Riva dei sette Martiri

Riva dei sette Martiri

Breve storia di un eccidio nazifascista

La mattina del 3 agosto 1944, per punizione per la scomparsa di un soldato tedesco (annegato ubriaco da solo) sette prigionieri politici italiani furono legati uno all'altro tra i primi due lampioni della Riva oggi detta dei Sette Martiri, ai piedi del Ponte della Veneta Marina, e qui fucilati. Di fronte ad un pubblico forzato di cinquecento veneziani rastrellati dai nazifascisti tra gli abitanti di Via Garibaldi, poco prima dell'esecuzione. I cadaveri delle vittime vennero lasciati esposti per diversi giorni, sorvegliati dai soldati tedeschi per impedirne la rimozione.

Riva dei Sette Martiri nel 1974.

(Leopoldo Pietragnoli) — Si fece festa grande, con abbondanti bevute, la notte sul 2 agosto 1944, sulle navi della Marina germanica attraccate alla Riva dell’Impero. Ma quando ci si accorse della sparizione di una sentinella di motovedetta, il comando germanico non esitò a decidere la rappresaglia, che si abbatté su sette detenuti politici a Santa Maria Maggiore.

Essi erano: Aliprando Armellini, 24 anni, di Vercelli, partigiano combattente; Gino Conti, 46 anni, animatore della Resistenza nel Cavarzerano; Bruno De Gasperi, 20 anni, di Trento; i fratelli Alfredo Gelmi, 20 anni, e Luciano Gelmi, 19 anni, di Trento (i tre giovani trentini erano renitenti alla leva di Salò); Girolamo Guasto, 25 anni, di Agrigento; Alfredo Vivian, 36 anni, veneziano, operaio alla Breda, comandante militare partigiano nella zona del Piave, l’unico dei sette già condannato a morte per l’uccisione di un marinaio tedesco a piazzale Roma il 13 dicembre 1943, e l’unico a essere indicato dal comando tedesco, mentre gli altri sei furono segnalati dalla Questura e dal Comando della Guardia nazionale repubblicana.

L’esecuzione volle essere anche una plateale lezione per gli abitanti di via Garibaldi, da sempre zona antifascista. All’alba del 3 agosto pattuglie tedesche perquisirono le case, rastrellando oltre cinquecento persone – uomini e donne – che furono allineate lungo la via, mani in alto e faccia al muro, e così rimasero per due ore, prima di essere costrette ad assistere alla fucilazione, dopo la quale 136 uomini furono condotti in carcere come ostaggi.

Alle sei del mattino, i Sette Martiri, come subito li chiamò la voce di popolo, furono disposti in fila, legati tra loro con le braccia distese, schiena alla laguna, tra due pali eretti sulla Riva. Un ufficiale tedesco lesse ad alta voce la sentenza e ordinò il fuoco al plotone di ventiquattro soldati, davanti alla folla atterrita.

Il cappellano del carcere, don Marcello Dell’Andrea, che aveva accompagnato in motoscafo i condannati, confessandoli e comunicandoli (soltanto Vivian si disse «non professante»), tenne alto il Crocefisso; un attimo prima della scarica dei fucili, Vivian gridò «Viva l’Italia libera» e un altro condannato implorò «Vendicateci». Con scope e secchi d’acqua, alcuni bambini furono costretti dai tedeschi a ripulire la Riva dalle chiazze di sangue.

Pochi giorni dopo, le acque della laguna restituirono il corpo della sentinella tedesca. Non aveva ferite: il marinaio era caduto in acqua ubriaco ed era annegato. Era stata rappresaglia di guerra, e a conflitto concluso non ci fu processo.

Soltanto tre giovani donne, alla cui delazione si doveva la cattura di tre dei Martiri furono condannate nel 1947 a otto anni di carcere, pena meramente simbolica per la sopravvenuta amnistia, che rese vano anche il processo contro il brigatista nero che aveva arrestato Conti.

Aprile, 2013

Collegamenti: