Riaprite l'inchiesta sulla morte del bandito Kociss

Riaprite l'inchiesta
sulla morte del
bandito Kociss

Roberto Bianchin

Riaprite l’inchiesta sulla morte del bandito Kociss. Un paese civile, un paese serio, dovrebbe sentire il dovere di farlo, ma anche il bisogno etico, morale. Per onore, per civiltà, ma soprattutto per senso di giustizia. Per ristabilire una verità storica. Per risarcire chi fu imbrogliato. Per smascherare una menzogna. Per punire chi ha sbagliato.

Sono le ultime rivelazioni, basate su documenti autentici della polizia tenuti finora nascosti, e venuti alla luce a trentacinque anni di distanza dalla morte di Silvano Maistrello detto Kociss, l’ultimo bandito veneziano, che dovrebbero indurre la Procura della Repubblica di Venezia a riaprire l’inchiesta sulla sua morte, con l’iscrizione nel registro degli indagati (omicidio colposo o volontario?) dei poliziotti che gli spararono, e che all’epoca non furono oggetto invece di alcun provvedimento.

Soltanto adesso infatti si è appreso che la polizia ha mentito quel giorno che lo uccise in un canale di Venezia, il 12 maggio del 1978, mentre insieme a un complice stava scappando a bordo di un barchino dopo aver rapinato cinquantasette milioni di lire al Banco San Marco, proprio dietro la piazza più famosa del mondo.

Il capo della squadra mobile, il celebre Arnaldo La Barbera, dichiarò in una conferenza stampa che Kociss era morto durante una sparatoria avvenuta tra il suo barchino e un motoscafo della polizia che lo aveva intercettato all’incrocio tra il rio di Santa Marina e il rio del Piombo. «Kociss, il re delle evasioni, ucciso a Venezia in uno scontro a fuoco dopo una rapina in banca», titolò a tutta pagina il quotidiano di Venezia Il Gazzettino.

La Barbera raccontò che quando gli agenti dal motoscafo intimarono l’alt al barchino dei banditi, il barchino accelerò, e allora i poliziotti spararono una raffica di mitra in acqua a scopo intimidatorio. A questo punto Kociss, armato di una Walther P38, sparò un colpo, e il suo complice, Andrea Vittorio Baccaredda Boi, due. I poliziotti risposero con cinque colpi: tre finirono sul giubbotto antiproiettile del bandito, due gli si infilarono nel fianco destro, tra gli spazi lasciati aperti dal giubbotto, fulminandolo. Totale dei colpi esplosi: cinque dalla polizia, tre dai banditi.

Non essendoci testimoni all’angolo di quel canale, nel punto della presunta sparatoria, la versione del capo della mobile fu presa per buona. Adesso, la scoperta del Rapporto Giudiziario numero 15045/S.M. scritto dallo stesso La Barbera e inviato al Questore il giorno dopo la rapina, pubblicato nel libro Kociss, passione e morte dell’ultimo bandito veneziano (Milieu Edizioni), di cui si parlerà a Cortina il 25 agosto a Una montagna di libri, delinea uno scenario totalmente diverso.

Si scopre infatti che in realtà quel giorno non ci fu alcuno scontro a fuoco. Kociss e il suo complice, diversamente da quanto detto in conferenza stampa dal capo della mobile, non spararono un colpo: Kociss aveva la pistola, ma non la usò. La trovarono in barca, un colpo in canna e sette nel caricatore. I poliziotti spararono invece, quattordici colpi, dieci da un mitra e quattro da un altro. Quattordici colpi a zero. Altro che cinque a tre. Non fu una sparatoria. Fu un’esecuzione. Quanto basta per riaprire l’inchiesta. ★

Luglio, 2013