Red lips

Red lips

Giovanni Camali

Paul Weller, the modfather, mostrava il suo volto dal foglio del quotidiano appoggiato sul tavolinetto del soggiorno. La luce della laguna veneziana entrava dalla grande vetrata a scavare con il suo gioco di luci e ombre il volto di Paul, già segnato da una vita stravissuta. La conversazione scivolava tra lo scroscio delle pagine di quel giornale, girate da mani distratte, mentre l'atmosfera fatta di luci, colori, profumi e sensazioni, si divorava in un solo boccone le parole di quel dialogo quasi formale tra due amici.

RedLips!

In sordina, da una piccola radiolina appoggiata sul banco di lavoro della cucina, come un rumore in sottofondo, si ripetevano le solite notizie cadenzate dalla pubblicità. Dalla strada invece il chiasso era assordante. Dai megafoni di un corteo in marcia per le prossime elezioni, il popolo incitava all'indipendenza veneta per salvare la città dal tracollo economico di un'Italia allo sbando. Ma tutto quel tumultuoso frastuono ciarlatano non riusciva a scalfire l'atmosfera creata dai raggi di sole che attraverso la vetrata facevano danzare nel piccolo soggiorno le particelle di polvere sospese nel nulla. Come se la luce quel giorno volesse dare risalto e notorietà a quegli artisti mai protagonisti.

Vorrei essere capito, mi dicevo, ma perché deve essere così complicato! La conversazione era partita proprio da quel quotidiano. Uno spunto banale, un aggancio per rompere il ghiaccio, un motivo di conversazione leggero e frivolo che poteva incastonarsi nel contesto dell'atmosfera, ma anche non necessariamente. Le parole scorrevano sui binari della convenzione, poi arrivarono anche altri ospiti e l'intreccio delle conversazioni si fece ancora più problematico.

Quell'atmosfera magica era in pericolo. Quella nota lunga trattenuta dal pedale del pianista si stava per spegnere, e la pausa prima della ripresa del pieno musicale rischiava di perdere il fascino del silenzio, del sentito non sentito. Tra le risatine e i bicchieri di prosecco che brindavano in modo assordante, non c'era più spazio per la mia introversione, e a fatica mi dovetti violentare e arrendere ai dialoghi comuni.

Quei sorrisi pubblicitari a trentadue denti sbiancati stile Usa mi urtavano il sistema nervoso, e nonostante cercassi di essere il più normale possibile, camuffando il malumore in modo camaleontico, mi rendevo conto del disagio che provavo nel comunicare con persone che non conoscevo e che soprattutto non ci tenevo a conoscere. Così mi ritrovai lì, in un angolo della terrazza, col solito bicchiere di vino a farmi scaldare dal quel tramonto lagunare.

Guardavo la gente passeggiare e rumoreggiare dal corteo appena passato, e non potei fare a meno di cazzeggiare. Mi sembrava l'unico modo per riequilibrare il mio infantilismo turbato da tanta artefattuale sobrietà. Il bicchiere di prosecco inclinato con il vino quasi al bordo, l'occhio stile cecchino e il cervello attivato trigonometricamente per calcolare l'angolo di mira per non uccidere, ma giusto per incuriosire il passante, e le prime gocce cominciarono a cadere.

Un profondo senso di orgoglio cresceva in me, la goccia di prosecco santificante stava per sfiorare i folti capelli e plof, per errore, la colpii inesorabilmente, un refolo di vento dispettoso aveva cambiato le sorti di quel gesto. Indietreggiai subito e vigliaccamente, d'istinto e di riflesso, come fanno le chiocce nel loro guscio. Poi lentamente mi sporsi dalla balaustra, lei era ancora lì con il naso all'insù e gli occhi indagatori di chi cerca di capire.

Aveva labbra rosso fuoco, e solo per un istante i nostri sguardi si incrociarono. Io continuavo a fissarla, lei, ancora confusa, cercava la giustificazione di quelle gocce toccandosi la testa. Decisi timidamente di sorriderle, e facendo segno con la mano incominciai dapprima a grattarmi la testa e successivamente le indicai la mia persona per farle capire che ero io il colpevole. Sorrise quando le mostrai il bicchiere di vino inclinato facendole capire cosa le era piovuto in testa. Poi il sorriso si trasformò in smorfia e con disappunto scosse il capo e si incamminò.

Le urlai no, no, aspettami, ma sembrò non ascoltarmi. Provai allora con please wait , pensando «forse è straniera», ma niente, sembrava davvero infastidita. Sguardo fisso per terra e passo deciso. Io mi vedevo già per le scale a correrle incontro facendo i gradini di quel piccolo condominio sei alla volta. Stavo volando verso quello che credevo essere il colpo di fulmine.

Non c'era tempo per pensare ai se e ai ma, forse le piacerò, forse no. I miei pensieri la raggiunsero prima del mio corpo, e la implorai di salire con me alla festa. Non trascorse molto tempo e mi ritrovai nuovamente in quel soggiorno al mio primo incontro con tutti i presupposti per vivere una storia di passione folgorante, ma tutto quello che sembrava scontato nei miei pensieri, era invece dannatamente difficile da mettere in pratica, era così dannatamente difficile passare dal dialogo all'intimità.

Esattamente come quando ci si prepara per un esame: si è studiato tanto, si ripetono gli argomenti a mente e ci si accorge che i dialoghi scorrono come un fiume in piena, tutti i particolari sono al loro posto, il discorso risulta coerente e gli aggettivi escono con fluidità stile Piero Angela. Un po’ come accade anche per quei discorsi che mille volte ogni innamorato si prepara per la persona amata, tutto torna e tutto sembra semplice da esprimere, poi si apre la bocca, si comincia a parlare e ogni frase pensata rimane confinata nel mondo della reale dislessia intorpidendo la lingua e anestetizzando la materia grigia.

Non potevo continuare a parlare e parlare del più e del meno quando era chiaro che nessuno dei due era interessato a dialoghi generici, e più passava il tempo e più le cose si complicavano. Ripensavo alle frasi che mi ero fatto, ai bei discorsi, a tutto ciò che avrei voluto dire ma che non sono mai riuscito ad esprimerle. Stavo quasi per accomiatarmi, «è tardi – dissi – devo andare". Però mi sembrava così frustrante quella decisione, che le chiesi di sedersi sulle mie ginocchia, nell’intento di giustificare la mia eminente fuga con almeno un inaspettato e intimo contatto.

Ero imbarazzato, ma non teso. Averla tra le mie ginocchia risultò naturale, prevedibile e giusto. Paul Weller era ormai un ricordo lontano, ora c’erano solo quelle labbra rosse, solo la folgorante visione nata da un momento di evasione, un mentre che andava vissuto a prescindere da ogni cosa. Vedevo quel momento in continua trasformazione. Come le forme delle nuvole plasmate dal vento, le emozioni cavalcavano un puledro indomabile che impaurito si ritrovava poi domato da una carezza o da un bacio.

Fu proprio il bacio nato da una carezza ai fianchi a cancellare quel dannato momento tra dialogo e intimità, tutto in un solo attimo, in un incrocio di labbra che trovatesi l'una di fronte all'altra non poterono far altro che baciarsi appassionatamente. In quell’istante staccai la spina della razionalità e mi feci trasportare dalla passione, dall'emozione, dalla palpitazione, dalla voglia di toccarla tutta. E così feci.

Le mani scivolavano sulla pelle di pesca tra le scapole fino al fondo schiena, poi sul ventre e giù curiose di accarezzare il vello fino a sentire l'umore tra le dita e il suo ansare sul collo. Più toccavo, più il suo ansare e il movimento del bacino mi eccitavano, sentivo i sui liquidi, il suo calore e colsi tutto quel piacere, raccolsi ogni piccolo istante di quel momento che cresceva di attimo in attimo. Mi sentivo così desiderato e allo stesso tempo carico di desiderio che freneticamente mi spogliai ancor prima di vedere le sue nudità.

Non volevo perdere nemmeno un attimo, e mi feci prendere dalla frenesia, volevo amarla e possederla e cercavo in cambio la stessa cosa, la toccavo, baciavo, cercavo la sua bocca e poi le sue labbra per poi ancora baciarla. Guardavo le espressioni del volto, e vedevo i muscoli del collo estendersi e contrarsi in uno spasmo di godimento, le narici a dilatarsi in cerca del mio profumo in una profonda sniffata di sesso, la pelle trasudava un delicato sudore e le mani le scivolavano addosso in un misto di carezza e presa sicura.

Mi accostai a lei come una talpa cadetto e spinsi delicatamente, ma con energia, causandole una smorfia di dolore e di piacere. Imbranato, mi dissi, ma il piacere di entrambi montava. Io spingevo, su, su, sempre più su, lui continuava a gonfiarsi, perché lo aveva catturato tra le spire della sua anaconda, che senza mollare la presa scivolava e stringeva in cerca del suo piacere. Ero lì a godere del suo corpo, quando un calore quasi pungente dal perineo cominciò a salire fino alla punta.

Feci un forte e profondo sospiro, aprii gli occhi ed ero ancora lì, su quella balaustra, con il flûte di prosecco in mano. Il caldo tepore del rosa del tramonto mi scaldava come una grande madre, lei cercava di consolarmi con tutto il suo amore. Sapeva. Sapeva, e aveva intuito il mio malessere. Quando la mia prima lacrima si sposò con il vino, decise di tempestarmi. Le nubi furono chiamate a rapporto, il cielo si fece di un buio cupo e la pioggia spazzata da un vento fresco cominciò a prendermi a schiaffi. Non importava che io fossi malato di Aids e che tutto questo fosse solo un sogno.

Settembre, 2015