Questione di quorum

Questione
di quorum

Considerazioni generali e particolari
sul referendum appena concluso

Luca Colferai

Ora che si è votato, e che com'era ampiamente nelle previsioni di tutti gli schieramenti (sì, no e non) il risultato è stato nullo seppur vincente in modo da accontentare tutti e da favorire confronti all'ultimo sangue su chi ha vinto e perso davvero, possiamo fare alcune considerazioni che prima non era il caso di fare. Soprattutto per evitare di cadere nel cicaleccio isterico quoditiano universale.

Tessera elettorale piena di timbri. Diciotto votazioni in quindici anni: una media di 1,2 elezioni all'anno.

Da anni i referendum popolari vengono convocati su temi e questioni che non hanno nulla di popolare: coinvolgono direttamente o indirittamente un numero limitato di cittadini, lasciando la maggioranza del tutto indifferente alle sorti del contendere; oppure sono diretti a cancellare particolari minuti di leggi generali, spesso però particolari anch'esse; con lo stesso risultato sul pensiero comune: che siano inutili. Quest'ultimo però è stato eccezionale.

Analizziamo prima tre punti di clamorosa eccezionalità, che in questa occasione si sono rivelati rifulgere come non mai nella storia e poi, per la gioia del lettore, passeremo ad alcune considerazioni personali ma anche generali. E soprattutto etiche.

Primo punto: il quesito. Si poteva trovare qualcosa di più pretestuoso, cavilloso, smaccatamente artatamente confezionato tale da lasciar supporre nei promotori più di un'ombra di malizia e addirittura il desiderio di seminar zizzania in un paese già istericamente e superficialmente litigioso come il nostro? No: non si poteva. Anche al più sfegatato ambientalista, anche al più pervicace nemico del mondo moderno, appariva decisamente fuori misura convocare il popolo italiano sulla trivellazione marina ad esaurimento dei giacimenti, oppure anche no.

Secondo punto: la finalità. Come sempre più spesso accade, dalle elezioni dei consigli di quartiere fino al referendum, la posta in gioco non è mai lo scopo della votazione, ma: far cadere il governo. Il rincoglionimento italiano permea tutte le classi sociali, i ceti culturali, gli strati d'età, le inclinazioni sessuali, le appartenenze religiose. Da anni ormai è chiaro ad ogni elettore che il suo voto non è mai (e ripetiamo: mai) espressione delle sue convinzioni, né tanto meno delle sue concezioni, (sarebbe troppo spingersi fino alle aspirazioni: il futuro non fa più parte della politica) ma riguarda solo un punto: far cadere o tenere in piedi il governo.

Terzo punto: gli appelli. Diciamo subito della mostruosa ipocrisia della difesa dei posti di lavoro, incredibile e continua falsità propalata reiteratamente da una classe dirigente (politica ed economica) che ha da sempre dimostrato totale indifferenza e sommo disprezzo nel trattare quei poveretti che ancora lavorano nel mondo occidentale. E puntiamo subito alla spregevole orribilmente craxiana baggianata renziana dell'invito all'astensionismo. È formidabile (in senso etimologico: che fa tremare dalla paura) che il capo di governo di un partito che si chiama democratico inviti all'astensionismo. È peggio del pagliaccismo pannelliano che decenni fa contava come suoi gli astenuti e le schede bianche, raggiungendo vette erette di percentuale. È immorale, ignobile, spregevole da parte di un capo di governo democratico invitare a non votare.

Ed ora le considerazioni generali. Quali che fossero le intenzioni particolari dei promotori, il referendum da essi proposto era formalmente valido, promosso e autorizzato: legittimo. D'altronde è ben difficile cannare un referendum; a meno di non pastrocchiare con le firme ed essere totalmente cretini, si possono sottomettere a quesito abrogativo tantissime leggi (tranne poche che potete andare a leggere nel collegamento in calce a questo testo). Forse, a questo punto, sarebbe il caso di interrogarsi seriamente sui requisiti minimi richiesti per l'ammissione di un referendum popolare abrogativo: forse cinquecentomila elettori o cinque consigli regionali sono troppo troppo troppo pochi. Non sono affatto indicativi del popolo. Si trovano sempre. Magari raddoppiandoli si capirebbe meglio se il quesito interessa di più.

Ed infine le considerazioni personali. Sono andato a votare. Vado sempre a votare. Tanto che ho completato tutti i timbri sulla mia tessera elettorale e ne ho presa una nuova (non me ne ero neanche accorto, taci va là che se ne sono accorti prima che votassi). Ci sono diciotto caselle libere in una tessera elettorale nuova. C'è pure una facciata tutta vuota che potrebbe portare a ventiquattro le caselle da timbrare, ma forse è lasciata in bianco perché l'inchiostro dei timbri elettorali è tanto penetrante e andrebbe a macchiare tutta la copertina per di dietro sul davanti, il che non sarebbe proprio bello. Sono andato a votare perché penso che in una democrazia il voto è un diritto fondamentale ma anche un dovere morale: si può ma si deve esercitarlo. Parafrasando un acuto pensatore che tutti voi conoscete: il voto è come un muscolo. Bisogna usarlo sennò si atrofizza. Prima di votare, per alcuni giorni, mi sono interrogato su cosa votare. Anche se non sembra, pensare è ancora un'attività necessaria. Mi sono baloccato con alcuni interrogativi: ma mi interessa a me questo quesito? E sono a favore o sono contrario? E se gli annullassi la scheda? E se lasciassi in bianco? E quanto è importante trivellare fino ad esaurimento? E se cadesse il governo? E se non raggiungesse il quorum? E se, e se, e se...

Così, alla fine, il personale è diventato generale: ho applicato le mie convinzioni, le mie concezioni, persino le mie aspettative, alla questione. E sono giunto a questa conclusione: non credo che il risultato complessivo di questa chiamata elettorale servirà a qualcosa e sicuramente non servirà assolutamente mai alla finalità dichiarata; però su questo sono stato invitato ad esprimere il mio pensiero e per le ragioni esercitative del diritto di voto suindicate apporrò una croce sulla scheda. Ora si trattava di decidere se sì o se no. Per ragioni etiche e anche filosofiche, ho scelto di oppormi microscopicamente ad una delle più ributtanti immorali e perniciosissime delle espressioni della malvagità umana: le compagnie petrolifere. Così ho votato sì. In perfetta libertà, anche si sbagliare. Auguri!

Pagellina elettorale
Promotori del Refendum: 4½
Presidente del Consiglio: 2--
Votanti: 7+
Astenuti: n.c.

Aprile, 2016

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