Trattative diplomatiche

Trattative
diplomatiche

Luca Colferai

Nella barzelletta che ha segnato un'epoca (almeno nella versione in uso nella Compagnia de Calza I Antichi da molto prima) c'è un passaggio meraviglioso: «Tanto dopo i nostri diplomatici tratta». Il singolare per il plurale nel verbo è un dialettismo. Ora, date le vicende frenetiche e gli atteggiamenti disperati del pregiudicato più famoso della nazione, sembra proprio che i diplomatici non abbiano più nulla da trattare.

Nello spasmodico tentativo di non finire in forza ai servizi sociali (speriamo per lui in un educandato) e contemporaneamente di non essere più eleggibile né eletto, l'uomo che frodato il fisco per milioni di euro (e in più — sembra pare si vedrà — ha indotto alla prostituzione almeno una minorenne, ha fatto corrompere alcuni giudici, ha comprato il voto di almeno un senatore) sta cercando di impapocchiare leggi e buonsenso in un delirio pirotecnico di minacce e ricatti concretamente implausibili e idealmente ridicoli.

Infatti, se avesse mostrato una più supina (o anche prona) pacatezza anche ipocrita, sarebbe stato sicuramente salvato dai suoi sedicenti avversari, che sempre hanno trovato il modo di rivitalizzarlo anche nei momenti più ardui. Allora: perché tanto lacoontico dimenarsi mentre le spire della legge lo stringono inestricabilmente sulla sponda della decadenza? Ci dev'essere qualcos'altro.

Gioverà qui succintamente ricordare, dato che scriviamo dalla città che fu dei dogi per molti secoli, un ameno e curioso aneddoto che vide in primo piano alcuni anni fa il nostro irrefrenabile protagonista quand'ancora era presidente del consiglio dei ministri. Giunse nella serenissima in gita propalando ad arte il pettegolezzo che era giunto soprattutto per acquistare uno splendido edificio sul Canal Grande nei pressi della chiesa della Salute (proprio lì, all'angolo, un antichissimo monastero ovviamente ammordernato con spettacolari finestroni, peccato che la vista includa dirimpetto insulsi grandi alberghi ottonovecenteschi, ma comunque). Vero niente.

Il pettegolezzo era una fola atta a far scendere il prezzo di un'altra costruzione da qualche altra parte, una delle tante, spingendo allo sconforto i venditori e costringendoli (come sempre) ad accettare un prezzo da cravattari. Spesso l'uomo (anche la donna) dice una cosa, ma ne fa un'altra. Solo che il protagonista di questo raccontino è più avvezzo all'inganno, alla frode, alla prestidigitazione comportamentale: sempre quando dice una cosa in realtà ne sta facendo un altra, cercando un risultato diverso da quello apparente. E in moltissimi ancora e sempre ci cascano.

L'occasione infatti, è sublime oltre che unica: la distruzione definitiva del partito democratico. Visto che il guazzabuglio dei suoi azzeccagarbugli ha dimostrato tutta la sua dispendiosissima inutilità, e visto che i democratici non sono ancora stati capaci di autodistruggersi fino in fondo, egli approfitta di questa inutile resistenza da terzultima spiaggia (infatti ci sono in arrivo altri gravi processi sicuri, e altre gravi condanne probabili) per metter i suoi antagonisti nella peggiore delle posizioni possibili.

Sicuramente, confortati dal segreto dell'urna, i senatori in un clima più mesto avrebbero misericordiosamente sostenuto il declinante pregiudicato, comportandosi in sostanza come i figurati diplomatici della favoletta, ora invece sono costretti ad appoggiarlo palesemente o accettare il ricatto della crisi di governo. Più si irrigidiscono le posizioni e più drammatica e deflagrante diventa per i democratici la necessaria dimostrazione di essere veramente avversari della destra italiana.

È un punto di svolta cruciale. Il voto segreto sulla decadenza dal consesso senatoriale sarà illuminato da sguardi implacabili e ogni discrepanza tra i votanti e voti (a favore o contro) sarà più palese del naso di Pinocchio. E molto facilmente, con detonanti conseguenze, i claudicanti democratici riusciranno a scivolare anche su questa banana. ★

Agosto, 2013