Quel che resta di una tavola imbandita

Quel che resta di
una tavola imbandita

Una mostra sulla poesia dei gesti quotidiani

Maria Luisa Pavanini

L'americana Maggie Siner con le sue languide, misteriose, affascinanti e abbandonate tavole imbandite in scena alla galleria Arkè di Venezia. Un valzer di tovaglie candide, drappeggi sofisticati, bicchieri vuoti e rovesciati, stoviglie in disordine, figure femminili stancamente abbandonate su antiche sedie. Uno sguardo intimo e attento, molto femminile, sulla magia nascosta delle piccole cose.

Maggie Siner, Table, Chair and Tray (2013, 71x76 cm, olio su tela; maggiesiner.com).

VENEZIA – Ma ci può essere della magia in una tavola imbandita? E quale? E come fare per trovarla? Maggie Siner, che da trent’anni ormai è una presenza importante nella pittura americana contemporanea, dopo gli studi compiuti alla Art Student League di New York e alla Boston University, prova a cercarla.

Lo fa nella mostra La poesia delle tavole, una serie piuttosto omogenea di dipinti, allestita alla Galleria Arkè di Venezia, sempre attenta alle proposte nuove e originali. Si tratta di un’esposizione che ha come tema, appunto, le tavole imbandite, o meglio quello che possiamo vedere dopo che il banchetto è terminato.

Candide tovaglie cadono in ampi, sofisticati drappeggi su tavole in cui le rare presenze alludono a qualcosa di finito, di passato, di consumato. Il nostro sguardo ricostruisce così, attraverso bicchieri vuoti e rovesciati, e stoviglie in disordine, quello che è stato, che è appena accaduto.

Rare figure femminili stanno abbandonate su antiche sedie. La loro palpabile stanchezza è eloquente quanto le pieghe ampie e pesanti delle tovaglie. Tutto è finito, consumato, come il pasto, e nel silenzio delle stoviglie disordinate, delle bottiglie rovesciate e vuote, si può solo immaginare il rumore, il chiacchiericcio lieto dei commensali che se ne sono appena andati. Gli oggetti testimoniano in questo modo, con la loro muta presenza, più delle figure femminili abbandonate sulle sedie.

E la luminosità del bianco è più invadente delle sparse macchie dei vestiti colorati, mentre gli occhi delle commensali sono chiusi e le presenze femminili sono lontane e stanche, si abbandonano sulle sedie come i vestiti, vuoti e inanimati.

La prospettiva ribassata focalizza il nostro sguardo sul candore della tovaglia, sul drappeggio che avvolge e cade dalle tavole in ampie pieghe verticali più vive delle assenti, dormienti figure femminili.

C’è il piacere della pittura, una sapienza compositiva che anima gli oggetti attraverso il tocco sapiente di pennellate veloci, trascorrenti e memori degli impressionisti. Ma lo sguardo sulla realtà è quello intimo, attento,preciso delle donne che sanno cogliere la poesia del quotidiano, l’anima delle cose.

Maggie Siner
Galleria Arkè, Venezia
Fino al 18 aprile

Marzo, 2015

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