Sos cultura a Venezia chiudono anche le librerie

Sos cultura a Venezia
chiudono anche le librerie

Affitti troppo alti e troppo pochi i lettori
quattro nell'ultimo mese hanno annunciato la chiusura

Roberto Bianchin

Nella città che ha dato i natali alla moderna editoria, che ospita prestigiose istituzioni culturali internazionali, e che vuole candidarsi a capitale europea della cultura, dieci librerie hanno chiuso i battenti negli ultimi dieci anni. Un documento di protesta firmato da cento autori veneziani. Tra le firme, anche quelle del Premio Strega Tiziano Scarpa e del Premio Campiello Andrea Molesini.

VENEZIA – Non avrei mai pensato di trovare librerie bellissime a Zelarino e a Marcon, posti dove credevo che esistesse di tutto tranne quel genere di spaccio. E non importa se mentre sfoglio le pagine di Vlad di Carlos Fuentes (Il Saggiatore) mi investe un irresistibile odorino di alette di pollo fritte. E se mentre sbircio il risvolto di copertina di Mi piace il bar (Barbera Editore) di Andrea G. Pinketts, uno che si è intrufolato nell’Anonima Alcolisti«per vedere l’effetto che fa smettere di bere», mi avvolge una zaffata che non riesco a distinguere se è falafel, kebab o seppioline in umido.

È che le librerie di cui sto scrivendo sono incorporate dentro a dei giganteschi centri commerciali, quello di Auchan a Zelarino e quello di Valecenter a Marcon, e sono pericolosamente vicine ai chioschi del mangiare e ai supermercati dove c’è il banco dei cibi appena cucinati. Giusto, in fondo. Anche i libri sono cibo. Cibo per la mente, s’intende. E nelle librerie Feltrinelli di Zelarino e di Marcon, anche se un po’ più piccole della sorella maggiore, quella di Mestre, anche lei incorporata in un centro commerciale, quello di Coin, almeno la scelta è abbastanza vasta. Non solo libri di cucina (e dagli!), non solo classici, non solo autori celebrati, non solo novità, ma anche qualche titolo intelligente, un po’ fuori ordinanza, un po’ meno piegato alle orribili regole dell’orribile mercato editoriale.

Certo che fa un certo effetto, per chi abita a Venezia, dover andare fino a Zelarino o a Marcon, e per bene che vada a Mestre, solo per comperare un libro. Il fatto è che a Venezia, intesa come centro storico, non ci sono più librerie. O meglio, non ci sono più librerie degne di questo nome, vale a dire con una scelta di titoli varia e variegata come può avere una Feltrinelli, che pure non è il massimo. Problemi di spazio, certo, — gli spazi a Venezia sono piccoli e costosi — ma non solo. Problemi di cultura, anche. Di saper fare come si deve un certo mestiere, e di volerlo fare bene.

Già a Venezia, intesa sempre come centro storico, bisognava accontentarsi delle poche, e spesso povere e deludenti, librerie che c’erano. Adesso va peggio perché chiudono anche queste. Una dopo l’altra, afflitte dallo stesso misterioso morbo: affitti troppo alti e lettori troppo pochi. Un altro segnale di degrado e di morte della città. Perché le librerie sono negozi normali che in una città normale segnano la vita. Come il panettiere e il lattaio, il bechèr e il luganeghèr, il biavaròl e il frutariòl, il fabbro e il falegname, il sarto e la merciaia. A Venezia chiudono tutti i negozi del vivere civile e al loro posto aprono fast-food, borse cinesi e vestitini grandi firme, nella città che sta diventando un grande baraccone per turisti di passo.

Negli ultimi cinque anni hanno chiuso dieci librerie nel centro storico, quattro hanno annunciato la chiusura quest’anno, e quelle rimaste, tutte piccoline, per la maggior parte libri vecchi, le stringi in un pugno. Sono morte la Tarantola a San Luca, la Sansovino in Bacino Orseolo, la Fantoni a San Luca, la Libreria Rossa a San Pantalon, la Patagonia a Santa Croce, il Fontego a Rialto, la Solari all’Anconeta, la Mondadori a San Marco, la Marco Polo a San Lio. Stanno per chiudere la Goldoni a San Luca, il Capitello all’Anconeta, il Laboratorio Blu a Cannaregio, la Old Books al Ghetto. Una vera epidemia.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’annunciata chiusura della storica libreria Goldoni, che sta a San Luca, nei pressi del teatro omonimo, da cento cinquanta anni. La miccia della rivolta l’ha accesa un giornalista e scrittore veneziano col nome da condottiero, Alessandro Marzo Magno, che prima con un vorticoso giro di mail e poi con un incontro carbonaro al Teatro dei Frari, ha messo assieme una pattuglia di cento (100) autori e illustratori, tutti veneziani, li ha fatti firmare un documento e li ha esposti al pubblico per far sentire la loro voce di protesta nelle aule austere della Biblioteca Nazionale Marciana in Piazza San Marco.

«L’annunciata chiusura di quattro librerie veneziane nell’ultimo mese — spiega — è un ulteriore duro colpo alla vita nella città storica, alle sue particolarità, a quegli aspetti sociali e culturali “di prossimità” che rischiano di estinguersi, soverchiati da politiche turistiche ed economiche insostenibili. Per questo gli scrittori e gli illustratori veneziani hanno deciso di prendere una posizione forte e determinata, avanzando delle loro proposte per arginare queste perdite divenute ormai insopportabili».

Tra le richieste degli autori, rivolte al Parlamento italiano, alla Regione del Veneto, al Comune di Venezia e agli Enti proprietari di immobili, il varo di una legge che tuteli le librerie indipendenti e di qualità, la ricerca di locali di proprietà pubblica da concedere alle librerie ad affitto agevolato, la riduzione delle tariffe legate alle affissioni e all’organizzazione di eventi culturali, il sostegno al commercio librario promuovendo festival e mostre-mercato.

Tra i cento scrittori veneziani, un fritto misto di nomi celebri e saranno famosi, un Premio Strega (Tiziano Scarpa) e un Premio Campiello (Andrea Molesini), vecchie glorie come Alvise Zorzi e Paolo Barbaro, penne affermate come Riccardo Calimani, belle speranze come Giovanni Montanaro, autori di culto come Gianfranco Bettin, illustratori come Guido Fuga e Lele Vianello (quelli di Corto Maltese), e anche veneziani di adozione come Petra Reski.

Che nella Venezia spolpata e mezza disabitata di oggi sopravviva ancora l’esagerazione di cento (100) scrittori, anche questa è una notizia. Si vede proprio che è la città che ha inventato l’editoria moderna. Qualcosa nell’aria, nonostante tutto, dev’essere rimasta. ★

Aprile, 2013