Sperdute nella 55.esima Biennale d’Arte di Venezia

Sperdute
nella 55.esima
Biennale d’Arte
di Venezia

Maria Luisa Pavanini

Sotto la volta appena restaurata con gli affreschi di Galileo Chini (1909) sta il famoso libro rosso di Carl Gustav Jung che lo completò in sedici anni. In quel libro con una scrittura minuta e perfetta Jung racconta le interpretazioni personali delle sue allucinazioni. Se questo è l’incipit della Biennale è chiaro che il resto non sarà una tranquilla e consolante passeggiata.

Athanasius Kircher, Turris Babel (1679, Amsterdam).

VENEZIA — Ad osservare le opere del padiglione centrale sotto l’egida dell’inquietante libro di Jung ci si trova di fronte a veggenti, sensitivi,collezionisti maniaci e un po’ disturbati.

Il libro dà la chiave di lettura di questo mondo che è un museo immaginario, una visione alternativa dell’arte contemporanea ricca di suggestioni simboliche e mistiche.

Sono ben ottantotto i padiglioni stranieri sparsi ovunque per la città, che si contendono, a caro prezzo palazzi e cortili in affitto. Ogni spazio calpestabile a Venezia è Biennale in un coinvolgimento totale degli occhi e della mente.

Questa fantasmagorica manifestazione ha riaperto palazzi disabitati e spenti, edifici chiusi e cadenti rivivono lo spazio di un’estate.

Così mentre Tiziano e Manet continuano il loro dialogo a Palazzo Ducale, altre storie si raccontano in polverosi androni e nascosti giardini.
Palazzo Enciclopedico questo il titolo della Biennale, che,a detta del giovane direttore Massimiliano Gioni (Busto Arsizio 1973), vuole mostrare il desiderio di conoscere, di sapere insito da sempre nell’animo umano.

Sotto il denominatore comune di raccontare storie sono stati accostati artisti noti e veri e propri dilettanti. Palazzo Enciclopedico è l’opera autodidatta di Marino Auriti, una sorta di museo immaginario che avrebbe dovuto abbracciare tutto il sapere e per il quale Auriti costruì il modello di un edificio di 136 piani per 700 metri d’altezza.

Le novità oltre all’esordio del Vaticano con un indicativo: In Principio di michelangiolesca memoria, sono date dai cinesi. Sembra che la Cina abbia voglia di farsi conoscere e vedere con le numerose presenze di artisti, che rappresentano l’arte non-ufficiale. Il panorama cinese è quanto mai vario e spontaneo a testimonianza di un oriente troppo spesso frainteso e sconosciuto.

I cinesi riflettono sulla loro eredità culturale proponendo opere nuove rivisitate dalla loro millenaria tradizione.

Numerosi anche gli italiani accanto ai maestri storici più o meno illustri come Marino Auriti (1891-1980) al quale Gioni ha intitolato questa edizione della biennale, ci sono Marcello Maloberti, Francesco Arena e Francesca Grilli. Finalmente si dedica spazio anche a due grandi artiste: Carol Rama e Marisa Merz.

Teatro della memoria questa Biennale che include di tutto, ma che vuole sottolineare il ritorno ad un ruolo edonistico dell’arte ed a una relazione sempre più stretta tra l’opera e lo spettatore. Gli artisti sono centocinquanta provenienti da trentasette nazioni a testimoniare come non ci possa essere enciclopedia senza varietà.

Certo a girare per i giardini e l’Arsenale di storie curiose se ne vedono tante come quella della svedese Hilma af Klint che eseguiva colorati quadri astratti e comunicava con entità ultraterrene. Ci sono inoltre grandi arazzi eseguiti con biro e fazzoletti da carcerati messicani, una collezione di fotografie di neonati e le installazioni di Eva Kotàkovà fatte dai pazienti di un ospedale psichiatrico e composte dagli oggetti più disparati.

Difficile raccontare una Biennale che non ha e non vuole avere un filo conduttore; lasciatevi semplicemente affascinare e trasportare da questa enciclopedia delle immagini e non dimenticate, se siete donne, di depositare un soldino nel padiglione dell’ex Russia: sembra che porti fortuna. ★

Giugno, 2013