Se Michieletto suona il flauto

Se Michieletto
suona il flauto

Il nuovo lavoro del celebre regista

Roberto Bianchin

Ha debuttato con successo al Teatro La Fenice di Venezia il Flauto Magico di Mozart per la regia del vulcanico Damiano Michieletto. Il regista veneziano, ormai apprezzato in tutto il mondo, ha ambientato l'opera in una scuola e trasformato in un bidello il personaggio di Papageno. In scena una grande allegoria delle forze che si contendono la formazione dell'individuo, all'insegna di un percorso verso la conoscenza e la saggezza, e lo scontro tra le concezioni dell'istruzione laica e religiosa. Ottimi i cantanti e la direzione orchestrale.

Damiano Michieletto e il suo Flauto Magico.

VENEZIA – Diavoletto di un Michieletto. Stavolta si diverte come un bimbo, geniale e dispettoso, il giovane regista veneziano Damiano, sempre più celebrato, sempre più sulla cresta dell’onda, ormai conteso dai maggiori teatri del mondo. Il suo  Flauto Magico, che ha debuttato con successo al Teatro La Fenice di Venezia (direttore Antonello Manacorda, scene Paolo Fantin, costumi Carla Teti, luci Alessandro Carletti, interpreti principali Goran Juric, Antonio Poli, Alex Esposito, Ekaterina Sadovnikova), è divertimento purissimo. Volo di fantasia, Gioco di bimbo. Qui la sua mano, sarà stato anche il tema, è più aerea, più leggera. Quasi fanciullesca.

Come l’idea che sta alla base. Ambientare la storia in una scuola, e trasformare la selvatica figura di Papageno in un ruspante bidello. L’opera lo autorizza. Infatti un tempo, nei teatri suburbani viennesi, a partire dagli anni Ottanta del Settecento, e fino a Ottocento inoltrato, ebbe vasta fortuna un filone teatrale in lingua tedesca denominato  Zauberoper, che era imparentato alla farsa popolare viennese, ma veniva intriso da elementi magici ed effetti scenici spettacolari, tipici dell’ opera-féerie, e imperniato su trame di derivazione fiabesca. La trama, il libretto e le circostanze dell’allestimento ascrivono a pieno titolo Il flauto magico di Mozart ( Die Zauberflote) a questo filone.

Michieletto spinge sull’acceleratore della fantasia e fa il resto. «L’idea registica – spiega – è quella di una grande allegoria delle forze che si contendono la formazione dell’individuo, senza per questo appiattire gli elementi giocosi e fantastici pur presenti nella vicenda. Con la rivoluzione francese, scoppiata due anni prima che Mozart componesse l’opera, si afferma una concezione laica della scuola, e così ho pensato di ambientare Il flauto magico all’interno di una scuola». All’inizio Tamino, il protagonista, si sente schiacciato dall’istituzione scolastica, e rifiutando il vecchio, il passato, cancella la lavagna che a sua volta si ribella trasformandosi in un enorme serpente che lo insegue.

Ma le prove, nella vita, sono necessarie per maturare, e così Tamino per vincere le sue paure apre delle scatole lasciate come tracce per il suo cammino, come i sassolini di Hansel e Gretel. Il tema è dunque quello della fine delle illusioni per crescere e diventare grandi. Un viaggio di scoperta che conduce alla saggezza. Tamino e Pamina, secondo il regista, vivono il conflitto tra l’istruzione religiosa e quella laica, riassunto nella dicotomia tra la Regina della notte e Sarastro. La prima, dice Michieletto, «è una madre dogmatica, che rinunciando alla ragione minaccia e ricatta. Sarastro, invece, è un vecchio saggio laico che comunica la sua conoscenza senza imposizioni o dogmi. La loro distanza non potrebbe essere più grande».

Così Tamino e Pamina si aprono a una scoperta individuale degli affetti e della sessualità, della maturità come indipendenza dai genitori in un viaggio fisico di scoperta e consapevolezza di sé. Per Pamina, in particolare, si presenta l’occasione di affrancarsi dalla madre, staccandosi dai giochi e sperimentando anche la sofferenza. Papageno invece è il bidello della scuola. Rappresenta l’istinto. Non ha crisi intellettuali, e familiarizza con il linguaggio non scritto degli animali. Per la figura dei tre geni, Michieletto ha immaginato tre minatori con tanto di elmetto con la luce in testa. «Sono degli spiriti guida che scavano nella terra e nel fango, ricercando la conoscenza dell’ignoto, nel buio, perché solo così scopriamo chi siamo».

L’opera è ricca anche di elementi simbolici e di simboli massonici. Ma solo in funzione narrativa, spiega il regista, secondo il quale «fondamentale è il problema della trasmissione del sapere, e questo è il compito dei saggi. Si tratta di una conoscenza, naturalmente, non accademica, maturata anche attraverso il viaggio notturno dei protagonisti nel bosco. L’epoca della vicenda non è dunque importante: siamo in un tempo sospeso, anche se i costumi sono novecenteschi e in scena si usa lo  scotch».

Ottobre, 2015

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