Studi d'artista - 06

Studi d'artista - 06

Artisti a Venezia nel secondo dopoguerra

Maria Luisa Pavanini

Durante la seconda guerra mondiale Venezia era diventata rifugio per molti artisti e letterati: Filippo De Pisis, Virgilio Guidi, Arturo Martini. Dopo la drammatica parentesi della guerra, gli intellettuali italiani sentono la necessità di riallacciare i legami con il resto d’Europa.

Virgilio Guidi nel suo studio (fonte www.artantide.com).
Virgilio Guidi (fonte www.andrenis.it).
Mario De Luigi nel suo studio (1964, fonte www.mariodeluigi.it).
L' ultimo studio di Mario De Luigi in Palazzo Fortuny (1971-1978, fonte  www.mariodeluigi.it).
Mario De Luigi nello studio di Palazzo Giustinian a S. Trovaso (1951, fonte  www.mariodeluigi.it).

Atelier Veneziani - I pittori: Mario De Luigi e Virgilio Guidi

Guidi e De Luigi, attivi a Venezia già prima della guerra, hanno posto al centro della loro ricerca il rapporto di luce e spazio. Per questo motivo sono qui considerati insieme anche se appartengono a generazioni diverse e seguono percorsi opposti. Guidi non si è mai allontanato dal figurativo, De Luigi è approdato, nella maturità, all’informale-segnico.

Virgilio Guidi (1891-1984)

Dopo aver partecipato dal 1920 alle Biennali veneziane, nel 1927 si trasferisce a Venezia da Roma e ricopre la cattedra di pittura all’Accademia di Belle Arti. La persistente ostilità dell’ambiente accademico veneziano, costringe l’artista nel 1935 a trasferirsi a Bologna. Nel 1944 a causa della guerra ritorna a Venezia, risparmiata dai bombardamenti.

Del suo studio parla come luogo d’isolamento. Stanze modeste dove le lampadine pendono dal soffitto senza paralume, dove nulla vi è di superfluo.

In una intervista del settembre 1985 rilasciata alla rivista di arte, cultura e attualità: Milano Casa racconta della sua casa-studio da cui si vede la laguna come spazio lontano da tutto e da tutti, pensatoio, per ordinare le idee, ricapitolare fatti e avvenimenti dopo il tumulto della giornata. Per questo il suo spazio creativo non ha nessun arredo se non gli strumenti indispensabili alla suo lavoro: pennelli, colori ad olio e tele. Un lungo corridoio ha quadri finiti e incorniciati appoggiati al muro. La stanza dove il maestro dipinge ha solo un cavalletto, una sedia e un tavolino basso con i tubetti dei colori ad olio. «Ho sempre e soltanto dipinto ad olio, perché l’olio è una tecnica perfetta, nata per la tela, così come l’acquarello si addice alla carta...»

«Sono rimasto fedele al figurativo, perché non volli mai abbandonare la terra per il cielo e viceversa; e neppure mi ha sfiorato la mente di chiudermi nelle formule e d’inserirmi nelle cosiddette ricerche di corrente. Si è fin troppo dimenticato il rispetto delle leggi naturali e di una visione universale della vita; e ciò perché vi sono molti “pittori”e pochi uomini che dipingono. »

Le marine e l’occhio sono una costante della poetica di Guidi. Agli occhi Guidi poeta ha dedicato un brano:

Strumento della conoscenza l’occhio va verso tutto
e in cielo e in terra
però non lo dico a chi mi chiede
curioso perché dipingo gli occhi.

Ditemi, non è l’occhio il portavoce delle cose
che sono mute?
Lasciate dunque gli occhi; liberi
In tanta e dolorosa virtù.

Amore si accende dentro gli occhi.

Mario De Luigi (1901-1978)

Contemporaneamente alla ricerca di Guidi negli anni quaranta anche De Luigi elabora la ricerca sul rapporto spazio, segno e colore. Dopo una riflessione sul neoplasticismo di Mondrian si volge all’astrattismo, già nella serie Amori del 1952 ogni traccia figurativa è abbandonata.

Per realizzare i suoi spazi luminosi adotta la tecnica del grattage come si vede nei Motivi vuoti del 1954. Il grattage consiste nel togliere il colore, steso sulla tela preparata con uno strato di gesso bianco, con lamette, bisturi o punte metalliche così da recuperare il fondo. I segni incisi diventano tracce di luce. Tale poetica del segno lo avvicina a Tobey, ma De Luigi toglie e non pone, allo stesso modo in cui Fontana taglia e buca per creare uno spazio altro, De luigi lavora sullo strato pittorico.

Per gli spazialisti veneziani, a cui può essere collegata anche l’opera di De Luigi, l’idea di spazio viene sviluppata sulla superficie bidimensionale della tela suggerendo una profondità assoluta ed immaginata.

L’ultimo studio di Mario De Luigi si trovava nel Palazzo Fortuny che era sede dell’Università internazionale dell’arte, e prima ancora studio suggestivo e misterioso di Fortuny.

Fortunatamente prima della morte dell’artista i tre locali che lo componevano furono fotografati da Marie Louise Bron. De Luigi amava dipingere nella stanza d’ingresso, sul cavalletto aveva lasciato l’ultimo quadro non finito, nel tavolino accanto i colori.

Sulle pareti oltre i suoi quadri, come tutti gli artisti che ho analizzato, teneva appese riproduzioni e foto.

Le riproduzioni erano di dipinti di Vermeer (il grande pittore olandese del seicento). Non erano tanto i contenuti dei quadri ad interessarlo quanto la luce e la ricerca su tale componente, che è alla base di tutta la sua opera e tradizionalmente di tutta la pittura veneziana e di tutti gli artisti che hanno scelto Venezia come luogo per risiedere stabilmente.

Nel secondo locale il pittore dipingeva meno frequentemente, ma sul cavalletto si vedevano gli strumenti con cui incideva le sue opere: lamette, bisturi e taglierini.

Nel terzo locale De Luigi si ritirava per scrivere, ricevere gli amici, gli studenti ed i collezionisti.

«Vermeer è il mio maestro. Se poi io con la ricerca sulla luce sarò riuscito a sviluppare un mio pensiero contemporaneo di questo si giudicherà a posteriori; perché io sono la parte di un tutto che non conosco né, come figlio della mia epoca, posso conoscere.»

Settembre, 2014

Collegamenti: 

Nel sito dedicato a Mario De Luigi una galleria d'immagini:
http://www.mariodeluigi.it/ita/artista/lostudio_mariodeluigi.html