Razza de mona

Razza de mona

Stappando prosecchi in allegria, un signore paffutello e non più giovanissimo, aria simpatica, profilo da osteria, accento marcatamente trevigiano, ha annunciato al mondo, a una tivù russa e a una tivù araba, che la regione del Veneto (Italia) è diventata uno Stato indipendente. Questo perché due milioni e mezzo circa di cittadini veneti (pari a tre elettori su quattro) avrebbero detto sì, all’89%, all’uscita dall’Italia in un referendum-plebiscito (di cui in realtà non si era accorto nessuno), che sarebbe stato indetto in rete da alcuni movimenti autonomisti.

Pietro Longhi, Lezione di Geografia (particolare, 1752 circa, olio su tela, 62×41,5 cm, Pinacoteca Querini Stampalia, Venezia, fonte wikipedia.org).

Anche ammettendo che fosse tutto vero (non c’è alcuna prova della veridicità di queste cifre), e che non si sia trattato di una burla da osteria, genere in cui i trevigiani sono particolarmente versati, architettata da qualche buontempone emulo del mitico conte e attore Gigi Ballista, si tratterebbe semplicemente di un sondaggio che non ha alcun valore sotto nessun punto di vista.

Salvo uno, forse: segnalare, per l’ennesima volta almeno da cinquant’anni a questa parte, il malumore dei veneti (ma lo stesso potrebbe valere per i calabresi), verso lo Stato italiano. L’indipendensa del Veneto, in sostanza, non è uno scherso, come ammonisce il sociologo Ilvo Diamanti, vicentino doc, su Repubblica: «L’indipendenza costituisce per i veneti e il Veneto un modo per denunciare, in modo estremo, il disagio nei confronti dello Stato centrale. L’insoddisfazione contro la classe politica e di governo. Non solo nazionale, ma anche regionale».

Tutto vero, sacranòn. Ma sono le stesse cose che diceva la Lega trent’anni fa al tempo dei suoi primi vagiti. Solo che, non avendo poi combinato nulla, neanche negli anni (non pochi) in cui è stata al governo, ora cambia e ridimensiona gli obiettivi. Prima vagheggiava la rivolta del Nord e la secessione dallo Stato italiano, poi la nascita di un inesistente Stato settentrionale chiamato Padania, quindi la fuga del Nord Est, poi la formazione di una macro-regione del Nord, quindi di più macro-regioni, e via discorrendo. Ora si accorge, come sostiene Diamanti, che è sempre più difficile tenere insieme il Veneto con il Piemonte, la Lombardia e lo stesso Trentino-Alto Adige, Treviso con Milano e Bolzano.

E allora avanti con le piccole patrie purché siano sempre più piccole. Avanti il Veneto, allora. Il Veneto che è una Nazione. Il Veneto che è un popolo antico. Il Veneto che ne ha piene le balle. Il Veneto che non ne può più (di pagare le tasse).

Favolette per i gonzi. Un popolo veneto non è mai esistito. Né storicamente né politicamente né economicamente né socialmente né culturalmente. Come non esiste una lingua veneta, o lengua, come amano dire i separatisti.

Esistono, e sono esistiti, i veneziani, i padovani, i trevigiani, i vicentini, i veronesi, i bellunesi e i rodigini. Ognuno con la propria storia, la propria lingua (o dialetto, se volete) diversa tra città e città, ma anche tra città e provincia, tra paesi della stessa provincia e addirittura tra quartieri della stessa città. E l’unico Stato fu quello della Serenissima Repubblica di Venezia, che però era tutt’altra cosa da un immaginario e mai esistito Stato veneto (casomai ci fu un Lombardo-Veneto), anche perché teneva tutti gli altri veneti sotto il proprio aristocratico tallone.

Non è nemmeno una razza, quella veneta. Al massimo, per dirla con il Duca di Lendinara Gian Antonio Cibotto, uno dei maggiori scrittori del Novecento italiano, è una “razza de mona”. ★

Marzo, 2014