Simboli in esposizione

Simboli in esposizione

Luca Colferai

Anche se non sembra: i simboli sono importanti. Il disperato tentativo della direttrice del Gabinetto e Stampe della pinacoteca delle Gallerie dell'Accademia di Venezia, Annalisa Perissa, di rifiutare la concessione del disegno leonardesco dell'Uomo Vitruviano all'Expo 2015 ci aveva fatto tirare un sospiro di sollievo. Durato il breve spazio di una giornata.

Un altro uomo vitruviano, di Francesco di Giorgio Martini (1439-1501) dal suo Trattato di architettura civile e militare.

Sì lo ammettiamo: siamo pieni di pregiudizi, preconcetti, preclusioni, previsioni. Per noi le esposizioni internazionali, soprattutto quando fatte in Italia, sono delle vuote vetrine di cianfrusaglie tecnologiche, di narcisismi nazionalistici d'accatto, di paccottiglie rifulgenti di specchietti per allodole e per allocchi.

Che qui da noi si ammantano inevitabilmente di corruzioni e collusioni, trasformandosi in un carnevale di mammalucchi malviventi e mammasantissima, con malversazioni e malumori diffusi. Lavori mai finiti, previsioni gonfiate, preventivi sforati, figure barbine e arresti prima dopo e durante.

Ma soprattutto e principalmente, almeno per noi (che contiamo come il due di briscola): sono l'esempio raccapricciante di una nazione che ha rinunciato da decenni al dovere e all'impegno quotidiano per affidarsi all'evento speciale con funzioni redentrici, catartiche, apotropaiche e addirittura palingenetiche. Insomma: un disastro umano e intellettuale cui non sembra esserci rimedio.

Per tornare all'inizio di questa cicalata: i simboli sono importanti. E l'Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci lo è ancora di più. Perché non solo è un disegno bellissimo, ma anche perché significa molte cose molto profonde molto importanti (di cui qui non parleremo, però).

Ma è un simbolo importante anche perché (a sua insaputa e suo malgrado) è un disegno riprodotto in milioni di copie da decine di anni sulle più svariate superfici reali e virtuali del pianeta. È un simbolo conosciutissimo. Ma anche banalizzato, sfruttato, elementarizzato, inflazionato, prostituito.

È stato così il secondo simbolo (dopo i bronzi di Riace, giustamente rifiutati) di cui una mente semplice, abituata al banale quotidiano, riesca con sforzo a pensare di poterne chiedere in prestito l'originale. Sosterranno che la scelta è stata fatta appunto perché il simbolo è universale. Secondo noi (che siamo prevenuti) invece è perché è uno dei pochi che conoscono.

Per cui, quando l'indomita direttrice ha risposto di no, ci siamo sentiti benissimo: «Ah, finalmente qualcuno che si oppone a questa italia da bere». Sapevamo che sarebbe durato pochissimo: l'intelligenza è la prima ad essere calpestata nella preparazione dei grandi eventi nazionali. Però ci ha fatto piacere lo stesso. Simbolicamente.

Novembre, 2014

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