Simboli e leoni

Simboli e leoni

Contro l'usurpazione dei simboli veneziani

Luca Colferai

I simboli sono importanti. Anche oggi che siamo modernissimi e che molti pensano che per questo i simboli sono cose del passato, usiamo icone sui telefonini, mandiamo messaggini con le faccine, tocchiamo figurine invece di tasti e pulsanti. Però a noi veneziani moderni, democratici, indipendenti e liberi, non ci va proprio giù che una parte politica (che tra l'altro non ci piace neanche) usi un simbolo sacro per bassi scopi politici.

Vessillo della Repubblica di San Marco (1848-49) in occasione della festa di San Marco e della Liberazione.

Per cui, oggi 25 aprile, festa di San Marco (patrono della città) e della Liberazione dal fascismo, abbiamo deciso di riprendere dai cassetti della storia una bandiera molto antica, ma incredibilmente attuale. Si tratta di una ricostruzione del vessillo della sfortunata Repubblica di San Marco del 1848-1849, il tentativo riuscito solo per due anni di liberare Venezia dal dominio austriaco e renderla libera, repubblicana, indipendente. Per analogie che al tempo avevano altri significati, la bandiera era composta dal leone di San Marco sopra il tricolore italiano, che all'epoca era (molto più di oggi) riconoscibile come simbolo antimonarchico, anticattolico, e rivoluzionario (il tricolore dei francesi).

Il vessillo di San Marco, con il suo rosso e i suoi ori, con il leone alato e tutte le frange decorate, è (almeno per noi veneziani aborigeni e d'adozione) una delle bandiere più belle che ci siano. Il fatto che sia anche il simbolo di una civiltà antica e lunghissima, con più pregi che difetti, ma soprattutto scomparsa eppure ancora presente, lo rende ancora più carico di emozioni e di affetto. Il fatto che venga usato da alcuni anni come simbolo artefatto da torme di scalmanati facinorosi che predicano stupidamente odio razziale, violenza armata, ribellione insensata, nascondendosi dietro una parvenza (quando conviene loro) di stupidità o di vittimismo, ci avvilisce profondamente.

Abbiamo sempre usato la nostra bandiera con orgoglio e segno di distinzione (un po' come fanno gli americani o gli inglesi) e abbiamo sempre (nel passato, però) gioito nel vederla in giro per il mondo. Oggi, invece, proviamo spesso imbarazzo e vergogna nell'esporla, timorosi di essere presi per propagandisti di una fazione velleitaria e minoritaria, arcaica e rurale, accesa sostenitrice di cose che a noi non piacciono per niente.

Fortunatamente, i nostri antenati avevano pensato anche a questo, quando crearono questa bizzarra fusione. Rimaneva in loro indissolubile il legame con la storia e la civiltà di Venezia rappresentato dal leone alato, e fortissimo il senso di rivoluzione libertà uguaglianza che il tricolore al tempo rappresentava.

Possiamo accondiscendere a convenire che l'Italia uscita dal Risorgimento non fu granché, e sosteniamo anche che l'Italia repubblicana, plasmata da quarant'anni di democrazia cristiana e distillata in vent'anni di berlusconismo leghista (con patetiche siparietti di centrosinistra e un esilarante intermezzo pentapartitico), non sia assolutamente cosa di cui andare fieri (anzi, da vergognarsi). Ma il tricolore della Resistenza è quanto di più vicino esista al senso di libertà, uguaglianza, fratellanza, e unito al sacro simbolo del leone alato sia ora quanto di più adatto per il giorno che è insieme festa di San Marco e della Liberazione.

In cui i veneziani maschi regalano alle veneziane femmine un bocciolo di rosa in segno di amore.

Aprile, 2014