Quella sera che Maria Garçia cantò gratis per salvare il teatro

Quella sera
che Maria Garçia
cantò gratis
per salvare il teatro

Dal 1835 il Teatro di San Giovanni Grisostomo porta il nome della grande mezzosoprano spagnola Maria Garcia. Storia del teatro che fu il «più grande, più bello e più ricco della città» tra stravaganze, cantanti liriche e spogliarelliste d'avanspettacolo.

La locandina del film Maria Malibran, 1942

VENEZIA (r.b.) - Negli anni sessanta non faceva quasi più teatro. Non si chiamava neanche più teatro. Solo Malibran. Scalcinato, cadente, il vecchio e storico teatro era diventato un cinema. Un cinemino, programmazione scadente, di quart’ordine, e una volta la settimana l’avanspettacolo, quello un po’ da caserma, con le donnine scosciate con le stelline sui capezzoli. Estina Lotti, la Venere Rossa, Le Salamandre, Titti Bianchi, Pino Patti, Mimmo Giusti, Armandino Sbarra, Alfonso Thomas, Baffo Settanta, Ric e Gian. Degradato, si direbbe oggi. Eppure fu in quegli anni che la generazione dei maschietti veneziani che oggi ha i capelli bianchi e posti importanti nella società, si affezionò al Malibran. Perché lì, soltanto lì, in quello sbrecciato doposcuola della vita, vide dal vivo, e da vicino, le prime donnine seminude. Sarà poco, allora a quei ragazzi sembrava molto. C’ero anch’io. E il giorno dopo eran dolori, perché a scuola c’erano due ore di matematica e per andare all’avanspettacolo nessuno aveva studiato. Vedevamo tutti e due gli spettacoli del pomeriggio e se ne andava la giornata. Ma quanto ci piaceva.

Questo però fu il momento più basso della lunga e gloriosa storia del Malibran, attraversata da un lungo elenco di “prime” e di nomi importanti. Non sarebbe neanche giusto cominciare così, dal capitolo più degradato, a raccontarne la storia, non fosse che talvolta certi piccoli affettuosi ricordi prendono il sopravvento e si impongono sulle cose più importanti. Noi per esempio, noi piccoli spettatori delle donnine dell’avanspettacolo, non sapevamo neppure che il Malibran, in realtà, si era chiamato Teatro di San Giovanni Grisostomo, dal nome della zona e della vicina chiesa, e che nel Seicento e nel Settecento era stato definito il teatro «più grande, più bello e più ricco della città» da un giornale importante e sfizioso dell’epoca come il «Mercure Galant». Altri lo avevano definito, si legge nelle cronache dell’epoca, come il «più stravagante e lussuoso palcoscenico veneziano».

Costruito alla metà del Seicento dalla nobile famiglia veneziana dei Grimani, che già possedeva in città altri due teatri, quello di San Samuele e quello di San Giovanni e Paolo, deve le sue forme alla mano e all’ingegno di Tommaso Bezzi detto Lo Stucchino, che era architetto, ingegnere alle macchine e pittore al servizio degli stessi Grimani. Fu inaugurato durante il Carnevale del 1670 con la rappresentazione del Vespasiano di Carlo Pallavicino.

La sua fu subito una vita di successi ma anche di eccessi, in cui non mancò di rivelare, quasi premonitrice, la sua vera anima eclettica di autentico teatro di varietà, perché accanto alle opere e alle commedie, gli capitò anche di ospitare, come avvenne soprattutto ai primi dell’Ottocento, spettacoli di arte varia, acrobatici e mimici, e anche degli spettacoli equestri. Quasi un anticipo di quella Cavalchina, con i cavalli veri in platea, che sarebbe risorta alla Fenice agli albori del Duemila. Tra alti e bassi, inevitabili per ogni teatro, filò comunque tutto liscio fino al 1819 quando i Grimani si stufarono di giocare coi teatrini e vendettero il teatro di San Giovanni Grisostomo a due veneziani, Luigi Facchini e Giovanni Gallo.

Quest’ultimo, definito «qualcosa di mezzo tra l’imprenditore, l’artista e il mecenate», era il personaggio più bizzarro. Restaurò il teatro e gli cambiò nome. Non più San Giovanni Grisostomo ma Emeronittio, perché dava spettacoli sia di giorno che di notte. Ma con un nome così orribile, quasi impronunciabile, non poteva avere fortuna. Difatti nel volgere di pochi anni il teatro si avviò diritto verso il più implacabile dei fallimenti. Era il 1835 quando Gallo, rimasto nel frattempo l’unico proprietario, giocò la sua ultima, disperata carta per salvare il teatro. Grazie alla sua amicizia, chiese alla cantante più celebre dell’epoca, la mezzo-soprano spagnola Maria Garcia Malibràn, di venire a cantare a Venezia per salvare il suo teatro. La Malibràn gli disse di sì e rinunciò al suo compenso. Furono due concerti memorabili. Tutto esaurito. Un successo travolgente che salvò il teatro dalla bancarotta. La Malibràn cantò una sera alla Fenice e una sera all’Emeronittio addobbato a festa, in una “Sonnambula” che le antiche cronache definiscono “di eccezione”. Riconoscente per l’aiuto prezioso dell’amica, Gallo decise di intitolare il suo teatro alla Malibràn, cancellando il nefando Emeronittio. E da allora è sempre rimasto Malibràn, anzi Màlibran, come viene chiamato ancora adesso sbagliando l’accento, col ritratto della cantante che campeggia, in un bell’ovale, sopra il palcoscenico. Adesso sarà Atelier Malibràn, con l’accento del cognome della grande cantante tornato finalmente al posto giusto.

Ottobre, 2011