anche per la sua vicinanza al mondo dei preti, venne certamente a contatto con le compagnie teatrali che frequentavano i palchi degli oratori (a Torre di Mosto quello dell’asilo parrocchiale, seppur degli anni Venti, ma qualcosa forse esisteva anche prima). Nella sua fertilità creativa di scrittore aveva addirittura tradotto in veneziano parti della Divina Commedia (ma qualcuno dice tutta).

Le altre due poesie rinvenute, il sonetto e l’ode, entrambi in rima, sono di stile aulico più recente (tipico peraltro dell’epoca, anche se leggermente retrò), ma molto semplici nella costruzione seppur con precisi riferimenti mitologici che testimoniano una ottima cultura nel campo.

Fece parte di qualche compagnia teatrale torresana? In effetti il paese mantenne per decenni una lunga tradizione filodrammatica, interrotta nel 1996, speriamo non definitivamente, con la compagnia teatrale 2T fondata ancora nel 1981 e portata avanti dal mai dimenticato Dino Cagnazzi.

Non pare azzardato dire che il nostro poeta quasi dimenticato abbia imparato a scrivere in rima anche maneggiando i testi teatrali.

E dopo la povertà, la Grande Guerra

Gli inizi del Novecento, lo ricordiamo, sono anni poveri e terribili per questo nostro paese. Non si patisce la fame, ma le risorse sono misere e ci si deve accontentare. I fisici più robusti sopportano, per gli altri invece le speranze sono esigue, e ci si affida ai santi (come anche adesso, del resto). Il sacrestano gira per il paese col carretto trainato dalla mussa, a raccogliere pannocchie e vino per il parroco. Ognuno dona quello che può, si tira avanti alla buona insomma. Ma se poi ci si mette anche la Guerra...

Allo scoppio della Grande Guerra Piero ha già quarantanove-cinquanta anni: fu questo periodo e quello seguente l’arco di tempo tragico in cui gli morirono i cinque figli.

La sua casa, mi raccontano, assomigliava a una chiesa: aveva il canevòn e, all’entrata ad arco, un altarino e una colonna bianca neoclassica, canoviana, col capitello finemente scolpito dallo stesso sacrestano, con alla sommità un vaso di fiori, una sparasìna che arrivava fino a terra.

Durante la Grande Guerra (in cui perse due giovani figli) Piero Nardo partì profugo, con Luigi Pasqualini, relative mogli e gli altri figli: presero il treno a San Donà, ci arrivarono col carretto tirato dalla mussa di Piero, che prima di partire vendette la povera bestia. Furono profughi a Montorio Romano, in Abruzzo, e alla fine della guerra tornarono a ristabilirsi in paese.

Piero Nardo e Angela Simioni ebbero otto figli:
Marcellina,
Luigia,
Maria, la più giovane, la ricamatrice di pizzi, quella che morì in sanatorio a Mirano,
Sidonia ed Elisa, entrambe morte giovani e inumate a Torre di Mosto. Furono sepolte per terra accanto al muro al centro-destra dell’entrata del cimitero, con le lapidi a ridosso del muro, ma le loro tombe ora non ci sono più, furono tolte per far posto alle cappelle familiari in muratura costruite in seguito. Mi raccontano che lo stesso Piero Nardo avesse realizzato con le sue mani i paletti e le catenelle decorate a fiori e ghirlande in ferro e alluminio per cingere l’area di terreno dove erano state sepolte le due figlie e le moglie, ma ora non che c’è più nulla, chissà se esistono ancora e nel caso dove sono finiti...

Poi i due figli maschi, Marco Antonio e Olindo, che partirono soldati e che morirono nella Grande guerra, e non si sa dove siano sepolti sebbene il loro nome figuri scolpito sul monumento ai caduti delle guerre davanti al municipio, in centro a Torre di Mosto, tra quello gli altri soldati che offrirono il loro giovane sangue combattendo per la patria.

Alfonso, l’ultimo figlio e il più giovane di tutti, (negli anni della Grande Guerra non aveva ancora l’età per andare a combattere), se ne era andato in seguito a vivere a Melzo, un comune vicino a Milano, dove aveva portato con sé (1950-51?) anche il padre, negli ultimi anni della sua vita quando era ormai diventato del tutto cieco, e dove alla fine morì. Piero Nardo è sepolto quindi in Lombardia (attendo ancora conferma dal comune milanese che ho già interpellato).

Dalle testimonianze un piccolo ritratto

Mi raccontano di lui: «Il nonno, alto e serioso, buono e giusto, con quel suo portamento austero e grave metteva un po’ di soggezione. Quando ci veniva a trovare, a Natale e a Pasqua, soleva annunciarsi sempre per tempo. A casa mi dicevano di aspettarlo fuori dalla chiesa, dopo messa ultima, così quando finiva di suonare le campane lo accompagnavo a casa nostra. Si sedeva a capotavola e prima di mangiare si faceva il segno della croce e borbottava una preghiera. Di giorno lavoro girava col gabàn, el butasù, ma la domenica indossava il paltò nero. Entrava e usciva dalla chiesa sempre e solo dalla porta del campanile. La sua camera era piena di libri, anche in latino, secondo me sapeva anche il latino». E altri confermano, come vedremo, che lui il latino lo conosceva e lo parlava benissimo.

E i suoi atteggiamenti gravi e riverenti ben si addicevano alla precisa educazione ricevuta nel contatto con i compassati esponenti del clero, sempre maestri tanto di gentilezza quanto di fermezza nelle maniere e nel comportamento.

E scrivere poesie, ai suoi tempi, era un diletto e una possibilità per pochi, soprattutto giovinotti nobili e ricchi, o esponenti del clero. Oppure per veri appassionati, avvolti e coinvolti dal sacro fuoco della Musa, come il nostro Piero Nardo.

La biblioteca dispersa

Il professor Fermo Fornasier (già sindaco di Torre, oltre che grande amico), mi dice che in una delle sue ricerche ebbe per mano la richiesta di rimborso danni subiti effettuata dal Piero Nardo allorché lo stato italiano intese riparare al danno fatto dagli occupanti austro-ungarici durante la Grande Guerra. Il Nardo, tra l’altro, aveva fatto un lungo elenco di libri sottrattigli e andati dispersi: l’elenco comprendeva i grandi classici della letteratura (Ariosto, Tasso, Parini, Boccaccio, Dante Alighieri e altri importanti autori). Un vero patrimonio perduto, specie per lui che era cultore di lettere e letterato egli stesso.

Da chi aveva avuto e come mai il Nardo possedeva nella sua libreria tali libri? Li aveva ereditati da qualcuno?

Vista la difficoltà dei trasporti (il carretto trainato dalla mussa) stavano già in paese o se li era fatti arrivare? Appartenevano a qualcuno che glieli aveva dati in affido? Girando col carretto e la mussa a raccogliere l’elemosina e il quarantese casa per casa (questo se lo ricordano in tanti), conosceva tutti, in paese, e quindi qualcuno di sua fiducia potrebbe averglieli affidati. O facevano parte della dote di famiglia? Aveva pure un teschio sulla scrivania, di legno, scolpito con le sue mani: il cranio si apriva e diventava un astuccio portapenne.

«Erano i tempi, gli anni cinquanta, in cui la gente andava a messa coi vestiti rattoppati, coi tacòni — dice mio zio Antonio Boatto, che non si ricorda d’averlo conosciuto ma di averne sentito parlare, in effetti è troppo giovane — e li ostentavano l’uno all’altro. Da come erano sistemati e cuciti i tacòni sia capiva se uno aveva la moglie brava o meno».

El campanèr e lo zibaldone verde

Una signora settantenne mi racconta che «quand’ero bambina, in chiesa, sono corsa ad aggrapparmi alle corde delle campane, per gioco. Piero Nardo è arrivato di corsa e mi ha dato due schiaffi nel culetto per punizione. Lo ricordo vecchio, con il volto scavato e i capelli bianchi e un po’ ondulati: a guardarlo in faccia faceva quasi paura, era vecchissimo. Lui ci sapeva fare a tenere in ordine la chiesa e a preparare tutto alla perfezione».

Anche il nostro compaesano monsignor Pietro Mazzarotto, che ho sentito telefonicamente, se lo ricorda benissimo, e si dimostra disponibile e generoso di particolari ben precisi: Piero Nardo gli recitò una sua poesia, scritta per l’occasione, quando cantò messa, cioè fu consacrato sacerdote, il 29 giugno (giorno dei santi Pietro e Paolo) del 1950, durante il pranzo tenutosi nel salone dell’asilo parrocchiale di Torre di Mosto.

Il fatto testimonia che, a quella data, il Piero Nardo si trovava ancora a Torre di Mosto ed era, malgrado l’età, sufficientemente in forze. Piero Nardo in quel frangente era sacrestano in coppia con Davide Pegoraro.

Don Pietro Mazzarotto conferma che il Piero era un uomo che dimostrava grande amore per la chiesa, che cantava benissimo i mattutini e che aveva una ottima pronuncia del latino.

Si ricorda che (lui, monsignor Mazzarotto) era chierichetto quando un venerdì santo che cadeva proprio il primo aprile (il giorno del pesce!), terminati i preparativi per la cerimonia della sera (Via Crucis) condotti dal Nardo con maestria ed estrema disinvoltura, il sacrestano-campanèr aveva incaricato, con un certo piglio severo, i chierichetti di procurargli un mappamondo, perché sarebbe servito al pievano durante l’omelia. Commenta Monsignor Pietro Mazzarotto: «Dove mai avremmo potuto trovare, noi ragazzetti, un mappamondo, in quegli anni poi!»

Il Nardo era molto stimato dai paesani, ma i ragazzini invece si divertivano, quando lo vedevano passare sul carretto trainato dalla mussa, a saltar su, ad aggrapparsi per tirare all’indietro il sarabàn, e allora lui li scacciava con la vis’cia.

Per quanto riguarda la raccolta rilegata delle poesie e degli scritti del nostro poeta campanèr, monsignor Mazzarotto (che chiama quella raccolta zibaldone) dice che anche lui, a suo tempo, lo ebbe in mano e lo lesse quasi tutto. Ma ora, dove sia finito quel libro rilegato in tela verde (dal dorso spesso almeno tre centimetri), non ne ha la minima idea.

E cita, a proposito dell’altro campanèr, Davide Pegoraro, personaggio più amicone e meno riservato del collega Piero Nardo che invece era più austero e compìto, che costui (il Pegoraro) soleva dire dopo messa «vae darghe na branca al viliaco» e andava a bere l’anice dalla Ginetta Pupulin — osteria dea Betta, in piazzetta Mazzini, quella davanti alla chiesa — e tornava appunto con l’alito impregnato dall’odore del liquore.

La cultura di un sacrestano

Singolare anche il nome, Sidonia, che il Nardo diede a una delle figlie, forse su consiglio di qualche religioso. Santa Sidonia fu in effetti martire cristiana in Cilicia (II secolo); Sidonia significa di Sidone, città dell’antica Fenicia, e in inglese diviene nome proprio e di città (Sidney).

Ma la cultura di un sacrestano, come era il Nardo, non è da sottovalutare. In fin dei conti è proprio un sacrestano che appare nel primo atto della Tosca di Puccini (testo scritto da Giacosa e Illica), e che apostrofa ripetutamente il pittore Mario Cavaradossi con la celeberrima frase: «scherza coi fanti, ma lascia stare i santi».

Il nostro Piero Nardo a suo tempo aveva tratto quel nome da qualche prezioso testo tipo sancta sanctorum, oppure da un calendario liturgico, libro che poteva tranquillamente e più facilmente consultare in canonica?

Un altro paesano avanti negli anni, austero e disponibile, mi conferma che verso la fine della sua vita il Nardo era diventato sordo, cantava stonato e aveva gli occhiali con le lenti spesse un dito. Poi mi indica il punto esatto della piazza della chiesa, quand’era ancora di sassi e terra battuta, dove stava la piera del bando, e dall’altra parte una casa che non c’è più, un arco scomparso e una strada sparita anch’essa, che passava per di là, dietro le case, dove adesso c’è un prato. E mi promette che s’informerà, e che dovrei sentire anche queste persone di cui mi fa il nome. Va bene, gli rispondo, pian piano provvederò, se ci fosse qualcuno che mi aiuta... comunque grazie, spero di fare in tempo.

Alla ricerca di nuovi particolari

E se qualcuno degli amici lettori ne sa qualcosa in più, o può in qualche modo aiutarmi a ricostruire la vicenda di questo colto, pittoresco e umanissimo personaggio ancora tutto da scoprire, e dell’ambito paesano in cui viveva, si faccia pure avanti.

Usciranno certo ancora molti interessanti particolari di questo quadretto di vita liventina: il nostro poeta campanèr fu testimone di oltre mezzo secolo (più o meno tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento) di vita paesana, assistette e partecipò ad importanti avvenimenti e di più di qualcuno certamente scrisse, annotando in quel modo suo, arguto e rispettoso, fatti salienti e personaggi caratteristici di un’epoca importante e ancora in gran parte da riscoprire. Da un punto di vista privilegiato, se vogliamo, quello suo, in prima fila e a stretto contatto con le autorità, ma allo stesso tempo discosto e riservato.

Così che, questa di Piero Nardo, poeta e campanèr, diventa una storia che ha molto da insegnare a tutti noi: l’amore per il proprio lavoro, la precisione nella conduzione del rito ecclesiastico nei suoi minimi particolari, il rispetto, la buona educazione e le maniere adeguate, il timor di Dio.

Una testimonianza, la sua, oltre che una umanissima e sofferta vicenda esistenziale. All’ombra del campanile, nel pieno senso della partecipazione, in questa piccola comunità di anime miti e devote abbracciata alla Livenza.

E alla luce di una tradizione popolare, anche e soprattutto religiosa, che non deve andare perduta. ★

Marzo, 2014