Tramonti

Tramonti

Pure se alberati, e sovente bene ombreggiati, sono quasi sempre tristi, spesso tristissimi, i viali del tramonto. Chiunque sia, famoso e non, che li percorra. Il viale del tramonto imboccato da Papi Silvio Berlusconi non fa eccezioni. Anzi. Forse è il più triste di tutti.

Gloria Swanson nella scena finale di Sunset Boulevard (1950, regia di Bily Wilder).

Perché il Papi, avvolto com’è nel mito dell’eterna giovinezza, proprio non vuole, proprio non può, rassegnarsi al tempo che passa e alla perdita di ogni potere: alla vecchiaia che arriva, agli acciacchi dell’età, ai successi che finiscono, ai guadagni che calano, ai traditori che ti pugnalano alle spalle, alle porte che si chiudono, alle celle delle galere che si aprono.

Perché come spesso accade a chi imbocca il viale del tramonto, le disgrazie non vengono mai da sole. Come ne arriva una, ne capita subito un’altra. Anche al Papi succede così. Non bastavano le sciagure delle condanne dei giudici, dell’interdizione, degli arresti domiciliari, dei servizi sociali, dei nuovi processi in arrivo. Non bastava lo sfascio del Pdl, le scissioni interne, le accuse, l’entrata in crisi verticale di una leadership che soltanto fino a ieri nessuno si sarebbe mai permesso di mettere neanche lontanamente in discussione.

No, doveva capitare dell’altro. Come la crisi, pesante, pesantissima, della Fininvest. La sua creatura è infatti uscita dalla classifica dei venti maggiori gruppi imprenditoriali dell’economia italiana. Questo a causa del calo del fatturato 2012 (più di mezzo miliardo perduto in un anno, da 6 a 5,4) causato proprio, come spiega Stefano Carli su Affari e Finanza, da quello che per trent’anni era stato il punto di forza dell’azienda: la pubblicità. In sostanza, l’impero berlusconiano è calato più del mercato. Effetto anche della perdita di Palazzo Chigi, sostengono i maligni.

Ma il diavolo (quello vero, non quello che veste rossonero), si è malignamente divertito a rendere più amaro il viale del tramonto del Papi, colpendolo al cuore anche nell’affetto più profondo e più caro: la sua squadra di calcio, quella del Milan. La società che, per sua stessa ammissione, venderebbe per ultima qualora fosse costretto al fallimento. Ebbene il suo Milan, il Milan stellare di Balotelli e di Kakà, di Robinho e di El Shaarawy, il Milan che doveva fare sfracelli e vincere in carrozza campionato e coppa, il Milan dall’attacco atomico invidiato da tutti, quello con Super Mario e il Piccolo Faraone, praticamente mai pervenuti (appena tre reti il primo, zero il secondo), uno preda dei suoi fantasmi, l’altro scomparso nei suoi inferni, ebbene quel Milan si è smarrito nelle nebbie lombarde.

Sarà anche colpa di Massimiliano Allegri, l’allenatore di cui Berlusconi alcuni mesi fa disse che «no’l capisse un casso», ma chi avrebbe mai pensato che dopo nove giornate di campionato quel Milan stellare si sarebbe trovato con soli 11 punticini a metà classifica, distante già la bellezza di 16 punti dalla prima (la Roma) e praticamente ormai già fuori dalla lotta per lo scudetto? Chi avrebbe mai pensato, commenta Andrea Schianchi sulla Gazza, che quel Milan stellare, con solo tre vittorie su nove partite e neanche un successo in trasferta, sarebbe stato alle spalle dell’Atalanta di Denis, del Parma di Cassano, e addirittura del Verona di Toni?

Neanche il calcio, povero Papi, gli dà più qualche soddisfazione. Tutto gli gira storto in questa fase. Tutto gli va male. Ma com’è triste questo viale del tramonto. Anzi, tristissimo. Per ritrovare un sorriso, forse bisognerebbe tornare al bunga bunga. Ma probabilmente è troppo tardi anche per quello. ★

Ottobre, 2013