Stranieri

Stranieri

Sembra solo ieri che sono finiti i campionati di calcio. Invece sono già ricominciati, in Francia e in Germania, e siamo appena all’inizio di agosto. Considerando i vari tornei e la valanga di amichevoli, praticamente non c’è tregua. È calcio tutto l’anno. Su tutti e campi e su tutte le televisioni. Troppo. Finirà per stancare anche i più irriducibili tra gli appassionati.

Di questi tempi, è vero, non avrebbe senso parlare di una cosa effimera come il calcio, con tutti i problemi che abbiamo. Eppure è proprio nei momenti di difficoltà, nei tempi di crisi, che c’è bisogno di una valvola di sfogo, di qualcosa che ci diverta, o che almeno ci distragga per un po’, non ci faccia pensare solo alle miserie nostre e del mondo.

Non ci sarebbe nulla di male a seguire il calcio, che resta il più bello degli sport, se fosse rimasto solo uno sport, se non fosse diventato solo un affare, se non avesse trasformato frotte di ragazzotti per lo più ignoranti e volgari in insopportabili divi miliardari, coccolati e viziati, che avrebbero invece bisogno ogni tanto di qualche buon scappellotto.

Scappellotti che secondo l’ex allenatore della nazionale italiana di calcio Arrigo Sacchi, meriterebbero invece i dirigenti delle società italiane, perché fanno giocare troppi giocatori stranieri e pochi giocatori italiani, mortificando così i vivai, i talenti nostrani, la nazionale stessa e in definitiva tutto il calcio italiano. Alla Gazzetta dello Sport Sacchi dice che nel campionato di calcio di serie A più del cinquanta per cento dei giocatori impiegati sono stranieri. E questo nuoce al nostro calcio. Bisognerebbe perciò porre dei limiti al numero di giocatori stranieri utilizzabili.

Una volta un limite c’era. Negli anni sessanta potevano giocare al massimo due stranieri per squadra. E molti giocatori erano della città della squadra in cui giocavano. Poi il mondo, anche quello del pallone, è cambiato. Ci sono state partite, negli ultimi anni, in cui l’Inter, squadra di Milano, schierava in campo undici giocatori stranieri. Tutti. E a nessuno importava un fico secco. Bastava vincere.

Pochi stranieri e anche pochi negri. Gli unici giocatori negri erano brasiliani. Africani, nessuno. Non si erano ancora affacciati al mondo del pallone. E non c’erano neanche francesi negri. Adesso sono la maggioranza. Ma il problema non è questo. È se è giusto, in un mondo ormai globalizzato, dove le frontiere sono cadute, dove c’è l’Europa unita, se è giusto mettere un tetto ai giocatori stranieri in Italia. La libera circolazione dei lavoratori, almeno in Europa, è ormai un diritto acquisito. E i giocatori di calcio sono comunque dei lavoratori, sia pure atipici e strapagati.

Logica vorrebbe dunque che non dovrebbe essere possibile, né giusto, mettere un limite all’utilizzo dei giocatori stranieri in Italia. Che ognuno faccia come gli pare. Anche perché pescare all’estero, specie in paesi poveri, giovani giocatori promettenti (promettenti almeno in teoria) costa molto meno che acquistare giovani campioncini (o presunti tali) italiani. Noi siamo più cari, e i nostri giovanottoni, già assistiti da procuratori rapaci, più esosi.

Peraltro rimane il problema che se facciamo giocare troppi giocatori stranieri, lasciamo meno spazio e meno possibilità di emergere ai giovani giocatori italiani. Vero. Anche se in parte. Un giovane giocatore italiano di talento, se ha talento davvero, avrà sempre la possibilità di emergere, anche perché dei molti giocatori stranieri, quelli di grande talento sono davvero pochi.
In ogni caso, è giusto regolamentare la materia e non lasciare che il caos del cosiddetto libero mercato imponga la sua ruvida legge.

Una buona soluzione potrebbe essere quella di consentire alle società di acquistare tutti i giocatori stranieri che vogliono, in ossequio alla libera circolazione dei lavoratori, ma di limitarne l’utilizzo in campo, per esempio ad un numero massimo di cinque contemporaneamente. Questo consentirebbe ai restanti sei undicesimi della squadra, cioè alla maggioranza dei giocatori, di essere italiani. Se poi uno di questi sei fosse nativo della città della squadra, questo rafforzerebbe il legame della squadra con il territorio. E ne rafforzerebbe l’identità. ★

Agosto, 2013