Possessione aliena

Possessione
aliena

A circa quindici chilometri dal mio paese

Paolo Fiorindo

Era all’incirca il 1996, all’inizio dell’estate. Ancora ero ben lungi dal rendermi conto di quegli improvvisi attacchi di lucida follia creativa che mi coglievano a intermittenza. Non me lo sapevo spiegare, non ci badavo, nuove imprese mi facevano posporre l’idea di trovare una giustificazione forzata a quella verve sulfurea che mi faceva uscire dalla mente e dalle mani cose in cui non mi riconoscevo. Divertentissime, effimere, innocue, ma quello non ero io, era uno strano folletto che mi dilatava emozioni e invenzioni con esiti di cui ero il primo a stupirmi.

Paolo Fiorindo, Possessione Aliena (autoscatto involontario rinvenuto nella fotocamera).

Ecco qua: in parole povere io ero posseduto da un altro io, bizzarro e irriverente. Molto strano comunque, in effetti ero in quell’età dove le cellule cerebrali creative si bloccano, rimangono tali ma non si sviluppano più. Invece le mie sembravano risorte, come impregnate di potenti scariche energetiche esterne. Forse la storia delle cellule (neuroni?) bloccati era la solita bufala inventata dai giornali o dalla tv per corredare la pubblicità con qualcosa d’attraente. Ma in testa, ogni tanto, un piccolo campanellino suonava, qualche piccola vocina si faceva udire, da lontano, anche se non riuscivo a decifrare per intero quello che diceva.

E poi strani sogni, spesso anche premonitori, i più bizzarri li andavo anche annotando sul diario per poi rileggermeli e semmai interpretarli con più calma.

Frammenti di pensieri e di illusioni, miraggi, schegge di impressioni, flash di visioni, prolungate immagini lucide di luoghi che nel sogno visitavo con curiosità e meticolosità, osservandone ben i particolari. Viaggi in treno o in pullman attraverso Venezie gotiche e fiabesche, o su autostrade pervase da nebbie color arcobaleno. Strade in salita contornate da raffinati monumenti liberty spruzzati di neve, borghi e palazzi di pietra chiara in riva al lago nei quali entravo e mi soffermavo a scrutare architetture e arredi, quando addirittura non mi inserivo tra la gente nelle scene di vita quotidiana (era come entrare non visto dentro un film, o in un rappresentazione teatrale).

Sogni spesso ricorrenti che mi facevano compagnia per anni, come quella città scavata nella pietra e coperta da una gigantesca roccia incombente, che magari pure esiste ma che, se esiste, ignoro dove sia.

Detto oggi, diciassette anni dopo, pareva che la mia testa di allora fosse un hard disk in cui qualche viaggiatore giramondo stava caricando immagini, sensazioni e filmati con tanto di sonoro, ma che con la mia vita non avevano nulla a che fare. Ma quel mondo che sognavo, mi chiedo oggi, era questo mondo qui che ho sotto le dita, oppure era una trasposizione parallela immaginata da qualche altra entità entrata chissà come in contatto con me, e magari con altri individui? E che senso aveva tutto ciò? Era una compensazione al mio, al nostro vivere incompleto oppure nascondeva altri messaggi, altre insinuazioni? O forse addirittura avvertimenti? Mi sembrava, avevo l’impressione nitida che la mia vita fosse prossima allo scadere, e sentivo una voce dentro di me che mi diceva «sbrigati, molla tutto e fai quello che devi fare...»

Presi così, alla rinfusa, questi frammenti poco o nulla esprimevano di concreto. Ma se invece che schegge di disillusioni, di proiezioni mentali, di desideri repressi, fossero stati i tasselli di un puzzle? Se in origine ci fosse stato un disegno ben preciso originato da una intelligenza superiore che la mia, la nostra mente umana imperfetta non era in grado di decifrare compiutamente?

Come le perle e i diademi di un preziosissimo collier rubato, insomma, gioielli che il ladro ha smontato, ha tolto dal filo per rivenderli pezzo per pezzo ai ricettatori. O come i frammenti di un antico monumento crollato, riemerso da sotto le sabbie e trafugato dagli archeologi dell’Ottocento e poi disperso nei musei di tutto il mondo.

Era una limpida notte del novembre 2002, non era ancora l’una del giorno dopo. Il cielo era stellato ma senza luna, o non era ancora sorta o era già calata, insomma non c’era proprio. Tornavo in automobile verso casa, ero su una larga strada dritta e senza traffico, in pianura, a circa quindici chilometri dal mio paese. Viaggiavo in direzione ponente. Strada buia, anzi no, illuminata ma non so da cosa, come da un alone diffuso. Provai anche a fare clic clic sul comando dei fari dell’auto, per vedere se erano accesi. Non pensavo a niente di particolare. Avevo cenato almeno tre ore prima, non avevo bevuto che un caffè, pure decaffeinato, data l’ora.

Alzo gli occhi dalla strada e guardo il cielo stellato. Un stella più luminosa delle altre, dev’essere Venere. Molto luminescente. Qualche centinaio di metri più avanti quella stella mi pare molto più luminosa. Guardo la strada e la stella, che diventa più luminosa ancora, quasi abbagliante.
Distolgo lo sguardo un attimo ma la luce della stella aumenta: un lampo e un improvviso bagliore, come il flash di un fotografo. Mezzo secondo, forse uno, non di più, di luce, bianco totale. L’auto fila normale sul rettilineo come niente fosse, non mi sono distratto che quell’attimo, ma mi è rimasta impressa nell’occhio l’immagine dell’asfalto bianco con la riga centrale nera, come stampato in negativo.

Proseguo la mia strada e penso che ho appena visto un meteorite, una stella cadente. Che è caduta proprio dal cielo verso di me. Un caso. D’altronde i meteoriti cadono sempre verso qualcosa, o qualcuno, e stavolta è capitato a me, alla fine della traiettoria c’ero proprio io. E poi i meteoriti cadono a caso, mica avevamo un appuntamento, mica ci siamo scelti in anticipo. Io stavo tornando a casa in macchina, cosa volete che stessi pensando, ai meteoriti? E così pure il meteorite ignorava dove sarebbe caduto, e chi eventualmente avrebbe trovato alla fine del suo viaggio siderale.

Comunque, se uno viene investito di notte da una luce proveniente dalle stelle, sì, insomma, dai, non è che sia una cosa tanto normale. Stranamente però non me ne stupii più di tanto e non ne parlai con nessuno per circa dieci anni. E neppure ne scrissi, ma solo perché sentivo che non c’era il pericolo che me ne dimenticassi. O forse era anche questo un suggerimento inconscio, diretto a quella zona del cervello che poi ti fa compiere automaticamente le azioni più banali, istintive e involontarie: grattarti dietro l’orecchio, frenare se un gatto ti attraversa la strada, respirare. Azioni elementari normalissime in cui l’autocensura educativa e culturale non influisce. Un altro al mio posto lo avrebbe urlato ai quattro venti, sarebbe subito andato a raccontarlo al parroco o chessò, ai giornalisti (categoria alla quale appartenevo e apparterrei tutt’ora anch’io): ho incontrato un ufo, sono stato inondato da una luce aliena, mi hanno rapito per chissà quanto per farmi chissà cosa e poi mi hanno riportato indietro nel tempo proprio in quell’attimo per non darmi da intendere quello che fosse successo... sarei stato intervistato da qualche tv locale e avrei incontrato qualche ufologo di fama. Insomma una bella storia da condire con tutti i particolari di fantasia che mi fossero venuti in mente; tanto, incredibile per incredibile, ormai a quel punto, tutto poteva far brodo.

Invece no, niente di tutto questo. Quel fatto galleggiava nel mio inconscio come cosa da nulla, emergeva solo a tratti quando cercavo giustificazioni per quella condizione strana in cui mi pareva che di punto in bianco mi si fosse (rabbrividisco solo al pensarlo possibile) aperta la mente, scoperchiato il cervello. Mi pareva d’averlo più volte scritto, annotato, poi cercavo il testo e non lo trovavo mai. Ma solo perché non l’avevo ancora scritto. Era come obbedissi a un ordine interno alieno: rimuovere, dimenticare, eliminare.

In effetti di quel periodo, di quegli anni ricordo poco, quasi nulla. L’auto rossa, il distacco dal lavoro, i viaggi brevi e continui in giro per l’Italia, la ricerca di novità a ogni costo, la repulsione per qualsiasi legame affettivo. L’unica maniera per recuperare qualche informazione utile è andare a indagare, scandagliare fra i miei disegni di allora: lì inconsapevolmente avrei potuto trovare testimonianze visive, umorali, di quella condizione alienata da analizzare per ricavarne un senso logico.

Ma qualcosa doveva essermi successo anche precedentemente, in effetti quel senso di ritrovata energia, di possessione (come aveva ironicamente suggerito qualche amico ipercattolico) risaliva a qualche anno prima. Nella primavera del 1999 mi ero liberato dal peso dello studio professionale. Risparmiavo dei bei soldi in spese e affitto, un po’ di grana messa da parte ce l’avevo, lavorando come artista avrei potuto sopravvivere senza rimetterci anche per qualche anno. E poi avevo quella ritrovata libertà di guardarmi attorno con calma e serenità, quella cosa che non ha prezzo e che non tutti riescono a gustare.

Qualche svogliata avventura sentimentale con brave ragazze altrettanto svogliate e vaganti. Innocua e distratta, succede anche se uno non va in cerca. Ora che ci penso... tutte figure simili, egualmente tristi, senza qualità apparenti, remissive, avare di sentimenti, chiuse in se stesse ma con la medesima insistenza nel voler scavare nella mia psiche, quasi che celassi chissà quali segreti da rivelare, chissà quali tendenze maniacali da confessare. Pareva avessero tutte il medesimo timore di me, come fossi un Landru, ma non per questo resistevano a manifestarsi attratte, neanche fossi un Rodolfo Valentino. Insomma, sembrava che recitassero il medesimo scontato copione di intervistatrici: nulla da offrire, tutto da sapere. Tanto che me ne stancai, ne ebbi noia e ne persi l’interesse. Sembravano stampate in serie. No, le donne non possono essere tutte così.

E poi quel quadro, la fata dorata che nuota nella luce verso la luna luminosissima con la faccina come le damine di Ertè. Stranissimo, uscitomi dalle mani così come avessi solo liberato la tavola già dipinta dal velo che la copriva.

Fra i testi in memoria nel mio pc, poi, poesiole o racconti, eccole qua: stelle nascenti e morenti, comete, universi popolati da mostri avvenenti, sogni di battaglie interstellari, singulti da fantascienza gotica che non facevano certo parte del mio corredo di grafico e disegnatore di fumetti infantili. Cambiai anche la firma, dallo stampatello ingenuo al corsivo francese, al graziato gotico in lacca rossa come nell’Ottocento. E poi disegni crepuscolari a tinte notturne e spente, spettri con faccette triangolari da bamboline con gli occhietti larghi e tristi. Ero io quello che dipingeva quei soggetti? No, era uno sconosciuto.

Aspetta, e questo cos'è? Ecco qua

un file del diario, nell’archivio rosa, disco 2, 1997, il cerchio di luce sul tetto! (omissis).

Solo dieci anni dopo mi resi conto che più che ai manga giapponesi quelle faccette assomigliavano ai musetti felini affusolati delle creature aliene di certe foto o illustrazioni a corredo di testimonianze di incontri più o meno ravvicinati con entità extraterrestri, che consideravo pure invenzioni fantastiche e a cui prima non facevo caso. Poi in quel periodo ero attratto da quella corrente di pensiero di quel gruppo, i raealiani mi pare, che asserivano che noi terrestri eravamo l’esito di un esperimento fatto da chissà quali visitatori di altri mondi che erano venuti proprio qui a compiere la loro opera di creatori di esseri viventi. E che poi, visto il risultato insufficiente della loro opera, s’erano divisi in due partiti: entrambi d’accordo sul ritornarsene da dov’erano venuti, c’era però chi voleva prima distruggere la creatura imperfetta appena creata e chi invece, non volendo compiere un altro delitto di superbia, la voleva abbandonare così come stava, come chi fa il malanno e poi se la dà a gambe, tanto male che vada questi esseri qui, fusione tra animali e intelligenze superiori, sono pur sempre nostri disgraziati figli. E, per quanto siano inaffidabili e ingovernabili, da questo pianeta non riusciranno mai a uscire. Gran discussione, gran battaglia in cielo e poi fuga repentina, che devono aver vinto quelli contrari allo sterminio altrimenti non saremmo rimasti qui a menarcela tra supposizioni filosofiche, Pangea e Continenti alla deriva.

L’epica leggendaria battaglia in cielo tra buoni e cattivi raccontata in vario modo da tante culture e religioni, la caduta degli angeli ribelli della tradizione cristiana o la battaglia di Mag Tuirhead tra Tuatha de Danaan e Fomori nel mito celtico, per citare le due più conosciute.

Frammenti anche questi, o tasselli d’un puzzle, pietruzze d’un mosaico, scaglie di un affresco staccatosi dalla volta del tempio e frantumatosi sul pavimento da recuperare e, con infinita pazienza, cercare di ricostruire.

Oppure. Una piccola vena, un innocuo invisibile capillare del cervello che si rompe, che collassa, dopo una serata in relax, perché quello che ti frega non è lo stress ma il momento dopo, quando la bufera è passata, hai salvato il veliero ma ti trovi piantato in bolina in preda al timor panico perché non puoi farci nulla e non sai come uscire dall’immobilità.

Basta. Se di un disegno superiore si tratta, e non di un bizzarria del caso, è inutile indagare, indagarsi secondo metodi presi malamente in prestito dalla scienza. E poi me lo diceva anche il professore di matematica del liceo: «Fiorindo, tu mastichi, ma mastichi male. Non fai nessuno sforzo, non ti applichi, cerchi di risolvere tutto con l’intuizione. Che non ti manca, ma da sola non basta. Queste sono cose complicate, devi anche studiare...»

Ma qui, come allora, non posso far altro che usare le mie capacità naturali. Granellino di sabbia nella clessidra dell’Universo, pieno di altri granellini di sabbia. Un piccolo universo lo sono anch’io, però, lo è anche un semplice essere umano: e allora mi lascio guidare dall’intuizione, così, seguendo la mia indole. Anzi, non farò nemmeno questo sforzo. Se il problema esiste, se una verità o una soluzione c’è, beh, prima o poi mi verrà incontro, mi cadrà sulla testa. Come la luce di quella sera.

Domanda: una possessione aliena ha effetto retroattivo? Mi spiego; la nostra percezione del tempo è lineare: prima, adesso, dopo. Passato, presente, futuro. Ma è per tutti così? Se il mio, il nostro presente è l’attimo di adesso, in altre realtà spazio-temporali, ammesso che funzionino come la nostra, questo istante non potrebbe essere dilatato, più lungo? Chessò, durare dieci o venti dei nostri anni? Come un oggetto urtato per sbaglio che sta cadendo: in effetti, se lo raccogli al volo prima che si frantumi sul pavimento e lo rimetti al suo posto è come se non fosse successo nulla.

No. Non è successo proprio nulla. È questo che l’entità aliena nascosta dentro la mia testa vuole farmi credere. Ma mi ha creato imperfetto, quindi ci sono buone possibilità che non riesca nel suo intento.

Forse è una cosa che capita a tutti, ma di cui pochi si accorgono. E chi ci governa, chi ci ispira, chi ci guida, alieno o divino (o tutti e due), rimane anonimo. E non lascia intuire le sue vere intenzioni.

Maggio, 2016