Teatro Stabile del Veneto: troppo passato in questo futuro

Teatro Stabile del Veneto:
troppo passato
in questo futuro

Leonardo Mello

Negli ultimi tempi il Teatro Stabile del Veneto occupa molto spazio nei giornali locali. Dopo il rinnovo del consiglio d’amministrazione si sono profilate idee diverse, e in parte conflittuali, sul futuro e sulla stessa funzione di quest’istituzione. C'è il rischio concreto di un avvitamento culturale in una spirale locale sui grandi nomi del passato: Goldoni a Venezia e Ruzante a Padova.

Palchi al Teatro Goldoni di Venezia (fonte wikipedia).

VENEZIA — Non entriamo nel merito delle questioni gestionali, che non sono il nostro campo. Anche se un atteggiamento incline al rinvenimento di nuove risorse economiche, derivanti dal botteghino come dal coinvolgimento di soggetti privati, oltre che da una diversa struttura comunicativa, sembra tutt’altro che scandaloso, in una situazione depressiva come l’attuale, quando lo Stato e il settore pubblico in genere non intende (e probabilmente non può) assicurare alle realtà teatrali un’esistenza sicura e una navigazione tranquilla.

Se le Fondazioni lirico-sinfoniche si stanno attrezzando – chi più chi meno bene – per affrontare la progressiva erosione del famigerato Fus (Fondo Unico per lo Spettacolo) attraverso nuove strategie commerciali e di marketing, tentando di mantenere (chi più chi meno) buona la qualità dell’offerta, tanto più un approccio del genere sembra anzi auspicabile per quanto riguarda la prosa, che come è noto è da sempre la Cenerentola del carrozzone che prende ministerialmente il nome complessivo di «Spettacolo».

Il punto che interessa analizzare è un altro.

Quasi settant’anni fa Paolo Grassi e Giorgio Strehler, in ben diverse condizioni generali, diedero corpo all’utopia di un «teatro d’arte per tutti», risolvendo le due parti di un ossimoro che divideva l’arte, destinata alle élite, e l’intrattenimento rivolto invece ai ceti popolari. Ebbene, si trattava di Strehler e Grassi, come, pochi anni dopo, dell’altra grande coppia di registi/organizzatori formata a Genova da Luigi Squarzina e Ivo Chiesa.

Se si guarda a quei cartelloni, ci si rende conto prima di tutto di due cose: in primo luogo gli Stabili nascono per promuovere un teatro di tipo «drammaturgico», cioè incentrato su un testo (basti pensare alle polemiche tra Milano e Genova per allestire Bertolt Brecht, appannaggio esclusivo del Piccolo per molti anni).

In secondo, anche grazie alle capacità creative dei protagonisti, questi teatri, come poi anche quello torinese, costruiscono stagioni che affrontano, attraverso i più vari impulsi testuali, le contraddizioni e le inquietudini della contemporaneità, parlano cioè – anche se spesso con una buona dose di ideologia – alla propria comunità, che infatti risponde con entusiasmo e rende queste istituzioni pilastri del vivere sociale delle rispettive città.

Il Teatro Stabile del Veneto, sorto sulle ceneri della fallimentare esperienza di VenetoTeatro, dall’epoca della sua fondazione in poi ha, più o meno adeguatamente (più meno che più), adempito soltanto alla prima di queste due polarità, certamente con delle ottime eccezioni, che si perdono negli anni e che si sono amplificate nei primi tempi di direzione di Alessandro Gassmann. Per il resto, si è trattato di vetrine asettiche, spessissimo frutto di scambi con enti analoghi, prive di fisionomia e continuità, timorose di spostarsi avanti o indietro di un centimetro per paura di perdere un solo abbonato alla pomeridiana. Ne sono testimone diretto, avendo comprato, a quattordici anni, l’abbonamento al Goldoni e non avendolo rinnovato l’anno successivo.

Non sembra insomma che sia mai esistito davvero un Teatro Stabile del Veneto, una realtà cioè che potesse, anche da noi, rappresentare al livello che merita un’arte come quella teatrale, apprezzata e studiata – detto senza alcuna isteria esterofila – in tutto in resto d’Europa, da Est a Ovest. Mentre a Milano passavano Peter Brook, Peter Stein, Anatolij Vasil’ev, Bob Wilson, Luca Ronconi, qui da noi recitava il pur bravo Giulio Bosetti, per lungo tempo pure direttore artistico. Mentre a Torino giungeva, magari in edizioni targate proprio TST, la drammaturgia internazionale, a Venezia il più delle volte (quasi) tutto si riduceva al binomio Pirandello-Goldoni, oltre al tributo di rito agli ultimi capocomici viventi. Nulla di male, per carità. Ciascuno fa quel che vuole, ma poi, se fioccano accuse di provincialismo, è perfino un po’ ridicolo inalberarsi.

In questo senso, e arriviamo finalmente al punto, preoccupa molto l’ipotesi di dedicare le due sale dello Stabile alla beatificazione delle nostre massime glorie teatrali: Goldoni, appunto, a Venezia, e Ruzante a Padova.

Una concezione regionale di un’istituzione come questa sembra la direzione più esiziale.

Vorrebbe dire riportare comunque le lancette indietro a trent’anni fa, all’abortito VenetoTeatro, e propinare al pubblico incolpevole – per limitarci alla sola Venezia, ma con Ruzante poco cambierebbe – una miriade di deliziose Botteghe del caffè, unite a gustose e bonarie Locandiere, così argute e allo stesso tempo concrete (nessuno, prima di Luchino Visconti, si è mai accorto che Mirandolina è un universo femminile negativo, protocapitalistico e senza cuore), cui aggiungere – immancabili – intriganti spettacoli-lettura dei Mémoires, che hanno dalla loro il fatto di costare anche pochissimo.

Senza alcun intento di polemizzare, bisogna notare che a Goldoni è stata restituita la dignità di grandissimo, immenso commediografo, proprio quando – dopo una futile querelle di tipo letterario – nel secondo Novecento è per fortuna uscito da Venezia, per capitare nelle mani di Visconti, Strehler, Squarzina, Castri, per fare qualche nome da niente. Proprio grazie ad artisti proiettati nel nostro tempo ha potuto riacquistare – nel totale rispetto della sua integrità poetica – l’enorme forza di classico che ancora parla a chi vive oggi, come ogni tanto accade ancora a Verdi e Puccini. Ma questo a chilometri e chilometri dalla laguna, e ancor di più dalla concezione quasi «proprietaria» che pur ottimi artisti della scena veneziana hanno avuto di lui.

Goldoni e Ruzante vanno benissimo, ma a patto di trattarli alla stregua di Gogol’ (come ha fatto Damiano Michieletto), di Shakespeare, di Ibsen, di Cechov, di Brecht. E mettendoli in contatto – ora che le ideologie sono tramontate – con chi in questo triste nostro tempo scrive ancora testi teatrali (ce ne sono molti, e anche bravissimi: proprio una geniale e graffiante riscrittura contemporanea di Goldoni, La bancarotta di Vitaliano Trevisan, non è mai stata presa in considerazione dallo Stabile del Veneto). Quando sentiamo parlare di «attenzione alla nostra tradizione teatrale» ci sentiamo preda di un vuoto temporale (e personalmente dubito persino della mia reale età anagrafica). ★

Marzo, 2014