A spasso per San Michele

A spasso
per San Michele

Divagazioni sepolcrali tra urne e cipressi

Enzo Rossi Ròiss

Tra le tombe dell'isola di San Michele, dove la memoria si accumula e si cancella, tra semplicità e ostentazione, tra sepolcri ben frequentati, lapidi omaggiate, ed urne disastrate e dimenticate.

La tomba di Emilio Vedova nel cimitero dell'isola di San Michele a Venezia (foto Enzo Rossi Ròiss).
L'urna di Helenio Herrera nel cimitero dell'isola di San Michele a Venezia (foto Enzo Rossi Ròiss).
Sepolcri svisitati nel cimitero dell'isola di San Michele a Venezia (foto Enzo Rossi Ròiss).
Le tombe di Ezra Pound (a destra) e Olga Rudge (a sinistra) (foto Enzo Rossi Ròiss).
Il tumulo del poeta russo premio nobel Josif Brodskij (foto Enzo Rossi Ròiss).
Il compositore veneziano Luigi Nono (1924 – 1990) (foto Enzo Rossi Ròiss).
Il pittore francese Léon Gischia (1903 – 1991) (foto Enzo Rossi Ròiss).
L'impresario teatrale russo Sergej Pavlovič Djagilev (1872 – 1929) (foto Enzo Rossi Ròiss).
L'attore veneziano Emilio Zago (1852 – 1929) (foto Enzo Rossi Ròiss).

Emilio Vedova interrato contiguo a Ultime Dimore extra d'antan

Emilio Vedova (1919-2006) risulta semplicemente interrato e segnalato nel recinto greco (XIV) del cimitero San Michele in Isola, in posizione prospiciente le tombe del duo Stravisky – Igor (1882-1971) e Vera (1888-1982) – che lo blasonano non lontano dalla tomba monumentale di Sergej Diaghilev (1872-1929) e con all’estremo limite la tomba parietale e anartistica dell’allenatore Helenio Herrera (1916-1997). Le tombe del pittore veneziano e del trainer sudamericano non risultano contrassegnate da reperti oggettuali o floreali testimonianze di visitazioni parentelali periodiche o di turisti estimatori. Le tombe dei due Stravisky, invece, risultano contrassegnate in ogni stagione da reperti floreali recenti e rinsecchiti. Così come la tomba di Diaghilev risulta contrassegnata da reperti floreali e oggettuali: con incluse scarpette di étoiles (sia in buono stato, sia rottamate dalla esposizione alle intemperie), che si fanno supporre donate dopo essere state calzate per ballare simulando un cigno et altro simbolizzante rapporti professionali e sentimentali col bello classico danzante.

Mario Stefani poeta de «I Antichi» portatore di singletudine alienante

Il poeta Mario Stefani (nato a Venezia nel 1938) si è suicidato nella sua città natale il 4 marzo 2001, giorno undecimo dalla fine del Carnevale o della Quaresima, ponendo fine a una esistenza «…ricca di inviti, riconoscimenti, successi, ma povera di affetti, di quelli veri e solidi» (Roberto Bianchin). Ultimo incontro con i Compagni De Calza I Antichi in Campo San Maurizio mercoledì 21 febbraio, giorno ultimo del Carnevale e del Festival della Poesia Erotica.

Il 4 marzo 2001 il poeta veneziano si è ucciso per... non continuare a camminare fra la gente / il volto ilare / e la morte nel cuore. Come tanti dei suoi omologhi. Con tutte le voglie di quand’era ragazzo innamorato di ragazzi, ma il corpo stanco e tanti ricordi di innamoramenti omofili che gli pesavano come pietre: parole sue poetate meritevoli di essere altrimenti e con altra mente riscritte. Rammemorando questi pochi versi editi post mortem: prenderò il treno e me ne andrò / sarò solo come sempre / qualche sorriso discreto un cenno di saluto /non mi aspetterà nessuno all’arrivo / tranne che l’abbraccio della morte.

Durante i giorni del Carnevale, in ogni assembramento mascherato o ballo in maschera, a Venezia come in ogni altro luogo, è presente dissimulato uno dei quattro Cavalieri dell’Apocalisse: quello che impugna la falce, impegnato a scegliere chi falciare principiando la Quaresima. Concluso il Carnevale, il poeta veneziano Mario Stefani decise di prendere un treno per recarsi là dove nessuno lo avrebbe atteso all’arrivo, poichè ad attenderlo ci sarebbe stata soltanto la morte per l’abbraccio conclusivo. Per non continuare a dissimulare i disagi della propria condizione di portatore conclamato di singletudine alienante, disapprovando l'ilarità amicale incontinente dopata da liquidi alcolici ingurgidati ad libitum fino all’esaurimento della fornitura predisposta.

Per non continuare a includersi tra chi gli si accompagnava occasionalmente elargendogli sorrisi convenzionali. Per non condividere altre opinioni prive di sapienzialità, espresse durante conversari superficiali. Per interrompere definitivamente ogni ulteriore manifestazione di affettuosità pensando ad altri e ad altro, millantando disponibilità di tempo e ascolto.

Tante Ultime Dimore foreste disastrate

Sono numerose le tombe ridotte in macerie nel recinto evangelico (XV) del cimitero San Michele in Isola, dove risultano interrati i poeti Ezra Pound (1885-1972) e Josif Brodskij (1940-1996), con Ashley Clarke ambasciatore britannico in Italia dal 1953 al 1962. Tutte pretenziose e monumentalizzanti ultime dimore di persone straniere venezianofan d’ambo i sessi, note e meno note, certamente benestanti e ben’inumate dopo essere state beneaccasate in altri tempi. Tutte evidentemente rottamate nel cosiddetto frattempo, da movimenti sismici annosi e dall’incuria concausa di parentele e posterità disinteressate, oppure estinte.

Alcune di queste tombe, tra le più abbandonate e disastrate, le segnalo qui di seguito, scrivendo i nomi delle identità chi vi risultano sepolte per notificarle a Google e dar loro, così, presenza nel web. Jean Schlumberger (1907-1987) – Eugene Schuyler (1840-1890)- George Eliot (1885-1891) – Walter Pfeiffer (1898-1944) – Carl Bernhard Aubin (1806-1887) – Joseph Spagnol (1882-!924) – Emmi Ameln Mowinckel (1880-1908) – Sarah McLean Drake e Janet Drake morte il 10 marzo 1914 – Amalia Balmas nata Micoi (1869-1912) – Stefan Von Timanyi (1845-1887) – Alessandro Blumenthal (1822-1888) – Leonardo Fohb (1805-1890) – G. H. Bloot (1807- 1891) – Elisabeth Catharina Stoltz Bloot (1831- 1903) – Albert Max (1856-1882) – Guglielminae Forbes Browin (1820-1909) – Anna De Stcherbuninn nata Stieglitz, morta il 30 ottobre 1842 ventiquatrenne – Henrietta Dayton Ogden (1846- 1903) – Theresa Kastener (1820-1895) – Albert Druce, morto il 20 ottobre 1908 settantaquattrenne.

Sic transit gloria mundi… in sepolcri trascurati e svisitati.

L'ultima dimora di un Premio Nobel

Illustre, tanto quanto pochi altri illustri, è stato tumulato sull'isola San Michele in Isola a Venezia nel recinto evangelico con altri illustri, il poeta russo Josif Brodskij (Leningrado 24.5.1940 – New York 28.1.1996), esule negli USA dal 1972 e Premio Nobel 1987 per la letteratura. Un morto illustre, quindi, che ha scelto Venezia come sua ultima dimora, con lapide incastonata sul muro di cinta di una residenza condominiale, mappata Zattere Agli Incurabili 564, con giardino privato inaccessibile prospiciente la Giudecca. Una lapide che contrassegna un percorso compiuto più volte dal poeta in solitudine creativa elaborando versi mentalmente.

Dal 1972 al 1989 ogni anno ininterrottamente e puntualmente Brodskij ha soggiornato a Venezia durante i mesi dicembre e gennaio, in ferie obbligate dal suo insegnamento universitario negli USA. Narrandosi a posteriori in un libretto memoriale, scritto su invito del Consorzio Venezia Nuova e pubblicato in prima edizione fuori commercio nel 1989 col titolo Fondamenta degli Incurabili: ripubblicato, poi, da Adelphi ampliato nel 1991, nel quale risultano scritti i brani che seguono.

...ho continuato per diciassette anni a ritornare in questa città, o a riapparirvi con la frequenza di un brutto sogno [...] a Natale o poco prima mi sono affacciato ogni anno da un treno/aeroplano/vaporetto/pullman e ho trascinato le mie valigie, cariche di libri e macchine per scrivere, fino alla soglia di questo o quell'albergo, di questo o quell'appartamento. [...] A furia di scrutare la faccia di questa città per diciassette inverni dovrei essere capace di di fare un po' il Poussin in maniera credibile: di dipingere l'immagine di questo posto se non nelle quattro stagioni, almeno in quattro momenti del giorno. È questa la mia ambizione. Se finisco fuori strada, è perché qui succede continuamente con tante strade fatte d'acqua. [...] Venezia è quel tipo di città dove lo straniero e l'indigeno sanno in anticipo di essere in mostra. [...] La bellezza circostante è tale che quesi subito si è presi da una voglia assolutamente incoerente, animalesca, di tenerle testa, di mettersi alla pari. [...] Molto semplicemente, la città dispensa ai bipedi in arrivo la nozione di una superiorità estetica, una nozione che manca nelle loro tane di origine, nel loro ambiente abituale... questa è la città dell'occhio, le altre facoltà vengono in seconda linea... qui l'occhio nuota davvero: guazza, guizza, oscilla, si tuffa, si arrotola. [...] È incredibile che la bellezza sia quotata meno della psicologia, ma fintanto che le cose stanno così riuscirò a permettermi questa città – ci riuscirò, in altre parole, sino alla fine dei miei giorni, e magari anche nell'altra vita.

È distante pochissimi passi dalla tomba del duo Ezra Pound – Olga Rudge sull'isola San Michele in Isola, la Tomba di Josif Brodskij molto visitata e omaggiata con piantine in fiore invasate e reperti personali. Mi è accaduto di visitarla in giorni diversi notando di essere stato preceduto nello stesso giorno da chi l'aveva omaggiata con il proprio cappello di paglia durante una giornata estiva, due pagine strappate a un libro di poesie stampate in lingua russa e lette come preghiere, una grande mela verde acquistata strada facendo.

D'Annunzio portatore a Venezia del feretro di Wagner a posteriori

A Venezia è morto d'infarto Richard Wagner il 13 febbraio 1883, settantenne. Gabriele D'Annunzio si è auto-leggendarizzato wagnerfan d'antan nel 1900, narrandosi portatore del suo feretro nell'ultimo capitolo del romanzo Il Fuoco ambientato a Venezia, che ha per protagonista Stelio Effrena, alter ego dell'autore. La traslazione del cadavere di Richard Wagner morto in una stanza del mezzanino di Ca' Vendramin Calergi, divenuto sua residenza veneziana nell'estate 1882, risulta ingannevolmente romanzata, perciò...

«La commossa e commovente descrizione del trasporto della salma di Wagner da palazzo Vendramin alla stazione ferroviaria altro non è che semplice trasposizione del reale da parte di un testimone, in quanto Gabriele d'Annunzio, ventenne da un mese (12.3.1863, la sua data di nascita), fu tra i sei portatori a spalla del feretro del grande musicista». (sic! Altrettanto ingannevole in Wikipedia).

Tom Antongini accredita come accaduto - tale trasloco - nella Vita segreta di Gabriele D'Annunzio del 1938, scritta nel ruolo di segretario personale del Vate: smentito dai biografi più rigorosi, però, ai quali il D'Annunzio è risultato assente a Venezia in concomitanza con la residenza di Wagner, cominciando a risultarvi presente ventiquattrenne nel 1887, quattro anni dopo la morte del musicista bavarese.

Narrandosi nel ruolo e nei panni del protagonista de Il Fuoco, quindi, Gabriele D'Annunzio ha millantato di essere stato presente là dove fu assente e di avere assistito a ciò che altri assistettero. Millantando di avere portato in spalla con altri cinque, uno giunto appositamente a Venezia da Roma, il feretro di Richard Wagner da Ca' Vendramin alla stazione ferroviaria, dove fu collocato nel vagone di un treno che lo condusse in Baviera «... verso la collina bàvara ancora sopita nel gelo», sua ultima dimora. Poiché ha scritto ciò che gli è stato narrato: romanzando a posteriori trentasettenne nel 1900 ciò che altri ventenni hanno visto o fatto nel 1883. Per autostoricizzarsi portatore in spalla del feretro wagneriano da Ca' Vendramin alla stazione ferroviaria in Venezia. Come nel brano dell'ultimo capitolo del romanzo Il fuoco riprodotto qui di seguito.

Ma entrambi trasalirono vedendo il vecchio reclinato volgersi a un tratto con il gesto di chi affoga nel buio e aggrapparsi convulsamente alla sua compagna che gittò un grido. Accorsero. Quanti erano sul battello, colpiti dal grido angoscioso, accorsero, si affollarono intorno. Uno sguardo della donna bastò perchè nessuno osasse di avvicinarsi al corpo che pareva esanime. Ella medesima lo sostenne, gli palpò i polsi, gli si chinò sul cuore, in ascolto. Il suo amore e il suo dolore segnavano d’intorno all’uomo inerte un cerchio inviolabile. Tutti indietreggiarono, rimasero in silenzio, ansiosi, spiando su quel volto livido i segni del ritorno alla conoscenza.

Le giornate sul musicista evocano intrecci culturali dimenticati. Come un'invenzione del Vate. D'Annunzio portò la bara di Wagner? «Con la fantasia», hanno risposto i suoi biografi più rigorosi. Concordi nel condividere ciò che divulgo qui di seguito.

L'ultima immagine di Wagner a Venezia non ci è data dal Diario della moglie Cosima, che si arresta il 12 febbraio 1883, il giorno prima della morte di Richard, ma dalla chiusa del Fuoco di D' Annunzio, dov'è descritto il breve corteo funebre da Palazzo Vendramin Calergi alla ferrovia, sotto il cielo ingombro dell'inverno veneziano: sui binari era pronto il treno speciale che doveva risalire le Alpi per Monaco, poi per la «collina bavara» di Bayreuth. Nel romanzo il feretro è fatto portare a spalla da sei giovani italiani, tra i quali Stelio Effrena che è figura di D'Annunzio medesimo. È una pagina straordinaria per l'accordo dei ritmi, dei dettagli minuscoli che tramano la grande scena: e sembra incredibile dovervi riconoscere un mero artificio. D'Annunzio amava far credere di aver strappato a Cosima, «la donna dal viso di neve», il privilegio d'essere il traghettatore della bara; e lo stesso suo segretario Tom Antongini (nella Vita segreta di Gabriele d'Annunzio, 1938) accredita l' equivoco. In realtà il primo incontro fra il poeta e la città lagunare doveva avvenire nel 1887, quattro anni dopo la morte di Wagner. Di D'Annunzio rimangono, a testimoniare il culto per il luogo sacro a tutti i wagneriani, i versi apposti sotto il profilo in marmo scolpito da Ettore Cadorin nel 1911, sul muro del giardino di Ca' Vendramin Calergi: «In questo palagio . l' ultimo spiro di Riccardo Wagner . odono le anime . perpetuarsi come la marea . che lambe i marmi». Adesso le stanze del palazzo, sede del Casinò municipale veneziano, tornano a riaprirsi offrendo un primo spiraglio all'idea di un museo wagneriano che documenti i fittissimi rapporti tra il compositore e la città. Tutta l'estrema vicenda di Wagner a Venezia stabilisce un reticolo simbolico dove le stazioni del quotidiano percorso (il leone dell'Arsenale simile a Wotan, il Caffè Lavena dove il compositore sosta, nelle giornate piovose, a cercare riposo da quel «crampo al petto» che è il tema ricorrente nel Diario di Cosima, e sotto il quale si cela l'angina, le sale dell'Accademia con il quadro da Wagner prediletto, l'Assunta di Tiziano ora ai Frari) rimandano un rintocco grave, sordo, un timbro illividito dove riconosciamo certe stagnazioni armoniche o certi lancinanti frammenti di melodia del Parsifal. Per questo Venezia è la città di Wagner.

Marzo, 2013