Tra orsi e farfalle

Tra orsi e farfalle

Sul libro La danza di Natasha

Enzo Bordin

Come avviene nella lettura della mano, in cui i segni acquistano valori diversi in rapporto ai riferimenti chirologici in essa contenuti, anche nel movimento del corpo umano esistono inclinazioni destinate a convivere all’interno di un arcobaleno cromatico dalle mille sfumature. In mezzo a questo coacervo pulsionale si celano tuttavia due tipologie primarie di movimento: una di Terra, riferibile all’Orso, e l’altra di Cielo che prende come simbolo la Farfalla.

Natasha Pirogova, La danza di Natasha (Tgbook editore, 2015).
Natasha Pirogova.

PADOVA – Le persone di Terra si muovono avvertendo il bisogno istintuale di flettere le ginocchia e spostare il baricentro all’indietro e in basso. Solo così si possono orientare senza avvertire disagio. Agiscono con un moto inconsapevole; per loro la ricerca di appoggio e sostegno appare una costante destinata ad incidere non solo sui movimenti del corpo ma anche a livello mentale.

«Come possiamo immaginare, questi Orsi sono persone che tendono ad accondiscendere, raccomodare e accogliere. Docili e dolcissimi, seduti, indietreggiati sulle zampe posteriori, vi osservano da dentro le loro tane-corpi. Ascoltano. Non aspettatevi da loro un bel «ti amo» focoso mentre vi guardano dritto negli occhi. Non potrebbero mai farlo con quella loro coda bassa…. Si sentiranno invece felici e a loro agio nel rispondere «anch’io» con un dolcissimo sorriso e gli occhi bassi. O al massimo, gli Orsi più coraggiosi, si rivelano con un sms ma – non respirando pienamente per colpa di una caratteristica posizione del torace – verranno sopraffatti dall’emozione».

È uno dei passi salienti del libro La danza di Natasha (Tgbook editore, 2015) scritto dalla danzatrice e coreografa russa Natasha Pirogova, insegnante d svariate tecniche corporee ed appassionata studiosa del movimento umano. In Italia da oltre vent'anni, risiede a Padova e tiene corsi e seminari per spiegare il proprio metodo di danza che vede il movimento del corpo sia come autentica espressione dell’anima di ciascuno, sia come via di crescita e di libertà. I tratti distintivi del suo insegnamento stanno suscitando interesse, non solo per l’originalità delle proposte ma anche per la profondità di campo.

Esaminiamo nel dettaglio la filosofia sottesa al pensiero di Natasha. All’uomo-Orso si contrappone con altrettanta forza simbolica delle persone Farfalla o di Cielo. Sono le tipiche persone-contro. Ecco il tratteggio che ne fa l’autrice: «Energiche e infaticabili, sono sempre di corsa e sempre in ritardo, o meglio con la sensazione di essere ritardatarie. Fanno fatica a stare ferme, in pedi nello stesso posto. Le riconoscerete dalla classica posizione del petto in fuori mentre si muovono, scalpitano, gesticolano. Parlano. Sono quelle che vi guardano negli occhi e aspettano ansiose la fine del vostro discorso per introdurre il loro «io invece...».

All’esterno appaiono d’acchito persone positive, volitive e propositive. Ma dopo un po’ a star loro vicino, si avverte una tensione portatrice d’inquietudine: «sembra di essere attaccati dalla loro ansia, come dal loro sguardo. La loro rigidità ci fa indietreggiare. È come se il loro corpo gridasse «io ci sono» e nello stesso tempo «io non ci sono». D’altronde come può essere altrimenti? Le Farfalle hanno scelto di lottare contro la forza di gravità e quella, finché abitano la terra, ci sarà sempre e ovunque».

Le dualità antitetiche si notano dalle diverse posture del corpo. Il tipo-Orso, sdraiandosi di schiena, prova la sensazione di formare un unicum con la terra, prodotto dal peso della massa terrestre occupata con quella del suo corpo. Pur con un movimento pesante e un ruotare lento, l’Orso osserva le nuvole che gli scorrono davanti. Il suo sguardo va dal basso verso l’alto, senza alcun volo pindarico.
La persona Farfalla, al contrario, tende ad unirsi al movimento delle nuvole che volano leggere e voluminose, fluttuanti nello spazio infinito. Questi soggetti, grandi sognatori, provano la sensazione di galleggiare sopra il celo, alla deriva e in espansione, senza una meta precisa. Sognano «praterie spaziali» che si estendono all’infinito.

Nelle pieghe del suo libro ricco di spunti intriganti, Natasha Pirogova introduce il lettore in un viaggio che porta a capire se siamo figli del Cielo o della Terra.

La sua disamina parte da un punto cruciale: «Per comprendere queste due polarità occorre anzitutto chiarire un concetto: la polarità che sta dentro ad ogni corpo è quella che sta tra peso e spazio, all’interno di un Universo fatto di masse che ne conferiscono il peso. Ma l’Universo è anche perlopiù fatto di spazio, un lungo sia di condensazione e di pressione che di espansione e vastità».

Morale della favola: noi, nel nostro piccolo, rappresentiamo «un pezzetto dell’Universo che è simultaneamente massa e spazio». Ne consegue che anche il nostro corpo risulta composto sia di massa che di spazio, anche se spesso non ne siamo consapevoli. Chiarite tali premesse, diventerà più agevole per ciascuno di noi «stabilire se apparteniamo al gruppo degli Orsi o delle Farfalle, valutando quale dei due ci è più familiare».

Le differenze appaiono marcate. I tipi «terrigni» non sono solo attaccati all’idea sensitiva di possedere peso ma la considerano essenziale per la loro stessa sicurezza. Per loro risulta prioritario «sentire il peso ed essere radicati» perché tale stato «costituisce e dà forma alla percezione di se stessi, cioè è il modo di stabilire sé stessi».

Nella valutazione legata alle diverse polarità incide anche la respirazione che si svolge, come tutti sappiano, in due fasi diverse. I fratelli Orsi avvertono la necessità di far uscire aria dai polmoni, di espirare per appesantirsi e ancorarsi a terra. Espirano, per avvertire di possedersi, di stabilizzarsi attraverso la sensazione ponderale della terra. Le Farfalle di cielo hanno invece un bisogno primordiale opposto: percepire lo spazio e possederlo per poi muoversi liberamente. Anche loro sono ancorati al mondo, ma con una visuale diversa: lo guardano dall’alto al basso. Appaiono pertanto inclini «ad ispirare, ad espandersi riempendo d’aria i polmoni per poter meglio volare….». Per loro la sicurezza consiste nella sensazione di libertà. Nell’aria.

Dietro a tali differenze vi è un motivo preciso: qualsiasi corpo vivente sulla Terra, vegetale o animale che sia, si orienta entro due direzioni grazie alle cellule eucariote: in relazione alla forza di gravità e in relazione alo spazio in cui è calato.

E qui entra in ballo l’orientamento gravitazionale, complesso sistema che prepara il nostro corpo a muoversi mentre si orienta: un’attività interna, pressoché impercettibile all’occhio umano, che prelude ad ogni nostra azione. È quella che gli esperti definiscono «attività anticipatoria del movimento». Grazie a tale meccanismo viene a crearsi una relazione tra gravità terrestre e senso del mondo fatto di spazio.

La chiusura del cerchio viene così spiegata dalla Pirogova: «Sarà poi l’orientamento gravitazionale a decidere la qualità del gesto che che sta per essere intrapreso e che solo dopo verrà tradotto in un vero movimento, portatore di significato del chi sono, come sono, dove sono e perché mi muovo. O non mi muovo».

Conclusione: ognuno di noi, dovendo valutare sia il peso che lo spazio, si organizza intorno a questi due poli in modo diverso. Ed è proprio questa diversa organizzazione a «misurare la differenza dei nostri movimenti, dei nostri diversi modi di viaggiare e di spostarsi per il mondo, dei messaggi espressi dal nostro corpo e delle risposte che riceviamo».

L’autrice ricorda in tal senso un curioso esperimento messo in atto alo scopo di rendere ancor più evidenti questi due differenti modi d’orientamento umano: «Un gruppo di persone prese a caso venne calato nella condizione di totale assenza di gravità durante un volo aereo in picchiata durato tre minuti. Durante la picchiata i passeggeri si comportarono in maniera diversa. Alcuni cercarono spasmodicamente di afferrare con mani e piedi una qualsiasi cosa per aggrapparsi, mentre altri, orientandosi a vista, volarono dentro all’aereo a braccia e occhi aperti, senza avvertire alcun malessere. Vissero l’assenza di gravità come una gioia».

Il nostro corpo viene in-formato dei nostri movimenti con queste modalità: le forme che prendono non solo i legamenti, i muscoli e le fasce ma anche le ossa con la loro robustezza, larghezza e massa (sezione e mole muscolare) appaiono in stretta relazione con l’uso che ne facciamo. In altri termini, la struttura del nostro corpo rappresenta la risultante della somma della genetica e del modo in cui respiriamo e ci muoviamo, come reagiamo, camminiamo, scendiamo le scale o prendiamo un caffè».

Anche i nostri piccoli gesti quotidiani assumono una valenza significativa. L’autrice prende come esempio esplicativo la respirazione col suo movimento incessante, in cui sono presenti entrambi i modi d’orientamento: «L’inspirazione viene sostenuta dal movimento verso lo spazio, mentre l’espirazione è agevolata dalla percezione del peso. Perciò la nostra attrazione abituale verso l’uno o l’altro polo plasmerà letteralmente il nostro corpo, visto che respiriamo qualcosa come 25 mila volte al giorno».

Risultato: la funzione-movimento rappresenta la nostra risposta alla vita, il nostro diverso adattamento alle richieste del mondo. La differenza nei diversi modi di muoversi va pertanto cercata «nella differenza dei modi di vedere o meglio di percepire il mondo».
Percezioni che poi si traducono in sensazioni di ciò che il corpo trasmette attraverso i muscoli, la pelle e gli organi interni. La percezione «sceglie, decifra e interpreta ciò che invia il mondo per creare un mio mondo. È il regista del mio film». È quella che in gergo tecnico viene definita propriocezione a tessere la trama dei nostri movimenti, dove non s’intravvede nulla di scontato, di ripetitivo, di routinario.

Natasha appare perentoria sul punto: «Non dovete imparare a ripetere esercizi o imitare gesti. Non è difficile capire che gli esercizi di ginnastica, dove ripeteremo sempre gli stessi movimenti, hanno un senso relativo: allenare uno schema corporeo esistente, abituale. Si tratterà piuttosto di disimparare, di liberarsi dall’abitudine di noi stessi, mandarsi un vacanza per un breve tempo per osservare qualcosa di nuovo. Di disobbedire».

Solo così potremo in seguito scegliere di ammettere o di omettere queste novità. Ce ne renderemo conto attraverso la nostra percezione, la nostra «ciascunità» per dirla con Hillman. Da tale consapevolezza prenderemo lo spunto per «muoverci liberi di scegliere la nostra storia».

Dicembre, 2016