Signora, questo bambino ha bisogno di calcio

Signora, questo bambino
ha bisogno di calcio

Penso di avere una malattia. Guardo tutte le partite dei campionati mondiali di calcio alla tivù. Anche le più stupide. Anche le più insignificanti. Anche le più noiose. Anche quelle che non m’importano nulla. Anche quelle che cominciano alle tre della notte (tanto per me non è uno sforzo, io non dormo di notte, dormo di mattina). Anche quelle di squadre e giocatori sconosciuti (ne ho conosciuto uno, invece, che non conoscevo e che mi piace molto, gioca nel Camerun, si chiama N’Koulou, non so come si pronuncia, e non è uno scherzo).

Signora, questo bambino ha bisogno di calcio (fonte wikimedia).

E comunque per me non è una cosa tanto nuova poi. Tempo fa ho guardato anche (sempre alla tivù, in salotto ne ho una con lo schermo grande apposta), tutte le partite della coppa d’Africa, appassionandomi alle sorti del Togo, del Ghana e dello Zambia (la mia preferita). Quando trovo (sempre in tivù), guardo anche le partite della serie D, della C2, del campionato primavera e qualche volta degli allievi e degli scapoli contro gli ammogliati.

No, non è che sia malato in senso stretto, cioè che non mi possa alzare dal divano. Non è neanche che sia depresso (o forse sì). Né che abbia bisogno di distrarmi (da che cosa?) o di dimenticare, che so, gli scandali del Mose di Venezia o dell’Expo di Milano. O me stesso. Niente di tutto questo. Guardo le partite di calcio perché mi piace guardare le partite di calcio. Punto. Perché mi è sempre piaciuto. Perché l’ho sempre fatto. Perché mi piace il calcio. Perché da giovane ci ho anche giocato (in porta, nei dilettanti del Nettuno, casomai a qualcuno interessasse). Perché qualche volte ne ho scritto, e da giornalista per Repubblica ho seguito anche un mondiale, quello di Italia ’90.

Quindi sono malato. Malato di calcio. Calciofilo, no, calciofobo, nemmeno, calciopatico, forse, insomma non so come si dice. Quando ero bambino, il dottore qualche volta diceva alla mia mamma con uno sguardo serio che mi metteva un po’ paura: «Signora, questo bambino ha bisogno di calcio». Io non capivo. Ma com’è possibile,se gioco a calcio tutti i giorni per la strada?

Comunque, non so se mi fa male, e quanto male mi potrà fare, questa malattia. Intanto, finché non lo so, continuo a guardarmi tutte le partite. Per me è sempre un piacere, e non mi addormento mai. Non grido neanche mai quando qualcuno fa gol. Perché non sono un tifoso. Mi considero piuttosto un appassionato. Uno studioso. In senso estetico, s’intende. Un esegeta. Mi piace la bellezza del gioco, l’invenzione del funambolo, l’estro del campione, la magia del gesto tecnico, lo stupore di un risultato a sorpresa.

Non m’interessa tanto chi vince. Nella partita cerco solo la bellezza. Frammenti. Prodezze. Istanti di poesia. La fantasia dei numeri dieci e la solitudine dei numeri uno. Oddio, quando gioca l’Italia è diverso, è logico. Come quando gioca il Venezia, la squadra della città dove sono nato. Allora sì, com’è giusto, com’è normale, tengo (non tifo, tengo) per il mio Paese, per la squadra che ha i colori del mio Paese, della mia città. Normale. Ma senza sbavare, senza sfegatarmi, senza ira, senza rabbia, senza odio, senza inveire contro arbitri e avversari. Senza perdere la calma e la ragione. Prosit. Perché bisogna bere molto – lo ha detto anche il mio medico – durante le partite.

E la ragione dice che in questo campionato del mondo, bello come il Paese che lo ospita, perché il Brasile non è solo il Paese del Carnevale, come scriveva Jorge Amado, ma è il Paese del calcio, il Paese che lo ha inventato, il calcio, in questo campionato, dicevo, regna sovrano un grande equilibrio che rende tutto possibile.

Molte, almeno una decina, sono le squadre che possono legittimamente aspirare al titolo. Anche i padroni di casa, pur sempre tra le migliori formazioni del mondo, non appaiono in grado di ammazzare il campionato, come si dice. E tra le cosiddette grandi, c’è un equilibrio forse mai visto prima. Segno che il livello medio si è alzato, anche delle più piccole, o che si è abbassato livellandosi, come preferite, il risultato non cambia.

In questo equilibrio che vuol dire incertezza, anche l’Italia, soffrendo, sembra poter dire la sua. O almeno questo è l’augurio. Un motivo in più per guardare tutte le partite (ma tutte, tutte) con un piacere maggiore e una speranza nel cuore. ★

Giugno, 2014